IL FUTURO SI DECIDE A PECHINOVertice Usa-Cina, una nuova guerra fredda o il preludio ad un accordo?

IL FUTURO SI DECIDE A PECHINO

Questa sera Donald Trump giungerà a Pechino per incontrare Xi Jinping.

Tra guerra in Iran, dazi, energia e Intelligenza Artificiale, l’attesa per questo vertice è altissima.

Ricorda quella che circondava i summit tra Reagan e Gorbaciov, quando tutto il mondo, col fiato sospeso, attendeva le conclusioni di incontri che disegnavano gli equilibri politici del pianeta, negli ultimi scampoli della Guerra Fredda.

All’epoca tutto girava intorno allo scontro ideologico e alla deterrenza nucleare.

I due blocchi erano separati dalla “cortina di ferro”, ma si conoscevano bene e mosse e contromosse, tutto sommato, erano prevedibili e “controllabili”.

Oggi la situazione è molto diversa.

Dopo 30 anni di globalizzazione a trazione unipolare, il mondo cerca di trovare i suoi pesi e contrappesi, con la Cina che è sicuramente diventata una grande potenza politica, economica e militare, ma che farebbe volentieri a meno di porsi alla guida di un blocco alternativo a quello del cosiddetto “Occidente allargato”.

Preferirebbe, in effetti, tenersi le mani libere, stando sulle sue, giocando a tutto campo: i famosi BRICS, così come l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, sono strutture diverse da quelle che potrebbero apparire rispetto ai corrispettivi occidentali, ossia il G7 e la NATO.

Innanzitutto, perché questi sono assai più strutturati e vantano una lunga storia, con meccanismi di cooperazione ben oliati.

Poi, perché BRICS e SCO sono stati pensati come organismi leggeri, utili a coordinare le potenze emergenti del cosiddetto “Sud Globale”, ma senza contrapposizioni nette, finalizzati, piuttosto, a fare massa critica nei momenti cruciali in ambito ONU o in format multilaterali come il G20, concepiti negli anni d’oro della globalizzazione.

Di base la loro “mission” era attutire gli effetti del cosiddetto “doppio standard” americano, ma senza sovvertire l’ordine mondiale concepito a Jalta e riformato dopo la caduta del Muro di Berlino.

La Cina aveva infatti in questi anni saputo adattarsi perfettamente “all’ordine fondato sulle regole”, al punto da diventare la massima sostenitrice di organismi come il WTO, l’OMS e, naturalmente, le Nazioni Unite, attraverso cui, come membro permanente del Consiglio di Sicurezza dotato di potere di veto, aveva costruito il suo notevole potenziale diplomatico e di interdizione nell’ambito del diritto internazionale vigente.

La difesa di questi organismi è infatti il cuore della dottrina strategica di Pechino.

Il paradosso, dunque, è che sono gli Stati Uniti d’America, ovvero il paese che più di ogni altro ha contribuito dopo la II Guerra Mondiale a costruire l’ordine mondiale a presentarsi al confronto di domani come “potenza revisionista”.

Washington ormai, soprattutto con l’accelerata di Trump, sta mettendo in discussione tutto: non sono un mistero lo scetticismo di Donald nei confronti della NATO, il suo giudizio nei confronti dell’ONU come organizzazione ormai inutile, per non parlare dell’uscita degli USA dall’OMS.

Ma il revisionismo americano si riverbera ormai in ogni ambito: cosa sono i dazi (peraltro già avviati contro la Cina da Biden), se non la messa in discussione del WTO e del principio della libertà di commercio?

Per non parlare della messa in discussione di veri e propri capisaldi degli assetti internazionali, in ambito regionale, come il principio “due popoli, due Stati” in relazione alla questione palestinese, o la politica “dell’Unica Cina” sancito da Nixon e Kissinger in relazione a Taiwan (con un Trump, peraltro, a tal proposito più moderato rispetto ai dem) o gli stessi confini degli Stati mediorientali che, secondo gli analisti neocons, potrebbero essere ridisegnati su basi diverse rispetto a quelli sanciti nel 1920 dal Trattato di Sèvres, seguito alla sconfitta dell’Impero Ottomano nella Grande Guerra.

Tenendo testa ai dazi di Trump, Xi ha sancito la postura di grande potenza della nuova Cina, ma Washington, che ritiene or- mai superata la globalizzazione, non è disponibile a realizzare il mondo multipolare come normale evoluzione del vecchio multilateralismo, come vorrebbero gli strateghi della Repubblica Popolare, bensì, al massimo, una riedizione, tutta da definire e assai più asimmetrica, del vecchio bipolarismo USA-URSS, di quando, cioè, la Casa Bianca e il Cremlino si caricavano e si scaricava- no da buoni amici-nemici i problemi del mondo.

E tutto questo, per i cinesi, avrebbe un costo.

Alessandro Sansoni

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