Criminologa Dott.ssa URSULA FRANCO
È GIUSTO INFORMARE
Criminologa Dott.ssa URSULA FRANCO
UN CASO ALLA VOLTA FINO ALLA FINE
CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: LA PROCURA DI PAVIA SI STA SBAGLIANDO
Dottoressa URSULA FRANCO

Non è stato Andrea Sempio ad uccidere Chiara Poggi, è stato Alberto Stasi e dunque non posso fare a meno di parlare degli atti della prima indagine. Durante la prima indagine, mentre si indagava sul colpevole de facto, sono stati commessi alcuni errori, errori nell’acquisizione e analisi critica delle testimonianze, soprattutto di quella dell’autore dell’omicidio, ma anche di quelle dei testi ed errori di logica nella ricostruzione dei fatti, mentre, oggi, nella nuova indagine, l’errore è più grave, è strutturale, la procura sta infatti indagando su un innocente de facto.

LE DICHIARAZIONI
Viviamo in un paese, l’Italia, nel quale manca la cultura della raccolta e analisi delle dichiarazioni sebbene chi indaga, da qualche decennio, potrebbe avvalersi di una scienza chiamata Statement Analysis da applicare a telefonate di soccorso, intercettazioni, interrogatori, dichiarazioni scritte, interviste e lettere anonime. La Statement Analysis è una scienza che permette un approccio scientifico alle dichiarazioni. Non tutto, però, è analizzabile, le deposizioni dei testi devono essere infatti raccolte evitando ogni forma di contaminazione e poi trascritte in modo preciso, tenendo conto di pause e auto censure.
Per assumere senza contaminarle e poi per comprendere le dichiarazioni di sospettati e testimoni servono esperti in Statement Analysis. Per eseguire e interpretare le analisi del DNA vengono interpellati i genetisti, lo stesso vale con le dichiarazioni, le errate “repertazioni” e poi gli errori di interpretazione delle dichiarazioni viziano enormemente i casi giudiziari.
Uno Statement Analyst non solo analizza le parole dette, ma focalizza anche sul “non detto” nelle telefonate di soccorso, nelle s.i.t. e nelle intercettazioni. Faccio un esempio: Che cosa mi aspetto che emerga dalle intercettazioni di un innocente de facto fidanzato con una vittima di omicidio ed ingiustamente indagato? Mi aspetto che emerga la sua disperazione per una perdita tanto violenta, mi aspetto che viva un senso di colpa per non essere riuscito a salvarla, mi aspetto che faccia ipotesi sul possibile assassino e sul movente, mi aspetto che parli dell’assassino con termini irripetibili, mi aspetto che collabori e che speri che gli inquirenti facciano chiarezza per la vittima e per i suoi familiari, mi aspetto che neghi in modo credibile di averla uccisa e che lo faccia con tutti.
Nel caso di specie se chi indagava avesse fatto ricorso ad uno Statement Analyst non avrebbe perso tempo a chiedersi come si comporta un soggetto che entra in una casa trasformata in scena criminis, se eviti o meno le chiazze di sangue e non avrebbe perso tempo neanche ad analizzare le suole di chicchesia e questo perché, in almeno due importanti occasioni scevre da contaminazione, Stasi non disse di essere entrato in casa Poggi poco prima della telefonata di soccorso, non lo disse all’operatore del 118 e non lo disse neanche al suo avvocato Giarda che lo chiamò per avere informazioni sulla tempistica. Va da sé che non poteva che conoscere la scena e la posizione della vittima in quanto autore dell’omicidio.
LA TELEFONATA DI STASI AL 118
Ogni telefonata di soccorso è da considerarsi a tutti gli effetti un primo interrogatorio, quella di specie è quasi priva di contaminazioni ed è, dunque, con le intercettazioni, uno dei materiali più nobili da analizzare in questo caso giudiziario. Con la Statement Analysis si possono trarre conclusioni affidabili sul contenuto delle telefonate di soccorso, mentre le opinioni personali di chi non ha competenze specifiche e le cosiddette intuizioni non sono d’aiuto.
