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LUCA SPADA, DETTO “SPADINO” SERIAL KILLER?

Morti in ambulanza, l’ombra dell’embolìa gassosa e le intercettazioni choc: prende forma l’ipotesi di una possibile serialità 

Intervista alla criminologa Elisabetta Sionis, giudice onorario presso la Corte D’Appello di Cagliari

Nel contesto della recente indagine avviata dalla Procura di Forlì, una serie di decessi verificatisi durante trasporti sanitari in ambulanza ha determinato l’iscrizione nel registro degli indagati di Luca Spada, operatore del settore, con contestazione provvisoria di omicidio volontario aggravato. L’attenzione investigativa, inizialmente circoscritta a un singolo episodio, si è progressivamente estesa alla verifica di ulteriori eventi analoghi, collocati in un arco temporale compatibile e caratterizzati da elementi di possibile ricorrenza.
Tra le prime ipotesi formulate in sede investigativa e medico-legale figura quella della embolìa gassosa eteroindotta, vale a dire l’introduzione deliberata di aria nel sistema circolatorio della vittima, meccanismo che può determinare esiti fatali e che, per le sue caratteristiche, presenta particolari criticità sotto il profilo dell’accertamento causale, soprattutto in assenza di esami specifici e tempestivi.
Il quadro investigativo si fonda, allo stato, su una pluralità di elementi eterogenei, comprendenti accertamenti autoptici, analisi tossicologiche, ricostruzioni temporali e contenuti captati nel corso di attività di intercettazione.

Dottoressa Sionis, quale lettura criminologica può essere proposta in relazione a questo tipo di vicende?

L’analisi di casi caratterizzati da una presunta pluralità di eventi lesivi o mortali in contesti analoghi impone, in primo luogo, la verifica della sussistenza di un eventuale pattern comportamentale. La nozione di serialità, in ambito criminologico, presuppone non solo la ripetizione di eventi, ma anche l’individuazione di elementi strutturali comuni che riguardino le modalità esecutive, il contesto operativo e il profilo soggettivo dell’autore. Nel caso in esame, la concentrazione di decessi in un contesto sanitario o para-sanitario, unitamente alla presenza ricorrente di un medesimo operatore, costituisce un elemento che giustifica l’approfondimento investigativo, ma non è di per sé sufficiente a fondare un giudizio di responsabilità.

Le prime ipotesi investigative fanno riferimento all’embolìa gassosa eteroindotta. Qual è la rilevanza di tale indicazione?

L’embolìa gassosa eteroindotta rappresenta una modalità di azione che, sotto il profilo medico-legale, è nota per la sua idoneità a provocare eventi letali attraverso l’introduzione di aria nel circolo ematico. La sua rilevanza, in ambito investigativo, deriva dal fatto che può risultare difficilmente identificabile in assenza di accertamenti specifici, soprattutto quando l’evento si verifica in soggetti già compromessi sotto il profilo clinico.

L’eventuale utilizzo di una simile modalità operativa si inserisce in una tipologia di condotte che presuppongono competenze tecniche di base e accesso diretto alla vittima, elementi che ricorrono frequentemente nei casi analizzati nella letteratura internazionale relativi a operatori sanitari coinvolti in eventi criminosi seriali.

È corretto richiamare la categoria dell’“angelo della morte”?

La definizione, pur avendo origine giornalistica, trova corrispondenza in categorie analitiche della criminologia.Essa viene utilizzata per descrivere soggetti che operano in contesti di cura e che intervengono attivamente sul decorso vitale delle vittime. Tuttavia, la letteratura evidenzia come tali condotte non siano riconducibili a un’unica matrice motivazionale, ma possano derivare da una combinazione di fattori, tra cui il bisogno di controllo, la desensibilizzazione alla sofferenza altrui e, in alcuni casi, la ricerca di gratificazione personale.

