SEGNI DI PACE
Ieri, 15 aprile 2026, nelle sale istituzionali di Palazzo Valentini a Roma, si è rinnovato un appuntamento che, negli ultimi anni, si è progressivamente affermato come uno dei momenti più significativi nel panorama culturale italiano, dedicato alla promozione del dialogo e della nonviolenza.
Si è trattato della terza edizione del Premio Nazionale “Segni di Pace”.
Un evento che non si limita a celebrare personalità meritevoli, ma si configura come un vero e proprio spazio simbolico in cui la cultura diventa azione concreta e la parola si trasforma in strumento di costruzione sociale.
Promosso dalla Cattedra della Pace di Assisi, presieduta da Renato Ongania, il premio nasce con una vocazione precisa: riconoscere e valorizzare coloro che, attraverso l’arte, la cultura, l’impegno civile e il lavoro associativo, contribuiscono a diffondere una cultura della pace in un contesto globale segnato da tensioni, conflitti e frammentazioni.
Non si tratta, dunque, di un riconoscimento meramente celebrativo, ma di un atto politico e culturale nel senso più alto del termine, capace di dare visibilità a esperienze che costruiscono quotidianamente ponti tra persone, territori e sensibilità diverse.
L’edizione 2026 ha assunto un significato particolare anche per la forte presenza lucana tra i premiati. Quattro figure provenienti dalla Basilicata rappresentano, ciascuna nel proprio ambito, esempi concreti di come l’identità territoriale possa dialogare con una visione universale della pace.
Si tratta di Luigi Scaglione che, attraverso il suo impegno con il CIM Lucani nel Mondo, ha contribuito a mantenere vivi i legami tra le comunità lucane sparse nel mondo, trasformando la memoria e l’appartenenza in strumenti di coesione e dialogo interculturale.
Celeste Pansardi Lauria, presidente dell’Associazione Nemus Olim, incarna una forma di impegno culturale radicata nel territorio ma aperta alla contemporaneità, capace di valorizzare il patrimonio storico e ambientale come luogo di incontro e riflessione condivisa.
Il suo lavoro dimostra come la tutela della memoria e del paesaggio possa diventare un linguaggio universale di pace.
Rocco Ditella, regista e attore originario di Tricarico sottolinea, invece, il ruolo fondamentale delle arti performative. Il teatro e il cinema, nelle sue opere, si trasformano in strumenti di narrazione critica e di empatia, capaci di attraversare le differenze e restituire complessità alle storie umane.
In un’epoca dominata da comunicazioni rapide e spesso superficiali, il linguaggio artistico diventa così uno spazio privilegiato di ascolto e comprensione.
Infine, Agnese Belardi, presidente del Salotto “Donata Doni” di Lagonegro, rappresenta una dimensione più intima ma altrettanto potente dell’impegno culturale: quella dei luoghi di incontro, della parola condivisa, della poesia come pratica quotidiana.
Il suo lavoro richiama direttamente il pensiero di Donata Doni, sintetizzato nella frase che accompagna idealmente il premio: “Se la parola è un ponte, la poesia è luce che lo illumina”.
Una visione che restituisce alla cultura una funzione profondamente etica, capace di orientare le relazioni umane verso l’ascolto e il rispetto reciproco. In questo senso, il Premio “Segni di Pace” si inserisce in una tradizione italiana che riconosce alla cultura un ruolo centrale nella costruzione della convivenza civile.
A detta del presidente Ongania, non è un caso che si sia svolto in un luogo istituzionale come Palazzo Valentini, simbolo di rappresentanza democratica: la pace che sembra suggerire l’iniziativa non è un concetto astratto, ma un processo che coinvolge Istituzioni, cittadini, artisti e comunità.
L’edizione 2026 ha ribadito con forza una convinzione: la pace non si costruisce solo nei grandi consessi internazionali, ma prende forma nei gesti quotidiani, nelle parole scelte con cura, nei progetti culturali capaci di generare relazione.
Vincenzo Maida