La telefonata di Alberto Stasi al 118 è ricca di informazioni. Il contenuto della telefonata al 118 non è un dato da leggere in autonomia. Un caso indiziario va, infatti, processato nella sua interezza
Durante la telefonata di soccorso Stasi definì Chiara Poggi “una persona” fornendoci indicazioni sullo stato del rapporto tra lui e Chiara Poggi al momento dei fatti. Il linguaggio è un riflesso della nostra percezione della realtà, per Alberto Stasi, al momento dei fatti, Chiara Poggi era semplicemente “una persona” e non la sua fidanzata. Il fatto che il resto del mondo la considerasse la sua fidanzata non ha rilevanza.
A supportare questa lettura vi sono almeno altri due dati investigativi:
– a poche ore dall’omicidio Stasi chiese ai carabinieri il file della tesi perché doveva lavorarci in vista della laurea
– 26 giorni dopo l’omicidio Stasi disse ad un amico le seguenti: “No, no, non lo so, ma il problema è che il mio è vecchio (allarme ndr) sennò a questo punto ERO GIÀ BELLO CHE A POSTO, maaa… ma da un mese, ERO GIÀ BELLO CHE A POSTO.”
Non solo stupisce il fatto che Alberto Stasi sia stato approssimativo sulla data di morte della fidanzata, ma anche che abbia pronunciato per ben due volte le parole “ero già bello che a posto”. E’ infatti inaspettato che un familiare innocente de facto di una vittima di omicidio emetta queste parole a 26 giorni dai fatti, “bello” non è un termine che circola nella sua testa dal momento della notizia del reato.
Sempre riguardo alla telefonata di soccorso, Stasi non si comportò in work in progress, ovvero come imponeva lo scambio con l’operatore del 118, non solo non soccorse Chiara, non si accertò neanche del numero civico di casa Poggi per riferirlo all’operatore e non attese l’ambulanza, invitò invece i soccorritori ad una sorta di caccia al tesoro e si recò dai carabinieri per un colloquio di nessuna utilità.
L’analisi comportamentale ci induce a ritenere che Stasi avesse avuto un copione da seguire in seguito alla “scoperta” del corpo: chiamare il 118 e andare dai carabinieri.
Infine, come già affermato, Stasi non disse all’operatore di essere entrato in casa Poggi poco prima di quella telefonata e di aver trovato il corpo di Chiara e non l’ha fatto neanche quando ha parlato al telefono con l’avvocato Giarda riguardo alla tempistica.
Nelle parole di Stasi sono poi mancate la rabbia, le imprecazioni e le offese rivolte all’omicida, a cominciare dalla telefonata di soccorso.
Nella dedica sulla propria tesi, 8 mesi dopo l’omicidio, Alberto Stasi ha scritto: “A Chiara, che QUALCUNO ha voluto togliermi troppo presto”.
Intercettato in questura 4 giorni dopo l’omicidio Stasi ha detto: “Secondo me QUALCUNO è entrato lì dentro. Secondo me QUALCUNO è entrato e lei si è spaventata.”
Stasi, in almeno queste due occasioni, ha definito l’assassino di Chiara semplicemente un “qualcuno”, non “un assassino” o “un omicida” o “un essere disumano” o “un mostro”. Quel “qualcuno”, gender neutral, è un assassino che ha massacrato Chiara. La disposizione linguistica neutrale nei confronti dell’assassino è inaspettata da parte di un innocente di facto.
Lo stesso vale per il caso di Erba. Olindo Romano non ha mai emesso parole di condanna morale nei confronti degli autori del quadruplice omicidio, li ha invece elogiati pubblicamente definendoli ”professionisti”, eppure, se Olindo Romano e Rosa Bazzi fossero innocenti, proprio a loro dovrebbero la condanna all’ergastolo, vale lo stesso per Alberto Stasi.
L’ANALISI COMPORTAMENTALE
Stasi ha dichiarato a sommarie informazioni “Ricordo che la sera prima, quando ci siamo lasciati, mi aveva detto che forse sarebbe andata a trovare la nonna a Groppello Cairoli, in una casa di riposo” e dunque perché tempestò Chiara di telefonate? Perché non ipotizzò che Chiara fosse uscita per recarsi dalla nonna e che non avesse portato con sé il telefono mobile? Perché non aspettò che Chiara lo richiamasse?
Sbagliano coloro che, pur ritenendolo colpevole, si chiedono il perché Stasi sia andato da Chiara solo verso le 14.00, dovrebbero invece chiedersi il perché ci sia andato. Perché Stasi non ipotizzò invece che fosse rimasta a pranzo con la nonna?
