MISSIONE RUBIO IN ITALIAL'editoriale di Alessandro Sansoni

MISSIONE RUBIO IN ITALIA

La doppia missione del Segretario di Stato USA Marco Rubio in Italia può dirsi sostanzialmente compiuta.

E non perché ci sia stato uno scambio di doni con Papa Leone o perché sia stato ribadito «l’imprescindibile partenariato strategico» tra Stati Uniti e Italia al termine del colloquio con Giorgia Meloni.

I nodi restano sul tappeto, ma il compito di Rubio non era scioglierli, bensì ricucire un dialogo. In fondo il succo della questione è tutto nelle parole della premier italiana quando dice che «l’Italia difende i propri interessi nazionali, esattamente come fanno gli Stati Uniti».

Il punto adesso è declinare questo assioma. In questo, il linguaggio decisamente sopra le righe del presidente americano ci può essere d’aiuto, perché chiarifica e rende intellegibile, non solo la strategia dell’attuale amministrazione americana, ma quella più generale perseguita dagli Stati Uniti in quanto tali.

Prendiamo la NATO, ad esempio, certamente un tema estremamente importante in questo momento, tanto per l’Italia, quanto per Europa e l’intero “Occidente allargato”.

Quando Trump annuncia la sua intenzione di ridurre la presenza militare americana in Europa, oppure accusa gli alleati di non essersi impegnati nella guerra con l’Iran, fa riferimento a questioni contingenti, ma in realtà ci illumina su direttrici di lungo periodo della politica di Washington.

L’Alleanza Atlantica è già da tempo, nei fatti, qualcosa di molto diverso da quella che fu varata all’indomani della II Guerra Mondiale, ma la domanda vera è se la sua esistenza abbia ancora un senso, almeno nelle forme e in base ai trattati che la regolano.

E questa domanda se la pongono non i paesi europei, ma gli Stati Uniti.

Dal punto di vista statutario la NATO è un’alleanza difensiva: in origine e durante la Guerra Fredda, il potenziale aggressore era chiaramente l’Unione Sovietica, insieme ai suoi satelliti.

Il venir meno della controparte all’inizio degli anni Novanta, ha lasciato un ampio margine di ambiguità, con la Russia post-sovietica che ha continuato teoricamente ad essere considerata un potenziale nemico, proprio al fine di giustificare l’esistenza della compagine atlantica, dando la possibilità ad apparati e strutture burocratiche di continuare ad esistere anche dopo il compimento della propria missione.

(La guerra in Ucraina ha fornito una apparente legittimazione al reiterarsi dell’esistenza della NATO, ma tutto sommato insufficiente).

Mentre per i paesi europei la fisionomia difensiva della coalizione consentiva di snellire i propri apparati difensivi nazionali, per spostare risorse sul mantenimento dello stato sociale, scaricando i costi della propria sicurezza sulla grande potenza egemone, al Pentagono hanno cominciato a riconsiderare l’utilità dell’alleanza in una logica diversa, ovvero una coalizione da mobilitare all’occorrenza nei vari teatri di crisi presenti nel mondo e capace di una proiezione globale.

E se la dottrina degli USA come potenza unipolare e “gendarme planetario” poteva tollerare una simile ambiguità, l’emergere nel corso dell’ultimo decennio di una grande potenza politica, militare ed economica come la Cina (e di varie potenze regionali), ha fatto saltare il banco.

Oggi per gli strateghi di Washington l’essenziale è il controllo completo del continente americano, affiancato da quello degli stretti (Hormuz, Taiwan, Artico, ecc), essenziale al mantenimento della supremazia marittima.

La NATO torna utile solo se gli alleati cooperano nel perseguimento di questi obiettivi, senza adagiarsi supinamente sotto l’ombrello difensivo americano, ma assumendo un ruolo militarmente (ed economicamente) pro-attivo, ma anche subalterno all’indirizzo politico-strategico stabilito dagli USA.

In caso contrario, la NATO se la possono anche tenere (e pagare) loro mentre noi ci sfiliamo, ci sta dicendo Trump nel suo linguaggio poco elegante.

Chi verrà dopo di lui userà, forse, parole diplomaticamente più raffinate, ma non cambierà la sostanza del discorso.

Ed è con questa realtà che dovremo misurare il nostro interesse nazionale.

Alessandro Sansoni

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