LEGGE ELETTORALE E DEMOCRAZIA SVUOTATA
Le leggi elettorali, ormai, non contano più.
O meglio: non contano più nel significato originario che dovrebbe appartenere a ogni sistema democratico, cioè tradurre nel modo più fedele possibile la volontà popolare in rappresentanza politica.
Da alcuni decenni, infatti, alla sovranità popolare si è progressivamente sostituita una sorta di “sovranità delle maggioranze”: le regole non vengono costruite per rappresentare il Paese reale, ma per favorire chi governa e spera di continuare a governare anche nella legislatura successiva.
Ogni nuova riforma nasce così segnata da un vizio di fondo: l’idea che il sistema elettorale debba servire agli equilibri del potere più che ai cittadini. Cambiano i nomi — Mattarellum, Porcellum, Rosatellum — ma resta immutata la stessa ossessione: controllare la rappresentanza, ridurre l’imprevedibilità del voto, sterilizzare il dissenso.
Il primo grande effetto di questa lunga stagione è stata l’espropriazione del diritto di scelta degli elet- tori. Liste bloccate, candidati nominati dall’alto, collegi disegnati a tavolino hanno trasformato il Parlamento in un’assemblea di cooptati più che di eletti.
L’elettore, nella maggior parte dei casi, non sceglie davvero chi mandare in Parlamento: si limita a ratificare decisioni già prese dalle segreterie dei partiti.
Anche il “meno peggio”, spesso, diventa irraggiungibile.
È qui che si consuma uno dei tradimenti più profondi dello spirito della Costituzione.
Il Parlamento avrebbe dovuto rappresentare la pluralità viva del Paese reale; è diventato invece, troppo spesso, il luogo di una classe politica selezionata più per fedeltà che per competenza, autonomia o capacità di rappresentanza.
Ma c’è un secondo elemento, ancora più grave, che riguarda l’equilibrio stesso delle istituzioni de- mocratiche.
Sull’onda lunga dell’antipolitica e della retorica contro la “casta” — alimentata soprattutto negli anni del successo del Movimento Cinque Stelle — si è arrivati perfino a ridurre drasticamente il numero dei parlamentari, come se la crisi della politica dipendesse dalla quantità degli eletti e non dalla qualità della rappresentanza.
Il risultato è oggi evidente: un Parlamento numericamente ridotto e politicamente indebolito, sempre più marginale rispetto all’esecutivo e sempre meno capace di esercitare una reale funzione di indirizzo e controllo.
La centralità della decisione politica si è progressivamente spostata verso i governi.
I decreti sostituiscono il dibattito parlamentare, il voto di fiducia sostituisce il confronto, le leadership personali prendono il posto dei partiti.
Eppure, paradossalmente, mentre si continua a evocare la governabilità come obiettivo assoluto, il sistema continua a produrre instabilità. La struttura del Senato, eletto su base regionale e oggi composto da numeri molto ridotti, rende ogni elezione una sorta di lotteria politica: bastano pochi seggi per modificare gli equilibri nazionali.
Nessuno può sentirsi davvero al sicuro.
Il rischio di maggioranze fragili, trasformismi e accordi post-elettorali (inciuci?) resta sempre dietro l’angolo.
Così la politica italiana vive dentro una contraddizione permanente: si sacrificano rappresentanza e pluralismo in nome della stabilità, senza riuscire a garantire né l’una né l’altra. Si impoverisce la democrazia senza costruire governi realmente più solidi.
E nel frattempo cresce la distanza fra cittadini e istituzioni, fra società reale e Palazzo.
Forse il problema, allora, non è trovare l’ennesima formula elettorale “miracolosa”.
Il problema è restituire dignità alla rappresentanza, libertà agli elettori e centralità al Parlamento.
Perché una democrazia nella quale i cittadini non scelgono davvero i propri rappresentanti rischia, lentamente ma concretamente, di smettere di essere una democrazia compiuta.
Gianfranco Blasi