C’è di più, Stasi ha riferito di non aver visto l’auto di Chiara dall’esterno quando, poco prima delle 14.00, raggiunse con la sua auto via Pascoli, e poi di aver scavalcato il muro di cinta della villetta. Perché dunque avrebbe sentito la necessità di scavalcare posto che l’assenza dell’auto poteva essere una conferma del fatto che Chiara fosse uscita? Da dove poteva nascere tutta questa ansia di Stasi? Forse dal timore che Chiara si fosse ripresa e fosse uscita in auto per essere soccorsa? E poi perché Stasi non chiamò nessuno al telefono per avere notizie di Chiara prima di recarsi in via Pascoli? Non chiamò nessuno perché non era ancora sicuro che Chiara fosse morta. Stasi raggiunse la villetta dei Poggi non perché fosse preoccupato per Chiara, era invece preoccupato per se stesso e andò in via Pascoli solo per accertarsi che Chiara fosse morta. Stasi, non vedendo l’auto di Chiara dalla strada, scavalcò per accertarsi che non fosse uscita in auto a chiedere aiuto e solo dopo aver capito che non si era ripresa chiamò i soccorsi.
Aggiungo che, nonostante vivesse a poche centinaia di metri da Chiara, verso le 14.00 Stasi, con tutta probabilità, tornò in via Pascoli in auto per evitare di venir associato alla sua bicicletta Umberto Dei Milano da un potenziale testimone dei due eventi, quello delle 9.12 e quello delle 14.00 circa. Stasi infatti si era recato da Chiara proprio con la sua Umberto Dei Milano la mattina dell’omicidio e non con una bicicletta nera da donna.
Dunque, si può ragionevolmente inferire che, poco prima delle 14.00, Stasi andò a casa di Chiara per accertarsi che non rispondesse al telefono in quanto morta e non perché si fosse ripresa e fosse uscita in auto.
Stasi ha riferito di non aver visto l’auto di Chiara dall’esterno quando, poco prima delle 14.00, raggiunse via Pascoli perché era un dato per lui importante. Ed è stato proprio il timore che Chiara si fosse ripresa e fosse uscita in auto che lo indusse a scavalcare. Solo dopo aver dedotto che Chiara non si era ripresa chiamò i soccorsi.
Dopo aver commesso un omicidio un assassino vive nel terrore, ha paura che la vittima si riprenda e lo denunci e poi teme di aver lasciato delle tracce. Per queste ragioni torna spesso sul luogo del delitto, questo è uno di quei casi.
IL MALORE DI STASI IN CASERMA
Il fatto che Stasi abbia avuto un malore in caserma e che i carabinieri gli abbiano preso la pressione arteriosa è un dato che si sposa alla perfezione con i suoi comportamenti di quella mattina. Dopo l’omicidio Stasi chiamò Chiara per normalizzare quella mattinata, per fingere che non fosse successo nulla e poi per accertarsi che non si fosse ripresa. La pletora di telefonate che Stasi fece a Chiara dopo l’omicidio, peraltro in modalità diverse, e il fatto che abbia scavalcato il muro di cinta della villetta sono una riprova dello stato di stress nel quale versava dopo aver commesso l’omicidio.
Dunque Stasi, da circa 5 ore, essendo l’autore dell’omicidio, era in preda allo stress dovuto al timore di venir smascherato e per questo motivo si sentì male in caserma. Infatti, non solo le vittime sopravvissute ad un reato violento, ma anche gli autori manifestano i sintomi della cosiddetta Sindrome Generale di Adattamento (GAS), una reazione fisiologica ad un evento stressante.
Un assassino si trova in uno stato di allerta prolungato a causa della paura di essere catturato. Lo stato di allerta gli impedisce di dormire ed è rilevabile nei suoi comportamenti e nel suo linguaggio.
LA BICICLETTA
Una vicina, la signora Franca Bermani dichiarò di aver visto una bicicletta nei pressi del cancello di casa Poggi verso le 9.10 del 13 agosto 2007, giorno dell’omicidio di Chiara. La testimone associò la presenza della bicicletta ad un risveglio precoce di Chiara ad opera dell’ospite con la bicicletta e Chiara disattivò l’allarme perimetrale della propria casa alle 9.12, proprio in concomitanza con l’arrivo di questo soggetto.
