RAPPORTO ISTAT 2026L’occupazione cresce e il potere d’acquisto crolla

RAPPORTO ISTAT 2026

Ce n’eravamo accorti da soli, noi classe media nata dopo il baby boom dei Sessanta del Novecento. E ora ce lo certifica l’Istat, che ha presentato alla Camera il suo Rapporto annuale nel giorno simbolico del centenario dell’istituto, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

La fotografia dell’Italia, vista dalla generazione di chi è nel “mezzo del cammin”, è nitida: siamo al centro di due bisogni di cura, figli da una parte, genitori anziani dall’altra. Non era mai successo prima, almeno non con questa intensità.

Non siamo poveri ma impoveriti sì, perché il potere d’acquisto si riduce di giorno in giorno.

Lavoriamo, a differenza dei giovani, noi donne non ce la sentiamo a fare figli, perché il futuro ci sembra incerto e quando decidiamo magari non possiamo più e allora si ricorre al social freezing degli ovuli anticipatamente.

È l’Italia della compressione demografica e dell’espansione emotiva. Più longevi i genitori, più fragili i figli nel loro ingresso nel mondo adulto, più soli – spesso – quelli che stanno in mezzo.

La vita media si allunga, ma anche il tempo della dipendenza economica. Così la generazione che avrebbe dovuto godersi la maturità scopre di essere diventata contemporaneamente welfare familiare, badante finanziaria, psicologa domestica e banca di ultima istanza verso figli in perenne bisogno di credito.

Eppure, nel grande romanzo statistico italiano, una buona notizia c’è. Il lavoro tiene. L’occupazione continua a mostrare segnali positivi, con numeri che negli ultimi anni hanno raggiunto livelli record rispetto alle serie storiche più recenti. Più persone lavorano, cresce l’occupazione stabile e cala la disoccupazione.

Ma sono quasi tutti cinquantenni o giù di lì. Di giovani pochissimi. Resta in ogni caso il divario europeo e molto di questo lavoro è nei servizi, spesso poco pagato e poco produttivo.

Il problema è che il lavoro non basta più a rassicurare il ceto medio. Se la società in parte regge, le persone si sentono traballare.

È il divario tra statistica e percezione. Tra PIL e spesa al supermercato. Tra tasso di occupazione e carrello della spesa.

L’Italia del 2026 non è il Paese in declino irreversibile che amiamo dipingere né il Paese “che ce l’ha fatta” della propaganda politica.

È piuttosto una nazione stanca, demograficamente sbilanciata, dove la classe media continua a sostenere quasi tutto e l’ascensore sociale è bloccato. Dal 2019 al 2025 i disoccupati si sono ridotti del 42,6%, mentre quasi un milione di lavoratori vulnerabili – precari o in partime involontario – è uscito dalla fascia più debole del mercato del lavoro.

Il dato più crudele sta nei salari: dal 2019 gli stipendi hanno perso l’8,6% del potere d’acquisto.

È vero, negli ultimi due anni qualcosa si è recuperato grazie al rinnovo dei contratti, ma l’inflazione energetica e le tensioni geopolitiche rischiano di riportare indietro le lancette. Tradotto nella vita quotidiana: si lavora di più, ma non necessariamente si vive meglio. Il 16,1% delle famiglie dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà.

Più di un italiano su cinque fatica a sostenere spese ordinarie, quasi uno su quattro non riesce ad affrontare imprevisti economici e quasi metà della popolazione dice di non essere riuscita a risparmiare nell’ultimo anno.

Le donne continuano a pagare il prezzo più alto dell’incertezza.

Sono loro, più degli uomini, a rinunciare alla maternità per precarietà lavorativa: il 13,6% indica l’instabilità professionale come ostacolo decisivo contro il 4% degli uomini.

In totale sono 6,6 milioni gli italiani che dichiarano di aver rinunciato ai figli desiderati, quasi sempre per ragioni economiche o mancan-a di sicurezza.

E la nuova figura sociale del 2026 è quella della “generazio- ne sandwich”: adulti tra i 35 e i 50 anni costretti a prendersi cura contemporaneamente dei figli e dei genitori anziani.

Ben 763 mila persone hanno rinunciato alla genitorialità proprio perché impegnate nell’assistenza familiare.

Siamo stanchi sì, diversamente giovani, con la laurea in tasca, i figli all’estero e l’uso dell’AI tanto per giocare.

L’innovazione vera, dice l’Istat, è altrove. Magari tra quel 10% di dottori di ricerca italiani che lavora al- l’estero.

Lucia Serino

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com
error: Contentuti protetti