MODENA COME NIZZA, BERLINO E LONDRA
Alla fine è successo.
E, forse, era inevitabile che prima o poi accadesse.
Quella macchina a Modena lanciata a tutta velocità contro i passanti in un’area pedonale ci racconta che anche l’Italia non è più immune da una conflittualità che in tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale è da anni una realtà con cui fare i conti.
Avvisaglie ne avevamo avute anche noi, soprattutto nelle periferie delle grandi città del nord, come Milano, dove nei mesi scorsi avevano avuto luogo violenze simili a quelle verificatesi nelle banlieues francesi.
Ma stavolta abbiamo dinanzi agli occhi la stessa scena già avvenuta a Nizza, Berlino, Magdeburgo, Stoccolma, Barcellona o Londra, solo per citare alcuni episodi.
E anche il racconto dei media è simile: Salim El Koudri, il 31enne italiano di origine magrebino che alla guida della sua auto ha investito otto persone, sarebbe mentalmente instabile e non avrebbe subito un processo di radicalizzazione, dunque nessun allarmismo…Ma il punto non è questo.
Che abbia o meno urlato “Allahu Akbar” interessa solo l’altra narrazione, uguale e contraria, ma anch’essa sistematicamente reiterata, che punta ad alimentare l’islamofobia, ritenendo che all’origine del problema ci sia la religione e la strategia di gruppi fondamentalisti attivi in Europa.
E invece il problema è di natura sociologica: riguarda il disagio esistenziale ed economico, che si manifesta nelle grandi aree urbane interessate dall’immigrazione di massa e dall’incontro, che difficilmente in condizioni di precarietà ed emarginazione genera integrazione, tra comunità autoctone e allogene, contraddistinte da un pronunciato scarto culturale.
Non è un caso che lo shock e l’esplosione di un certo tipo di violenza non avvenga subito, ma riguardi quelle zone dove oramai la presenza di migranti è di lungo periodo e a manifestare insofferenza siano soprattutto i figli e i nipoti degli immigrati, i cosiddetti immigrati di seconda e terza generazione.
Sono essi a nutrire frustrazioni e problemi di identità, laddove magari i loro genitori e i loro nonni erano, all’arrivo, animati dalla speranza di un futuro migliore.
La radicalizzazione, eventualmente, viene dopo, spesso in forma solitaria e, principalmente, per rispondere a una domanda di senso che il degrado economico e il contesto socio-culturale differente, nei suoi valori, da quello familiare di provenienza, non riescono a soddisfare.
Ha importanza sapere se Salim avesse problemi psicologici o se fosse finito in una rete di fondamentalisti islamici che, vista la sua fragilità, lo avrebbero aizzato?
È importante, ovviamente, per accertare le sue responsabilità giudiziarie individuali e quelle di eventuali mandanti del suo gesto.
Ciò che però ci interessa dal punto di vista politico è innanzitutto la peculiarità del suo crimine (che emula episodi già avvenuti in altri paesi) e il contesto in cui è avvenuto.
È davvero possibile integrare sul nostro territorio, in questa fase stori- ca di crisi, realtà comunitarie così numerose e culturalmente distanti da noi?
L’eventuale, e non necessariamente auspicabile e realizzabile, costruzione di una nuova identità nata da questa integrazione, quali costi sociali potrebbe comportare?
Tutto questo è davvero gestibile con le leggi attuali?
E, eventualmente, quale modello di integrazione va perseguito?
Quello “assimilazionista” alla francese, che tende ad accogliere in base all’adesione ai principi laici su cui si fonda la République, o quello “comunitario” all’inglese, che offre a ogni gruppo etnico un certo margine di autogoverno e di conservazione dei propri usi e delle proprie tradizioni (alla luce, peraltro, delle tensioni gravissime che attraversano in questo momento sia la Francia che la Gran Bretagna)?
Sono domande non più eludibili e a cui non è possibile rispondere semplicisticamente a colpi di slogan. Esse impongono un dibattito pubblico maturo e articolato.
E i fatti di Modena hanno fatto suonare la sveglia anche nel nostro paese.
Alessandro Sansoni