L’associazione di idee della signora Bermani bicicletta/risveglio le permise di ricordare di aver visto una bicicletta a quell’ora, la sua testimonianza è quindi credibile per quanto attiene alla presenza di una generica bicicletta.
La Bermani non si limitò però a dichiarare di aver visto una bicicletta, che tra l’altro vide da dietro e da circa 15 metri di distanza, ma la descrisse, in parte attribuendo alla stessa caratteristiche di una Umberto Dei Milano, una bici rara in uso ad Alberto Stasi, la sella alta con le molle sottostanti cromate e il portapacchi posteriore piccolo a molla, e poi aggiunse che era nera da donna, peraltro la canna della Umberto Dei Milano non ha un andamento rettilineo. La Bermani, nonostante fosse lucida ed in buona fede, fornì dettagli che non aveva motivo di ricordare.
La consulenza di un esperto di psicologia della testimonianza avrebbe permesso di attribuire il giusto valore alla testimonianza della Bermani. Nessun teste è infatti capace di rievocare i fatti di cui è stato testimone sotto forma di riproduzioni fotografiche. Un teste, suo malgrado, è capace solo di rievocare verità soggettive. A causa di distorsioni, falsi ricordi e dimenticanze, il ricordo non è altro che una personale interpretazione dei fatti osservati. Fattori personali ed elementi esteriori agiscono su ciascuna delle tre fasi del processo testimoniale, acquisizione, ritenzione e recupero, distorcendolo. Tali distorsioni, sommandosi, tendono ad allontanare il contenuto testimoniale dalla realtà dei fatti. Alcuni testimoni, pensando di essere d’aiuto alle indagini, tendono a colmare le proprie lacune, a riordinare i ricordi, a compiacere l’intervistatore. Un’altra causa di errore deriva dal modo in cui un esaminatore si rivolge al teste, egli dovrebbe limitarsi a domande aperte, le uniche non suggestive.
Unico dato testimoniale certo era dunque la presenza di una bicicletta di cui la Bermani fissò il ricordo per l’associazione di idee con il risveglio precoce di Chiara.
Infine, il fatto che la mattina dell’omicidio fosse presente una bicicletta, a mio avviso la Umberto Dei Milano di Alberto Stasi, fuori dalla villetta dei Poggi in concomitanza con l’ultimo segnale di Chiara in vita è un dato insuperabile per chi volesse spostare in avanti l’orario dell’omicidio.
Infine, la presenza della bicicletta ci permette di escludere la premeditazione: Alberto Stasi non avrebbe lasciato la propria bicicletta, la Umberto Dei Milano, peraltro rara, in bella vista se avesse premeditato l’omicidio e il movente sarebbe emerso con chiarezza. Mentre, riguardo all’omicidio d’impeto, quale esso è, il movente non può che essere relativo.
Dopo aver tentato di eliminare ogni traccia del reato Alberto Stasi commise un errore grossolano, quando tornò in via Giovanni Pascoli dopo le 13.30, non entrò nella villetta dei Poggi per non sporcarsi. Stasi, a causa dello stress, non fu capace di resettarsi.
L’ORARIO DELLA MORTE
La soluzione di un caso giudiziario si ottiene analizzando nella loro interezza le risultanze investigative.
L’orario della morte di Chiara non si inferisce soltanto dai dati medico legali che possono solo fornire un range orario in cui collocare l’aggressione, si inferisce invece dall’analisi in parallelo dei dati medico legali, circostanziali e testimoniali.
È la mancata risposta al messaggio di Stasi delle 9.44.49 a dirci che, a quell’ora, Chiara era già morta e l’ultima prova di Chiara ancora in vita è il dato investigativo del disinserimento dell’allarme perimetrale della villetta alle ore 9.12.
Anche il giudice Vitelli scrisse in sentenza: “è più che ragionevole affermare che la morte della ragazza si collochi nel lasso temporale IMMEDIATAMENTE successivo alla disattivazione dell’allarme perimetrale avvenuto alle ore 9.12 di quella mattina.”
