GERHARD SCHRÖDER
Putin lo ha indicato apertamente come possibile mediatore per riaprire il dialogo con l’Europa. Berlino, ma un po’ tutta l’Europa, Italia compresa, ha reagito freddamente all’annuncio dello zar di un possibile negoziato di pace da aprire grazie alla mediazione dell’ultraottantenne Gerhard Schröder.
Ma chi è l’ex Cancelliere socialdemocratico tedesco, un uomo al servizio di Putin o un politico che potrebbe aiutare l’Europa a uscire dalla guerra?
Finito nei consigli di amministrazione energetici russi, l’amico personale dello zar è stato travolto soprattutto dalla scelta, dopo aver lasciato la cancelleria nel 2005, di assumere incarichi collegati a Gazprom e ai progetti energetici russo-tedeschi, in particolare il sistema di gasdotti del Baltico che incarnava la grande strategia economica tra Berlino e Mosca.
Fino alla guerra nulla quaestio, più o meno. Dopo l’invasione del 2022 quella relazione è diventata indigesta in Germania: il suo partito, la SPD, ha preso le distanze e la sua reputazione è stata demolita. Eppure ridurre Schröder a un semplice “servo dello zar”, come in queste ore si sta facendo, significa raccontare solo metà della sua storia.
Prima di essere il tedesco di Putin, Schröder è stato infatti il cancelliere che ha modernizzato la Germania. Al governo tra il 1998 e il 2005, guidando una coalizione rosso-verde, prese in mano un Paese rallentato dalla riunificazione, con alta disoccupazione e crescita debole.
La sua impronta resta legata all’Agenda 2010, il pacchetto di riforme del mercato del lavoro e del welfare che trasformò la Germania da “malato d’Europa” a locomotiva economica del continente.
Le sue riforme – controverse allora e ancora oggi divisive sul piano sociale – riuscirono ad aumentare competitività e occupazione, ponendo le basi della forza economica tedesca degli anni Merkel. Molti socialdemocratici non gliel’hanno mai perdonato.
Molti economisti, invece, continuano a considerarlo il politico che rese possibile la lunga stagione di prosperità tedesca. Schröder fu anche il cancelliere che provò a immaginare un’Europa geopoliticamente autonoma.
Nel 2003 si oppose, insieme alla Francia di Jacques Chirac, all’invasione americana dell’Iraq voluta da George W. Bush. Era un europeista pragmatico, convinto che la stabilità del continente dipendesse da una relazione ordinata con la Russia.
Da qui nasce il rapporto con Putin.Schröder definì Putin, in anni meno sospetti, un “democratico irreprensibile”, formula che riletta oggi risulta certo inquietante.
Ma, strategicamente, il tedesco immaginava che integrare economicamente la Russia nel sistema europeo ne neutralizzasse l’aggressività geopolitica.
Le cose non sono andate proprio per il verso giusto, ma oggi forse vale la pena di sforzarsi per riconoscere che proprio la relazione personale che resiste tra i due potrebbe avere una funzione politica.
La diplomazia, dopotutto, non si esercita tra amici ma tra interlocutori che si fidano abbastanza da parlarsi.
Naturalmente esistono rischi enormi. Berlino teme – non senza ragioni – che la proposta del Cremlino serva a dividere il fronte occidentale o a legittimare richieste russe ancora incompatibili con la posizione europea e ucraina.
E perciò ha accolto l’ipotesi con freddezza, osservando che da Mosca, finora, sono arrivate più aperture tattiche che reali segnali di compromesso.
Se la guerra dovesse davvero avvicinarsi a una fase negoziale, c’è qualcun altro in Europa che possa sedersi davanti al presidente russo con abbastanza credibilità reciproca da parlare non solo di tregua, ma di un nuovo equilibrio di sicurezza sul continente?
Se la risposta è no, allora la pace – almeno diplomaticamente – potrebbe davvero valere uno Schröder.
Massimiliano Radosta

