TRUMP E XI, INTESA MA TENSIONI SU TAIWAN

TRUMP E XI, INTESA MA TENSIONI SU TAIWAN

La buona notizia è che, sotto il profilo personale, i due leader si piacciono.

Anzi, continuano a piacersi.

Lo si capisce da come si salutano, da come camminano fianco a fianco, dalle reciproche premure. D’altronde Trump non ha mai fatto mistero della stima che nutre per Xi e del rispetto che prova nei suoi confronti.

Xi, più sobrio ed enigmatico, si è affidato al simbolismo della diplomazia cinese per ricambiare i sentimenti, offrendo una cena a base di aragosta in zuppa di pomodoro, costine di manzo croccanti, anatra alla pechinese, salmone cotto lentamente in salsa di senape e panini fritti di maiale, discostandosi così, graziosamente, dal tradizionale menù Huaiyang, la raffinata cucina di Shanghai, normalmente associata ai banchetti diplomatici, proprio per andare incontro ai gusti del presidente americano

Il tutto consacrato dal “Ganbei!”, il brindisi rituale con cui si suggellano e si consolidano in Cina gerarchie e rispetto reciproco.

Più complesso, invece, è il rapporto tra le due potenze. Ciò che si sa con certezza è che i 130 minuti di con- fronto tra i due Capi di Stato sono stati «positivi» e «costruttivi» e che il vertice ha toccato tutti i principali temi dell’agenda bilaterale e internazionale: guerra in Iran, riapertura dello Stretto di Hormuz, Ucraina, Taiwan, ma anche commercio, investimenti, semiconduttori e fentanyl.

Il problema, però, sta nel fatto che le diplomazie han- no fornito due resoconti radicalmente diversi della conversazione.

Trump ha assicurato a Fox News che Xi si è dichiarato pronto a contribuire alla risoluzione della crisi iraniana, mentre il resoconto della Casa Bianca si è concentrato molto sulle questioni economiche: Pechino avrebbe accettato di aumentare gli acquisti di soia e, in generale, dei prodotti agricoli americani, di comprare petrolio e gas liquefatto dagli USA e di consentire un accesso più facile agli investimenti delle aziende statunitensi.

Massima cooperazione, inoltre, sarebbe stata assicurata alla lotta contro il Fentanyl.

La versione cinese, pubblicata sull’agenzia di stampa ufficiale Xinhua, è molto diversa. Essa relega quasi tutti i più scottanti dossier dell’attualità internazionale a uno «scambio di visioni», mentre dedica ampio spazio a Taiwan, definita da Xi «la più importante delle questioni nelle relazioni» tra le due potenze, ribadendo che esse, se non fosse gestita bene, entrerebbero in rotta di collisione o, addirittura, in conflitto.

Non è chiaro cosa abbia risposto Trump alla richiesta di mutare la posizione ufficiale di Washington sul destino dell’isola da «non sostegno» a «opposizione» alla sua indipendenza.

Sappiamo solo che ne parlerà pubblicamente nei prossimi giorni. Il Segretario di Stato Marco Rubio, invece, più vicino alle posizioni dei falchi neocons su questo dossier, si è affrettato ad affermare che la posizione americana in me- rito non subirà cambiamenti.

D’altronde, negli ultimi anni, alti esponenti tanto democratici, quanto repubblicani, non hanno fatto mancare il loro sostegno a Taipei, che continua ad essere rifornita di armi dagli USA, segno di una tendenza bypartisan, e di lungo periodo, volta a mutare la politica dell’”Unica Cina” sancita nel 1972 da Nixon e Kissinger.

È necessario capire che la questione è dirimente. Pechino è disposta a fare molte concessioni in ambito economico e a farsi carico, insieme agli Stati Uniti, dei vari focolai di crisi in atto nel mondo, offrendo il suo peso politico per trovare soluzioni.

Taiwan, invece, è per i cinesi una linea rossa invali- cabile.

Sin dalla conquista del potere il Partito Comunista Cinese non ha mai riconosciuto Taiwan come Stato autonomo, né, peraltro, puntava a un tale riconoscimento il suo avversario dell’epoca, il Kuomintang, i cui vertici si rifugiarono nell’isola dopo la sconfitta nella guerra civile.

Oggi, però, sull’isola che i portoghesi battezzarono Formosa, si riversano tutte le tensioni geopolitiche dell’area dell’Indo-Pacifico, come l’atavica rivalità sino-giapponese, nonché la necessità americana di mantenere il «controllo degli stretti», tra cui quello di Taiwan, per continuare a detenere la supremazia marittima globale.

È evidente che, dopo la crisi di Hormuz, l’importanza strategica dello Stretto di Taiwan è ulteriormente aumentata, ma per Xi rinunciare alla “riunificazione” della Cina è impensabile, almeno quanto lo era l’ingresso dell’Ucraina nella NATO per Putin. Essa è l’obiettivo a cui tende il “rinascimento cinese”, nucleo ideologico del pensiero politico di Xi Jinping, per chiudere definitivamente “il secolo delle umiliazioni” imposte all’ex Celeste Impero dalle potenze coloniali nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento.

E, su questo, non c’è interesse commerciale che tenga.

Alessandro Sansoni

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com
error: Contentuti protetti