IL MONDO IN CASA NOSTRA
Oggi parliamo di Trump come se stessimo discutendo del sindaco del nostro paese.
Così come delle questioni energetiche, in verità senza capirci molto.
Abbiamo imparato la geografia del Medioriente, distinto Dubai e Abu Dhabi mentre ancora le sognavamo cercando l’offerta di volo più vantaggiosa.
Ora che crediamo di sapere tutto degli Emirati Arabi, di Opec e prezzo del petrolio e abbiamo rilassato i nostri sogni con l’alibi della crisi del carburante, stiamo cercando la nostra nuova cittadinanza in un mondo che all’improvviso si è rimpicciolito.
Cinque anni fa il mondo si era chiuso, poi ha iniziato a sbattere le porte fino a spingerci, tutto così velocemente, sulle sponde del nostro disorientamento.
Cosa stiamo aspettando non lo sappiamo.
Sappiamo però che dal quel fiume è passato il cadavere del Novecento, coni suoi sogni di gloria.
Possibile, così, senza segnali? La tentazione è pensarlo, ma è una scorciatoia. Più rassicurante, che vera.
L’oggi non è nato dal nulla, è cresciuto nelle crepe delle società stanche, si è nutritodi paure condivise. Sono cambiati anche i linguaggi mentre si restringevano gli orizzonti.
Dunque non è stato un incidente (anche se da vecchia crociana mi ostino a pensarlo) ma un processo.
La libertà è diventata un problema, i diritti, questa parola vaga, si sono affinati in nome della sicurezza, dell’efficienza, dei pareggi di bilancio.
Abbiamo corretto anche le parole, per pudore, lo sfruttamento è diventato diseguaglianza, le guerre sono diventate operazioni, i controlli prevenzione.
Tutta questa premessa per arrivare a dire cosa? Per arrivare a dire che, paradossalmente, più il mondo si è ristretto più lo sorvoliamo con le nostre discussioni.
E il sistema dell’informazione è ovviamente dentro questo meccani- smo. Mai come in questo momento la politica interna, gli esteri sono diventati cronaca locale.
Perché se il mondo ha chiuso le porte, i mercati non ancora, e dunque quello che succede oltre oceano ha un impatto diretto dentro le nostre case e le nostre tasche.
Perciò, per capire cosa sta succedendo, abbiamo bisogno di aggiornare i file, di qua e di là, a est e a ovest.
Se l’Europa decide che una parte delle risorse della politica di coesione deve essere destinata al riarmo, l’effetto lo vediamo a Palermo, come a Matera come nelle Valli dell’Astigiano.
Un mio vecchio direttore, quando arrivava il tempo di Sanremo, diceva che il festival era cronaca locale e come tale dovevamo infilarlo nel giornale.
Perché lo guardavano tutti in tv, all’ora di cena e il giorno dopo ne discutevano.
Ecco, il parametro è quello. Con una piccola, sostanziale differenza. Le canzonette non fanno male a nessuno.
Qui rischiamo un nuovo assetto mondiale. In ballo – scusate la parola ma io la uso – c’è la nostra democrazia e il rischio di perderla non perché qualcuno ce la tolga ma perché abbiamo smesso di riconoscerne il valore.
Dunque, lo sforzo di Cronache di allargare lo sguardo va in questo senso.
Non si tratta soltanto – e già non sarebbe banale – di offrire un’informazione più sistematica oltre quella locale, ma di analizzare la seconda alla luce della prima. Operazione per nulla agevole. Ma è l’unico modo per capire se i lavori in corso sulla Basentana potranno mai terminare. Non dipende, o non dipende più solo da Potenza.
Lucia Serino

