JIHADISMO LA MINACCIA INVISIBILELa Rete e le piattaforme social si confermano i principali strumenti di propaganda e reclutamento online

JIHADISMO LA MINACCIA INVISIBILE

Non succede più nelle moschee clandestine o negli scantinati adibiti a circoli culturali islamici, ma nelle stanze dei ragazzi, davanti a uno schermo o tramite uno smartphone.

È da lì che oggi passa il materiale per l’autoaddestramento dell’aspirante jihadista. Non c’è più bisogno di viaggi o di contatti diretti, né di gerarchie riconoscibili.

Basta una connessione.

Negli ultimi mesi, in Italia come nel resto d’Europa, sta emergendo con sempre maggiore evidenza un fenomeno tanto complesso quanto preoccupante: la radicalizzazione online.

Ma c’è un dato che, nonostante le preoccupazioni degli apparati d’intelligence, sta passando in sordina: l’età di chi sceglie lo Stato islamico si è abbassata notevolmente.

Le recenti indagini e operazioni delle forze dell’ordine mostrano come il web sia diventato il principale terreno di diffusione di propaganda estremista, capace di influenzare anche minorenni e soggetti molto giovani.

Un caso emblematico arriva da Palermo, dove i carabinieri del Ros hanno eseguito una misura cautelare nei confronti di due minorenni di origine egiziana. I ragazzi, secondo quanto emerso dalle indagini, avrebbero intrapreso un percorso di radicalizzazione a partire dal 2024, sviluppato quasi interamente attraverso piattaforme digitali come Instagram, TikTok, Telegram e WhatsApp.

Non si trattava di una semplice esposizione passiva a contenuti estremisti: i minorenni avrebbero partecipato attivamente alla diffusione di propaganda jihadista, condividendo materiali, interagendo con altri utenti radicalizzati e contribuendo alla circolazione di messaggi violenti.

Gli investigatori hanno accertato che i due ragazzi erano inseriti in una rete internazionale online, collegata a contenuti riconducibili a organizzazioni terroristiche come Isis e Al-Qaeda.

Nei dispositivi elettronici sono stati trovati numerosi file di propaganda, tra cui video, immagini e testi che esaltavano il jihad, il martirio e la lotta armata.

Dal punto di vista giudiziario, ai giovani vengono contestati reati gravi, tra cui l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo.

Tuttavia, trattandosi di minori, l’autorità giudiziaria ha disposto il collocamento in comunità, una misura che mira non solo alla sicurezza, ma anche al recupero e alla rieducazione. Le indagini restano in corso e, come previsto dalla legge, vale il principio della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.

Questo episodio non rappresenta un caso isolato.

È infatti il secondo in pochi mesi, seguito dal Tribunale per i Minorenni di Milano, a conferma di una tendenza in crescita.

I dati e le analisi più recenti indicano che la radicalizzazione avviene sempre più precocemente e si sviluppa soprattutto online, dove i contenuti estremisti sono facilmente accessibili e spesso presentati con linguaggi e modalità capaci di attrarre un pubblico giovane.

Parallelamente, un’analisi più ampia del fenomeno evidenzia come il contesto internazionale giochi un ruolo significativo.

I conflitti in Medio Oriente contribuiscono ad alimentare la propaganda jihadista, offrendo narrazioni che vengono sfruttate per reclutare nuovi adepti.

In questo scenario, i social media diventano strumenti fondamentali per la diffusione di messaggi ideologici, spesso mascherati da contenuti religiosi o politici.

Un ulteriore elemento di rischio è rappresentato dalla possibilità che la radicalizza- zione online si traduca in azioni concrete. Le autorità parlano sempre più spesso di “lupi solitari”, individui che agiscono in modo autonomo, senza un collegamento diretto con organizzazioni strutturate, ma ispirati dalla propaganda. Questo tipo di minaccia è particolarmente difficile da prevenire, proprio perché si sviluppa in contesti individuali e spesso invisibili fi- no alle fasi più avanzate. Per questo motivo, lo Stato ha rafforzato le misure di prevenzione e control- lo. Le forze dell’ordine intensificano il monitoraggio del web, mentre aumentano i controlli su obiettivi sensibili, infrastrutture e luoghi affollati. Anche la cooperazione internazionale è stata potenziata, soprattutto lungo rotte considerate a rischio, come quella balcanica.

Tuttavia, la repressione da sola non basta.

Il caso del minorenne di Como, analogo ai casi di Palermo e Milano, mette in luce anche la necessità di interventi educativi e sociali.

La radicalizzazione giovanile è spesso il risultato di un insieme di fattori: isolamento, fragilità personale, ricerca di identità e appartenenza. In questo senso, diventa fondamentale il ruolo della scuola, della famiglia e delle comunità locali nel riconoscere i segnali di disagio e intervenire prima che il processo di radicalizzazione diventi irreversibile. In conclusione, il fenomeno della radicalizzazione jihadista tra i giovani rappresenta una sfida complessa che richiede un approccio multidimensionale.

Le operazioni di polizia, come quella di Como o Palermo, dimostrano l’efficacia dell’azione preventiva, ma evidenziano anche la profondità del problema.

Comprendere e contrastare le dinamiche della radicalizzazione online è oggi una priorità non solo per la sicurezza, ma anche per la tutela delle nuove generazioni.

Anna Tammariello

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