PANNELLA L’UOMO CHE SFIDÒ LE IPOCRISIE DELLA POLITICA
Dieci anni dopo la sua morte, il rischio più grande è trasformare Marco Pannella in una figurina innocua della memoria repubblicana, un santino laico buono per ogni commemorazione bipartisan, un uomo da citazione elegante o da nostalgia addomesticata.
Ed è forse questa la più clamorosa ingiustizia che si possa fare a uno dei personaggi più ingombranti e rivoluzionari della sto- ria politica italiana.
Perché Marco Pannella non è mai stato rassicurante, mai accomodante e mai “moderato” nel senso paludato e sonnolento della politica italiana, al contrario, era un corpo estraneo.
Dominante, teatrale, provocatorio, incontenibile, capace di occupare la scena pubblica come pochi altri leader del Novecento italiano.
Capace, soprattutto, di vincere, è questa la parola che troppo spesso viene rimossa quando si parla di lui: vittoria.
Per oltre sessant’anni, alla guida di quel piccolo e gigantesco laboratorio chiamato Partito Radicale, Pannella ha imposto all’Italia temi che il Paese non voleva vedere o non voleva nemmeno nominare. Divorzio, aborto, eutanasia, libertà sessuale, diritti civili, referendum, antimilitarismo, antiproibizionismo, ecologia, antiautoritarismo, lotta alla fame nel mondo, carceri, giustizia, diritti umani.
Temi oggi entrati nel lessico quotidiano della politica occidentale ma che, nell’Italia ancora ideologica, clericale e conformista degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, apparivano quasi blasfemi.
Pannella li impose con metodi che sembravano follia e invece erano strategia politica purissima.
Quando la memoria torna a Pannella, si pensa ai digiuni estenuanti, alle maratone radiofoniche, alle disobbedienze civili.
E ancora performance mediatiche, campagne scandalose.
Un linguaggio che rompeva i codici della Prima Repubblica e ne mandava in frantumi l’ipocrisia.
Era il “rompicoglioni”, come amava definirsi lui stesso, che irrompeva nei salotti della politica italiana portando il caos dentro le liturgie del potere.
Eppure dietro quella teatralità c’era una lucidità impressionante, Pannella aveva compreso prima degli altri che la politica moderna non si sarebbe più giocata soltanto nei partiti di massa o nelle sezioni ideologiche, ma nello spazio pubblico, nella comunicazione, nelle battaglie simboliche, nell’opinione collettiva e, soprattutto, nell’emotività sociale.
Molto prima dei populismi contemporanei, molto prima dei movimenti liquidi e molto prima della politica spettacolo, Pannella aveva già capito tutto.
Ma sarebbe un errore ridurlo a un semplice provocatore, perché la sua forza non stava nello scandalo, stava, invece, nella capacità di spostare la storia.
Il mondo che oggi abitiamo parla più la lingua di Marco Pannella che quella dei suoi avversari. È un mondo in cui i diritti individuali sono diventati centrali, in cui le libertà civili occupano il dibattito pubblico, e in cui l’Occidente democratico ha sconfitto le grandi ideologie totalitarie del Novecento.
Pannella attraversò tutto questo come una figura impossibile da classificare: antifascista e anticomunista, liberale ma allergico ai liberali da salotto.
Anticlericale ma capace di dialogare con il Vaticano, radicale e insieme trasversale.
Era capace di parlare con Pasolini e con Andreotti, di provocare i comunisti e sedurre la destra, di affascinare artisti, intellettuali, imprenditori e persone comuni.
Persino chi non lo votava avvertiva che quell’uomo stava cambiando l’Italia. Aveva qualcosa di hollywoodiano e insieme di profondamente italiano, una fotogenia magnetica, uno charme irregolare e una presenza scenica quasi cinematografica.
Quando appariva in televisione, non passava inosservato, occupava lo spazio e lo piegava alla sua energia.
E forse oggi, in un tempo dominato da leader costruiti dai sondaggi e sterilizzati dalla comunicazione, la nostalgia per Marco Pannella nasce proprio dalla sua irripetibile autenticità, dal fatto che fosse esagerato, imperfetto, debordante, ingestibile. In una sola parola: vivo.
Si racconta che l’imperatore Giuliano l’Apostata, sconfitto dal Cristianesimo nascente, prima di mo- rire abbia pronunciato la frase: “Vicisti, Galilaee”, “Hai vinto, Galileo”.
Marco Pannella, sul proprio letto di morte, lasciò invece parole più semplici e forse persino più potenti: “Non preoccupatevi, abbiamo vinto”. A dieci anni dalla sua scomparsa, basta guardarsi attorno per capire che aveva ragione.
Walter Rodinò