In sintesi, riguardo all’orario della morte non sono infatti le sole risultanze autoptiche a dirci a che ora è stata uccisa Chiara Poggi, sono invece soprattutto i dati circostanziali, dati che non si possono ignorare. La teste Bermani vide la bicicletta dell’assassino vicino al cancello di casa Poggi intorno alle 9.10 ed è credibile perché la associò ad un risveglio precoce di Chiara ad opera del proprietario della stessa, ed è credibile anche perché, in concomitanza, Chiara, che era alla tv e stava facendo colazione, staccò l’allarme perimetrale di casa sua.
E poi sappiamo anche che al momento dell’aggressione Chiara non aveva digerito la colazione, era in pigiama, non aveva rifatto il letto, non aveva tirato le tende per impedire al sole di riscaldare la casa, non si era relazionata con nessuno al telefono e che alle 9.44.49 e alle 10.17 non aveva risposto al telefono a Stasi. E dunque non si può posticiparne l’orario della morte oltre le 9.44.49.
L’ALIBI DI ALBERTO STASI
Alberto Stasi non ha un alibi per gran parte del range orario del delitto. Tutti gli attori di questo caso giudiziario sanno che un consulente informatico del giudice di primo grado Vitelli recuperò tutti i dati relativi al suo pc, dati che ci rivelano che Stasi non era al computer prima, durante e subito dopo l’omicidio di Chiara Poggi.
Chiara Poggi è stata uccisa poco dopo le 9.12 e Stasi ha acceso il suo pc alle 9.36.21. Dunque la sua attività al pc non avrebbe potuto fornirgli alcun alibi.
Non è un caso che Stasi non abbia un alibi in un range orario in parte sovrapponibile a quello in cui è maturata l’aggressione e non si è dato la zappa sui piedi nel tentativo di normalizzare quella mattinata con la telefonata delle 9.44.49 a Chiara, non è infatti un caso sfortunato, è semplicemente un tassello della corretta ricostruzione dei fatti, prima di quell’ora Stasi era impegnato nell’omicidio e nel post omicidio e dunque non si servì del telefono.
L’ALLARME DEI POGGI
L’analisi delle attivazioni e disattivazioni dell’allarme dei Poggi è mera analisi logica. Il dato cruciale non sono le numerose attivazioni e disattivazioni, è invece la prima attivazione in presenza di Stasi in casa, ovvero quella delle 23.27. La prima attivazione di quella sera dell’allarme è infatti la riprova che Stasi aveva in programma di restare a dormire a casa di Chiara, cosa che invece non accadde perché intervenne un imprevisto. Un “imprevisto” che non si evince dalle multiple attivazioni e disattivazioni dell’allarme ma dal fatto che Stasi evidentemente cambiò programma. Chiara non avrebbe infatti attivato l’allarme se fosse stata a conoscenza che Stasi non avrebbe dormito lì. Chiara non aveva paura, lo prova il fatto che quella sera, quando Stasi andò a chiudere il cane e rimase da sola, non attivò l’allarme, ma lo fece invece per prepararsi ad affrontare la notte con lui. E Stasi andò a chiudere il cane tra le 21.59 e le 22.10 per non alzarsi durante la notte in caso di pioggia, se, infatti, avesse avuto in programma di dormire a casa propria sarebbe tornato a casa non appena cominciava a piovere, avrebbe chiuso il cane e vi sarebbe rimasto.
Si può dunque ragionevolmente ipotizzare che Stasi aveva intenzione di dormire con Chiara la notte tra il 12 ed il 13 agosto. Chiara, infatti, attivò l’allarme alle 23.27convinta che Alberto sarebbe rimasto con lei, poi lo disattivò e riattivò forse per far uscire o rientrare i gatti e in un’occasione per far uscire Stasi. Dunque qualcosa accadde dopo le 23.27, un qualcosa che indusse Stasi a lasciare casa Poggi e a tornare nella sua casa di via Carducci una seconda volta. A sostegno di questa ipotesi c’è anche il seguente scambio tra Stasi e Chiara:
Stasi: “Ma i tuoi lo sanno che poi dormo da te?”
Chiara: “Sì e sono contenti, non vogliono che sto a casa da sola.”
