MELONI OLTRE LA DESTRALa nascita di un nuovo pragmatismo italiano

MELONI OLTRE LA DESTRA

C’ è qualcosa di nuovo nel linguaggio politico di Giorgia Meloni.

E sorprende che sia passato quasi sottotraccia. Invero, non a questo giornale. Nel suo intervento all’assemblea di Confindustria, la presidente del Consiglio non ha parlato soltanto da leader conservatrice. Ha parlato, piuttosto, da liberale.

E la differenza non è semantica: è culturale, strategica, perfino storica. Per anni la destra italiana è stata raccontata — spesso anche da sé stessa — come il luogo dell’identità, della sovranità, della difesa dei confini politici e simbolici della nazione.

Nel discorso agli imprenditori italiani, invece, Meloni ha compiuto un movimento diverso: ha spostato il baricentro dalla conservazione alla produzione, dall’appartenenza alla responsabilità, dalla nostalgia alla costruzione. Persino i richiami all’italianità non avevano il tono ideologico del nazionalismo classico. Erano, piuttosto, evocazioni civili.

L’idea di una comunità di donne e uomini che ogni mattina “si rimettono in moto” per creare lavoro, innovazione, benessere, futuro. Una narrazione dell’Italia come energia produttiva prima ancora che come identità culturale. Ed è qui che emerge un elemento interessante.

Perché in filigrana, dentro alcune parole della premier, riaffiora una tradizione politica che in Italia sembrava dimenticata: quella del popolarismo liberale, dell’economia sociale, di una certa concezione comunitaria dell’impresa.

Non è casuale che, ascoltandola, sia venuto in mente il Silvio Berlusconi dei grandi discorsi internazionali — soprattutto quello pronunciato al Congresso degli Stati Uniti, quando il fondatore di Forza Italia cercava di saldare liberalismo economico, orgoglio nazionale e radici cristiane europee.

Anche Meloni, oggi, sembra tentare qualcosa di simile.

Con una differenza decisiva: mentre Berlusconi costruiva un liberalismo ottimista dentro il ciclo della globalizzazione espansiva, Meloni prova a farlo nel tempo delle guerre, della frammentazione geopolitica, della crisi energetica e della sfiducia verso le élite tecnocratiche.

È in questo contesto che acquista peso politico la frase probabilmente più importante del suo inter- vento: “L’Europa deve fare meno e farlo meglio”. Una frase apparentemente semplice, quasi amministrativa.

In realtà, un manifesto culturale.

Perché dentro quelle parole c’è il superamento di due paradigmi opposti che hanno segnato gli ultimi anni europei: da una parte il sovranismo urlato e inconcludente; dall’altra il tecnocratismo burocratico che ha spesso trasformato Bruxelles in una macchina normativa distante dalla vita reale.

Meloni sembra voler cercare una terza via: un europeismo pragmatico, meno ideologico, più leggero, più funzionale alla crescita e alla competitività.

Non un’Europa debole, ma un’Europa essenziale. Non meno politica, ma meno invasiva.

Meno ossessionata dalla regolazione e più concentrata sulle grandi priorità strategiche.

Ed è qui che il profilo della premier cambia profondamente.

Perché la leader che oggi parla agli imprenditori italiani non appare più soltanto l’erede della tradizione post-missina.

Né semplicemente una conservatrice nel senso classico del termine.

Sembra piuttosto una figura “postconservatrice”: una leader concreta, capace di leggere i rapporti di forza internazionali e di adattare la propria cultura politica al mutamento della storia.

Questo non significa che Meloni abbia rinnegato le sue radici. Significa, però, che le sta trasformando. Sta tentando di governarle invece di subirle.

Ed è forse proprio questo il passaggio più interessante della sua evoluzione: il tentativo di sostituire la retorica identitaria con una nuova grammatica della responsabilità nazionale.

Dove impresa, lavoro, merito e produzione tornano ad essere categorie centrali del discorso pubblico. Persino lo stile utilizzato dalla premier merita attenzione.

In alcuni passaggi il tono era volutamente alto, in altri sussurrato, nel complesso quasi ciceroniano: un linguaggio solenne, costruito per dare dignità morale all’iniziativa economica e al ruolo sociale dell’imprenditore.

Non semplice retorica celebrativa, ma la ricerca di un lessico capace di ricucire economia e comunità, profitto e funzione civile.

In un’Europa spesso paralizzata da leadership deboli o puramente amministrative, Meloni tenta dunque di occupare uno spazio diverso: quello di una destra di governo che smette di vivere soltanto di opposizione culturale e prova invece a costruire una propria idea di modernizzazione.

È presto per dire se questa trasformazione sia compiuta o se resti ancora parziale e contraddittoria. Ma il segnale politico esiste. Ed è più importante di quanto molti abbiano colto. Forse stiamo entrando nella stagione della Meloni post-missina.

E forse persino post-conservatrice. Una leader che ha capito che, nel mondo nuovo, non basta più difendere identità. Bisogna saper costruire futuro.

Gianfranco Blasi

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