AREE INTERNE, L’ITALIA DIMENTICATA: UN PATRIMONIO A RISCHIO ESTINZIONE
Aree interne che Manlio Rossi Doria definiva “Terre dell’Osso”.
Un’Italia nell’Italia, per niente piccola per estensione territoriale e in cui vive una percentuale significativa di nostri concittadini.
Un’Italia che invecchia e va spopolandosi e fa venire in mente i versi di una bellissima canzone di Vinicio Capossela: «Eppure, vedete, restano le terre ma mancano i cristiani.
E mancando i cristiani non c’è chi le difende, e c’è invece chi ne approfitta».
L’Italia delle Aree interne che in parte rischia di estinguersi e sparire – soprattutto nel nostro Mezzogiorno – nell’arco di qualche decennio. Non sono pochi, infatti, i paesi che hanno raggiunto quasi un punto di non ritorno per ciò che concerne la presenza umana.
Dal Nord al Sud – ribadiamolo, soprattutto al Sud – è un’Italia, quella delle “Terre dell’Osso”, in grande sofferenza.
C’è il rischio che non pochi paesi, in breve tempo, vengano cancellati dalla cartina geografica e finiscano per ricordare Craco Vecchia, un meraviglioso e suggestivo paese in provincia di Matera, da tempo completamente disabitato e divenuto meta turistica, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato.
In questo caso – ad onor del vero – il paese fu abbandonato a causa di una delle tante vicende di dissesto idrogeologico, figlio del dissesto ideologico, che tanti drammi e lutti hanno fatto vivere alle italiche genti.
Ma lo spopolamento e il rischio desertificazione, di cui voglio parlarvi dalle colonne di Cronache, non dipende da frane e alluvioni, ma da un lento e inesorabile declino che da anni coinvolge centinaia e centinaia di paesi.
Con la scomparsa della presenza umana, va da sé, rischiano di sparire tradizioni antiche, culture, dialetti. Insomma, un tesoro che meriterebbe di essere tutelato perché è patrimonio dell’Italia tutta.
Questo per non dire che inevitabilmente la scomparsa della presenza umana si traduce, e potrebbe sempre più tradursi, in mancanza di cura dei territori, di preziosi habitat e di tutto ciò che dovremmo avere a cuore in omaggio all’art. 9 della Costituzione.
Fino ad oggi – a ben vedere – non si è fatto molto per provare ad invertire la rotta: sempre meno servizi, assenza di un’adeguata assistenza sanitaria, scarsa infrastrutturazione.
Uno scenario che in questo caso unisce il Paese dalle Alpi alle Piramidi, o meglio dal Piemonte alla Sicilia, passando per l’intero Appennino, in particolare quello meridionale.
Statistiche, cifre, dati sono quanto mai preziosi per aiutarci a capire. I crudi numeri ci offrono istantanee della realtà, fatti e solo fatti.
La lettura di un documento licenziato dall’ISTAT il 30 aprile di quest’anno, intitolato «Analisi granulare dei risultati censuari: un approccio per Aree interne», ci aiuta a capire cosa sta accadendo e quanto sia importante utilizzare al meglio i soldi del PNRR.
Occorre fare qualcosa che abbia respiro e visione prima che sia troppo tardi e considerando che in qualche caso è già troppo tardi.
Nell’incipit del sopra citato report viene riportata una frase di Fabrizio Barca, economista e già «Ministro per il Sud e la coesione sociale territoriale della Repubblica Italiana»: «Le Aree interne hanno tutte storie straordinarie, ma la storia straordinaria del loro possibile futuro è ciò che deve stare al centro, usando e rigenerando queste storie.
Questo è il mare “ampio e infinito” a cui puntare». Amen, caro Barca, verrebbe da chiosare.
Ma veniamo ora ai freddi numeri che ci ha offerto l’Istat e che fotografano la dimensione del problema: «I comuni delle Aree interne rappresentano il 48,6% del totale dei comuni e coprono il 58,8% del territorio nazionale».