LA GENESI DEL MOVENTE
Stasi aveva in programma di dormire da Chiara la notte del 12 agosto 2007 e infatti andò a chiudere il cane tra le 21.59 e le 22.10 per non alzarsi durante la notte in caso di pioggia e poi tornò in via Pascoli. Se avesse avuto in programma di dormire a casa propria sarebbe tornato a casa non appena cominciava a piovere, avrebbe chiuso il cane e vi sarebbe rimasto.
Chiara, tra le 21.59 e le 22.10, rimase sola in casa ma non attivò l’allarme. La prima attivazione dell’allarme da parte di Chiara in presenza di Stasi in casa, ovvero quella delle 23.27, la prima di quella sera, è la riprova che Stasi aveva in programma di restare a dormire con lei.
Chiara attivò l’allarme per prepararsi a passare la notte con lui. Chiara non avrebbe infatti attivato l’allarme se fosse stata a conoscenza che Stasi non avrebbe dormito lì.
Solo tardivamente, dopo aver terminato il lavoro al pc, Stasi informò Chiara di aver cambiato idea, che sarebbe tornato nella sua casa di via Carducci e lì avrebbe passato la notte.
Non fu una discussione per un qualcosa che Chiara aveva visto poco prima nel pc di Stasi ad indurlo a lasciare casa Poggi, non ci fu uno scontro tra i due, semplicemente Stasi informò Chiara che sarebbe tornato a casa sua a dormire.
E dunque si può ragionevolmente ipotizzare che Chiara sia rimasta male per quella decisione di Stasi.
Alla luce delle dichiarazioni di Paola Cappa riguardo alla vacanza a Londra e all’asserita mancata intimità tra i due giovani è altrettanto ragionevole ipotizzare che Stasi non volesse rimanere con Chiara per non relazionarsi sessualmente con lei e che la stessa in preda alla frustrazione, una frustrazione che datava da tempo, si sia lasciata scappare un commento che indusse Stasi a tornare a casa Poggi alle 9.12 del giorno seguente per rimettere le cose a posto prima di dedicarsi alla visione dei contenuti del suo pc e prima di impegnarsi nella correzione della tesi. Rientra nel suo assetto di personalità.
Si spiega così il fatto che, al suo rientro da via Carducci, Stasi abbia continuato a lavorare alla tesi in tutta tranquillità, egli, infatti, comunicò a Chiara solo a fine serata che sarebbe tornato a dormire a casa sua.
Dunque il movente maturò solo quella mattina, Chiara disse qualcosa che scatenò la reazione di Stasi e lo fece poco prima dell’omicidio, non la sera prima, per questo motivo non si scambiarono messaggi quella notte.
CHI SE NON ALBERTO STASI?
Il fatto che, dopo il delitto, l’omicida non sia fuggito subito ma abbia perso tempo prima a gettare il corpo di Chiara in cantina, poi si sia recato in bagno ed in cucina ci rivela che lo stesso sapeva che nessuno avrebbe raggiunto casa Poggi quella mattina. Solo Stasi non temeva l’arrivo di qualcuno. Chiunque altro avrebbe temuto che Stasi lo trovasse sulla scena criminis quindi non si sarebbe mai trattenuto. C’è di più nessuno si sarebbe recato da Chiara quella mattina per tentare un approccio sessuale non potendo escludere che Stasi fosse con lei o che si presentasse.
I CAPELLI
Chiara non prese per i capelli il suo aggressore, fu invece colpita e tentò di fuggire. I capelli che Chiara stringeva in mano sono suoi. Dopo essere stata colpita con un corpo contundente alla testa la povera Chiara si portò istintivamente una mano proprio dove Stasi l’aveva colpita e lì raccolse i propri capelli spezzati dal colpo ricevuto.
I 4 capelli presenti nelle foto del lavandino non provano che l’assassino non si sia lavato le mani, ci rivelano invece che si lavò e lasciò nel lavandino ciò che aveva tra le dita in maggior quantità: capelli di Chiara. Alberto Stasi viene descritto come un soggetto preciso, molto pignolo, soprattutto sui temi della pulizia proprio per sostenere che non avrebbe lasciato dei capelli sul lavandino. Stasi aveva appena commesso un omicidio, immaginate lo stato di stress in cui versava, non si possono fare inferenze escludendo un dato così importante. Stasi era in preda al panico e per questo motivo, come tutti gli assassini, commise degli errori.
#sapevatelo2026
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