IL PAESAGGIO VALE SOLO AL CENTRO DELL’ITALIA?L’eolico in Umbria rilancia il tema delle rinnovabili: regole e sacrifici devono essere condivisi

IL PAESAGGIO VALE SOLO AL CENTRO DELL’ITALIA?

Sette pale eoliche alte oltre 200 metri sono previste tra Orvieto e Castel Giorgio, nel cuore dell’Umbria, regione simbolica- mente ribattezzata “cuore verde d’Italia”.

Il progetto, denominato “Phobos”, ha acceso proteste territoriali, ricorsi, mobilitazioni civiche e persino l’intervento dello showman Rosario Fiorello, che dal suo programma radiofonico ha rivolto un appello pubblico alla presidente umbra Stefania Proietti affinché blocchi l’opera, definendone “de- vastante” l’impatto paesaggistico.

Certo, che un progetto si chiami Phobos, paura, non è il massimo.

Su questo ha ragione Fiorello. È persino comprensibile la battaglia.

Il paesaggio non è un dettaglio.

È economia turistica, identità culturale, percezione dei luoghi, memoria collettiva.

Ma la domanda è: il paesaggio dell’Umbria vale più di quello del Sud?

La discussione italiana sulle rinnovabili rischia di diventare, an- cora una volta, una que- stione geografica. Le grandi questioni – transizione ecologica, indipendenza energetica, decarbonizzazione — vengono celebrate ogni giorno a livello nazionale, ma il prezzo territoriale di quella transizione continua a essere pagato soprattutto dal Mezzogiorno.

La geografia dell’eolico italiano è fortemente sbilanciata: circa il 90% della produzione nazionale si concentra nel CentroSud.

La Puglia è il gigante italiano dell’eolico. Nel 2024 ha prodotto circa 5.885 GWh di energia da vento, oltre un quarto della produzione nazionale, grazie a quasi 1.400 impianti distribuiti soprattutto nel Foggiano.

È una regione che da anni esporta energia verso il resto del Paese, diventando uno dei principali hub della produzione rinnovabile italiana.

La Campania, spesso dimenticata nel racconto energetico nazionale, contribuisce da sola a circa il 15% della produzione eolica italiana, con oltre 3,4 TWh annui, con- centrati in particolare tra Irpinia e Sannio. Province interne che convivono da oltre vent’anni con decine e decine di aerogeneratori lungo crinali montani, spesso in territori fragili dal punto di vista paesaggistico.

La Basilicata ha trasformato interi paesaggi collinari in distese di torri eoliche. Dal Vulture al Materano, passando per l’Appennino lucano, le pale scandiscono ormai la linea dell’orizzonte.

Lo stesso vale per la Sardegna, oggi attraversata da tensioni crescenti sui nuovi progetti energetici e da un conflitto politico sempre più evidente tra esigenze della transizione e tutela del territorio. E allora il punto non è essere contro l’eolico.

Sarebbe una posizione miope, soprattutto in un’Europa attraversata da crisi energetiche ricorrenti e dopo anni in cui l’Italia ha sperimentato la vulnerabilità della dipendenza dal gas estero. Le rinnovabili non sono un vezzo ideologico: sono una necessità strategica.

Nel 2024 oltre metà del fabbisogno elettrico italiano è stato coperto da fonti rinnovabili, un dato che sarebbe impensabile senza il contributo massiccio delle regioni meridionali. Il nodo è politico.

Se il Paese ritiene che alcune aree abbiano un valore paesaggistico troppo alto per ospitare impianti industriali energetici, allora questo principio deve valere ovunque. Per l’Umbria come per il Cilento, per la Val d’Orcia come per i calanchi lucani, per le colline orvietane come per quelle del Fortore o dell’Alta Irpinia.

Non si può sostenere contemporaneamente che servono più energie pulite e, appena il problema arriva vicino casa, trasformarsi in sostenitori del “non qui”.

La sindrome del “Not In My Backyard” — non nel mio cortile — rischia di riproporre un eterno paradosso profondamente italiano: il Nord e parte del Centro consumano, il Sud produce; il Sud sopporta l’impatto paesaggistico, il resto del Paese beneficia dell’energia.

La protesta umbra, allora, può essere persino utile. Ma solo a una condizione: che di- venti una discussione nazionale e non un’eccezione territoriale.

Serve una pianificazione seria delle aree idonee, criteri uniformi, limiti condivisi e compensazioni territoriali reali.

Se si decide che le pale da 200 metri alterano irreversibilmente alcuni paesaggi, lo stesso principio deve valere ovunque.

Se invece si ritiene che la transizione energetica imponga inevitabilmente un prezzo territoriale, quel prezzo non può essere scaricato quasi esclusivamente sul- le regioni meridionali. Perché il paesaggio italiano è un bene comune.

E non esistono paesaggi di serie A e paesaggi di serie B. L’Umbria non vale più della Basilicata. Né la Puglia meno della Toscana.

La transizione energetica non può accrescere le disuguaglianze.

Prima che la prossima protesta scopra, improvvisamente, quello che al Sud vediamo dalla finestra da vent’anni.

Lucia Serino

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