INCONTRO USA-CINA: IL PUNTO CON TORLIZZI
Stiamo assistendo ad un cambiamento della geopolitica internazionale sullo scacchiere delle grandi potenze mondiali.
L’incontro tra il Presidente Usa e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese deciderà il futuro dei mercati e non solo.
Si erano già incontrati nel 2017, ma da allora molto, se non tutto, tutto è cambiato. Gianclaudio Torlizzi, fondatore della prima società italiana specializzata nella consulenza indipendente sulle materie prime per utilizzo industriale, Consigliere per il Ministro della Difesa, riconosciuto a livello internazionale tra i migliori esperti italiani sulle analisi di mercato, chiarisce alcuni dei temi che saranno sul tavolo delle due superpotenze il prossimo 14 e 15 maggio.
Stiamo assistendo ad un cambiamento della geo- politica internazionale, oggi chi sta davvero guidando l’economia mondiale?
«Siamo in una fase di conclamato caos legato a una revisione totale che gli Stati Uniti stanno conducendo dall’entrata in funzione dell’amministrazione Trump.
In realtà i primi segnali erano già emersi con la ritirata dall’Afghanistan, che aveva fatto capire come il ruolo degli Stati Uniti, quale gendarme del mondo, fosse in fase di revisione.
Nel momento in cui gli Stati Uniti rivedono il loro posizionamento per concentrarsi esclusivamente sull’Asia è chiaro che ogni tipo di azione da loro condotta va letta in funzione di competizione nei confronti della Cina.
Faccio questa premessa per evidenziare che sia l’azione americana in Venezuela, sia l’azione americana sul canale di Panama, sia la difesa che gli Stati Uniti hanno siglato con l’Indonesia e con il Marocco per riaffermare il controllo sullo stretto di Malacca e lo stretto di Gibilterra, si inseriscono all’interno anche del conflitto iraniano, che non è un conflitto banalmente per il petrolio, ma per il controllo dei flussi commerciali, soprattutto dei canali di approvvigiona- mento cinesi.
Questa è sostanzialmente la grande posta in gioco e l’intento di Washington è proprio di arrivare all’incontro con delle carte sul tavolo più solide di quanto invece non le avesse quando si sono incontrati l’ultima volta a ottobre;
E le carte hanno il loro peso nel- le negoziazioni perché se è vero che la Cina ha una sua leva negoziale legata al controllo di gran parte della filiera delle materie prime strategiche, dall’altro Washington è riuscito a militarizzare le principali catene di fornitura di cui gode Pechino».
Cosa ci si aspetta dal vertice tra Trump e Xi Jinping?
«L’intento è che ci possa essere anche un grande accordo che possa riguardare non solo l’Iran ma anche l’Ucraina.
È un qualcosa che effettivamente è sul tavolo secondo me e sostanzialmente i cinesi stanno soffrendo della situazione iraniana perché, così come il Venezuela, anche l’Iran è uno dei principali fornitori cinesi di idrocarburi e l’economia cinese sta risentendo fortemente dell’aumento dei prezzi delle materie prime, tant’è che in questi ultimi mesi ha iniziato a utilizzare le proprie riserve interne per soddisfare il fabbisogno nazionale, proprio per evitare poi di innescare una spirale inflazionistica.
Quindi c’è, a mio avviso, una buona possibilità che da questo incontro possa sfociare un accordo che però si inserisce all’interno di un filone molto lungo, che riguarderà poi la spartizione delle aree di influenza, che già oggi sancisce la spaccatura del mondo in due blocchi: uno a guida americana e uno a guida cinese».
La guerra a colpi di dazi tra Usa e Cina quanto potrà durare ancora? O crede che giungeranno ad un accordo?
«Credo che ci sia una volontà reciproca di arrivare ad un accordo: i cinesi hanno bisogno che Hormuz torni a essere navigabile per un discorso di sicurezza nazionale.
Gli Stati Uniti non hanno secondo me la stessa fretta che hanno i cinesi, ma comunque devono evitare che si creino disordini sui mercati, quindi a mio avviso c’è una convergenza di interessi».
Ha citato lo stretto di Hormuz. Trump cerca il sostegno di Pechino per convincere l’Iran a riaprire lo stretto, secondo lei riuscirà a far leva?
«Questa è una grande domanda, nel senso che i cinesi stanno già premendo sugli iraniani per ammorbidire le proprie posizioni.
La Cina è una fornitrice di componentistica militare iraniana, oltre che russa, quindi è un player importante che ha contribuito negli anni a rendere più stabile il regime di Pasdaran. Chiaramente al momento è difficile pensare a uno scenario che non preveda comunque un’escalation, perché anche se ci dovesse essere un accordo tra Stati Uniti e Cina, bisognerà capire quale sarà la reazione dei guardiani della rivoluzione, che potrebbero addirittura continuare in questa escalation proprio dopo essersi sentiti traditi dai cinesi.
La strategia americana è proprio quella di continuare a soffocare il regime iraniano fino a scatenare una rivolta interna e provocare il cambio di regime.
Se non avviene adesso, avverrà comunque a mio avviso nei pros- simi mesi»
Il Presidente USA sarà accompagnato da una delegazione che include 17 CEO, tra cui Elon Musk e Tim Cook, a sottolineare l’importanza degli interessi tecnologi- ci e industriali nel confronto con Pechino.
Il controllo dell’export di chip NVIDIA verso la Cina e l’accesso alle terre rare cinesi, hanno un peso specifico?
«Sì, questo rientra nei tanti ambiti di confronto tra Stati Uniti e Cina. Il settore tecnologico è uno di quelli più importanti perché comporta anche il tema dell’intelligenza artificiale: chi vincerà la guerra sull’AI, poi avrà un vantaggio competitivo nei confronti dell’altro».