La letteratura internazionale documenta numerosi casi in cui operatori sanitari sono stati ritenuti responsabili di decessi seriali in contesti assistenziali. Tra questi si possono richiamare, a titolo esemplificativo, le vicende di Harold Shipman e Charles Cullen, nonché il caso di Kristen Gilbert. In ambito nazionale, è noto il procedimento che ha coinvolto Daniela Poggiali. In tali vicende, l’individuazione della condotta criminosa è risultata particolarmente complessa proprio a causa della sovrapposizione tra cause naturali di morte e possibili interventi esterni.

Nel caso in esame si ipotizza anche un possibile movente economico. Come si inserisce tale elemento nell’analisi criminologica?

L’ipotesi di un movente economico deve essere valutata all’interno di un quadro più ampio. Nei casi di omicidi seriali in ambito sanitario, si è osservata frequentemente la presenza di motivazioni composite, nelle quali componenti psicologiche e utilitaristiche possono coesistere. Il vantaggio economico, ove presente, non sempre costituisce il movente principale, ma può rappresentare un elemento concorrente che si integra con dinamiche di natura soggettiva.

Dottoressa, le intercettazioni tra l’indagato e la compagna hanno suscitato particolare attenzione. Qual è il loro effettivo rilievo investigativo e come devono essere interpretate?

Le intercettazioni rappresentano uno strumento investigativo di indubbia rilevanza, ma il loro valore deve essere sempre ricostruito attraverso un’analisi contestuale e non atomistica.

Alcune conversazioni emerse, secondo quanto riportato da fonti aperte, si distinguerebbero per contenuti non immediatamente neutri rispetto ai fatti oggetto di indagine. In particolare, è stata richiamata una frase attribuita alla compagna dell’indagato, del tipo «hai fatto fuori un altro vecchio?», la cui struttura linguistica, diretta e apparentemente priva di sorpresa, ritengo sia meritevole di approfondimento.

Ulteriori dialoghi sarebbero caratterizzati da un registro comunicativo che non evidenzia reazioni di discontinuità, dissociazione o incredulità rispetto ai contenuti evocati. Tali elementi possono essere letti come possibili indicatori di una familiarità con determinati riferimenti fattuali, pur restando necessario verificarne il significato effettivo alla luce del contesto relazionale, delle modalità espressive e degli eventuali riscontri esterni che potrebbero offrire elementi utili alla comprensione della dinamica interpersonale e del posizionamento psicologico dei soggetti coinvolti.

Alla luce di tali interlocuzioni, è ipotizzabile un livello di consapevolezza da parte della compagna e, in caso affermativo, quale sarebbe il significato sotto il profilo giuridico e relazionale?

Un’eventuale consapevolezza deve essere nettamente distinta dalla partecipazione al reato. Nel diritto penale, la responsabilità richiede un contributo concreto e causalmente rilevante: la mera conoscenza dei fatti, anche se consapevole, non è sufficiente in assenza di un apporto attivo.

In contesti relazionali stretti, la conoscenza può inserirsi in dinamiche di progressiva normalizzazione della condotta, riducendone la percezione di gravità. È in questo ambito che la criminologia colloca il fenomeno delle “coppie criminali”, in cui il legame affettivo può funzionare da fattore di rafforzamento o di legittimazione implicita. Solo la condivisione attiva, se supportata da elementi concreti, può assumere rilevanza anche sotto il profilo penale.

Un elemento che ha suscitato attenzione è il sorriso dell’indagato al momento dell’arresto. Come viene interpretato in criminologia?

La manifestazione di un sorriso in un contesto di arresto può essere interpretata, sul piano personologico e della comunicazione non verbale, come indicatore delle modalità di regolazione emotiva. In determinati casi è stata associata a forme di distacco affettivo o a tratti caratterizzati da ridotta empatia e controllo dell’espressione emotiva.

Comportamenti analoghi sono stati osservati in soggetti come Ted Bundy e Jeffrey Epstein, il cui atteggiamento in sede giudiziaria è stato descritto come controllato o apparentemente compiaciuto.

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