L’Istituto, entrando ulteriormente nel dettaglio, distingue tra i comuni delle Aree interne i cosiddetti comuni periferici e ultraperiferici, che sono un po’ le aree interne delle aree interne.
Anche in questo caso i dati sono impressionanti: «I comuni periferici e ultraperiferici – scrive l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) – sono il 24% dei co- muni italiani e coprono il 33,7% del territorio nazionale».
C’è poi un dato che marca la notevole differenza tra Nord e Sud dello «Stivale»: «Nel Mezzogiorno 2 comuni su 3 appartengono ad Aree interne a fronte di poco più di 1 comune su 3 nella ripartizione settentrionale».
Altro dato di estremo interesse è quello che riguarda la percentuale di popolazione che vive nelle Aree interne e in quelle che, come detto, potremmo ribattezzare le aree interne delle aree interne (comuni periferici e ultraperiferici): «Nei comuni delle Aree interne – scrive l’Istat – risiede il 22,6% della popolazione, nei comuni periferici e ultraperiferici vi risiede il 9% della popolazione». In totale una percentuale consistente della popolazione italiana è polverizzata nelle Aree interne, per un totale di 13,3 milioni di abitanti, di cui oltre 7 milioni vivono nel Mezzogiorno. I cosiddetti «comuni polvere» sono davvero tanti e spesso si tratta di comuni che hanno una popolazione al di sotto dei 1000 abitanti.
Su di essi pende la “spada di Damocle” di una inevitabile e conclamata fragilità economica e de- mografica. Molti di questi comuni rischiano davvero di estinguersi nei prossimi decenni se non ci sarà una inversione di rotta.
Nel report Istat troviamo un altro dato su cui riflettere, anche se qualcuno potrebbe darlo per scontato: «Alla riduzione della popolazione delle Aree interne si affianca anche una ricomposizione della struttura per età.
Dal 2001 la piramide delle età è profondamente cambiata per entrambe le aree (centri e Aree interne, ndr).
In particolare la popolazione delle aree interne è più anziana rispetto a quella dei centri».
Le Aree interne più anziane – sottolinea l’Istat – sono in Liguria, Friuli Venezia-Giulia e Piemonte. Un altro dato interessante è rappresentato dalla presenza dei cittadini stranieri: essi sono prevalentemente di nazionalità rumena, marocchina, albanese e ucraina.
L’incidenza degli stranieri nelle Aree interne ultraperiferiche, periferiche e intermedie è rispettivamente del 4,6%, 6,2%, 7,6%.
L’ultimo dato Istat che vale la pena offrire all’attenzione dei lettori di Cronache riguarda la distribuzione della popolazione nei comuni periferici, ultraperiferici e intermedi nelle regioni italiane. Inevitabilmente salta all’occhio il dato della Basilicata, regione in cui circa l’80% della popolazione vive nelle sopracitate tipologie di comuni.
A seguire il Molise (circa il 70%), il Trentino Alto Adige (poco più del 50%). Scrive l’Istat: «Basilicata, Molise, Trentino Alto-Adige, Sicilia e Calabria presentano la maggiore incidenza di popolazione nelle Aree interne.
Lombardia, Piemonte e Veneto evidenziano la minore incidenza di Aree interne, con forte concentrazione della popolazione nei Poli».
Che dire, dunque? Possiamo solo augurarci che i tesori, le storie, la vita delle tante piccole Italie sopravvivano.
Nel farlo mi fa piacere citare Manlio Rossi Doria che scriveva: «È una terra che è stata mater e matrigna, che ha suscitato amori e odi profondi, è una terra della miseria o dell’osso, ma è anche terra di acque rigogliose e ristoratrici, terra del verde intenso e accecante, terra della natura incontaminata, della pace, del benessere, dei silenzi, del vento, della neve, degli orizzonti sconfinati…».
Vivano e prosperino, allora, le terre dell’osso d’Italia.
Maurizio Bolognetti

