Perfetto, allora riprendiamo davvero il cammino. Quello dei talenti lucani, s’intende. Un percorso che da oggi torna a essere settimanale, un appuntamento fisso, come il caffè corretto al bar o come l’eterna promessa politica “dopo le feste”. Ogni lunedì un nome, una storia, una traiettoria creativa che parte da questa terra sghemba e resistente. Oggi tocca ai Renanera. E toccherebbe anche far finta di niente, perché ormai li conoscono in molti. Ma proprio per questo vale la pena fermarsi: quando un talento diventa “normale”, rischia di essere da- to per scontato. Ed è lì che la Lucania, storicamente, inciampa.
NON UNA BAND, MA UN PROGETTO
I Renanera non sono una band nel senso stretto e comodo del termine. Sono un progetto, parola più scivolosa ma anche più vera. Un progetto in cui convivono musica world, sonorità elettroniche e una dimensione teatrale di matrice popolare. Tradotto: non ti fanno solo ascoltare, ti fanno guardare, immaginare, attraversare. E soprattutto non ti coccolano. Ti prendono per mano e ti portano dove non avevi programmato di andare. A volte nelle radici, a volte in una periferia dell’anima, a volte in un fu- turo che non ha ancora un codice postale.
UN NOME CHE SA DI TERRA E DI SCENA
Il nome, Renanera, già dice molto: terra, oscurità fertile, notte che genera. Niente leziosità, niente nomi da playlist domenicale. Qui c’è odore di scena, di palco sudato, di suono che non è mai solo sottofondo. E infatti quando li incontri dal vivo capisci una cosa semplice: non stanno lì per intrattenere, ma per accadere. Che è una differenza enorme, soprattutto in un’epoca in cui tutti vogliono “fare contenuti” e pochissimi osano ancora fare esperienze.
TRADIZIONE E CONTAMINAZIONE
La loro cifra sta tutta in quel confine instabile tra tradizione e contaminazione. Da una parte il richiamo della musica popolare, del dialetto interiore (anche quando la lingua non è dialetto), delle storie che sanno di polvere e di riti. Dall’altra l’elettronica, la manipolazione del suono, la ricerca timbrica che guarda più avanti che indietro. Il rischio, in questi casi, è sempre quello del pasticcio: folklore di plastica o avanguardia finta. I Renanera, invece, restano in equilibrio. Scomodo, certo, ma vero. E la verità, sul palco, è sempre riconoscibile: non ha bisogno di urlare. Incontri che non capitano per caso. Nel loro percorso ci sono collaborazioni che non si improvvisano. Vittorio De Scalzi ed Eugenio Bennato non sono nomi che capitano per errore. Sono due mondi diversi, ma entrambi legati a un’idea profonda di musica come racconto, identità, movimento. Il fatto che abbiano incrociato il cammino dei Renanera dice molto più di mille comunicati stampa: significa che quel progetto non è un gioco locale, non è un passatempo da fine settimana, ma una traiettoria che dialoga con pezzi importanti della musica italiana. E quando accade, di solito, è perché qualcuno ha riconosciuto un’urgenza. Non una moda.
QUANDO IL PALCO DIVENTA RITO
C’è poi l’aspetto teatrale, che è la loro vera firma emotiva. I Renanera non si limitano a suonare: mettono in scena. Corpi, voci, ombre, gesti. La dimensione performativa non è un orpello estetico, ma una componente strutturale. È come se la musica da sola non bastasse a contenere tutto quello che vogliono dire. Così allora interviene il teatro: non quello rassicurante delle poltrone rosse e del sipario educato, ma quello più antico, più rude, più vicino al rito che allo spettacolo televisivo. Lo spettatore, in quel momento, non consuma: partecipa. E spesso ne esce un po’ scomposto, che è un buon segno.
I SENTIERI DEL POLLINO E QUELLI DELL’ANIMA
Se si volesse usare una metafora lucana, si potrebbe dire che i Renanera sono come certi sentieri del Pollino: non sono segnalati benissimo, non hanno i cartelli patinati, ma se li imbocchi trovi un panorama che ti sposta l’orizzonte. Solo che qui il panorama non è solo fuori, è dentro. La loro musica non ti chiede “ti piace?”, ma ti fa una domanda più scomoda: “dove sei tu, in tutto questo?”. E chi non è abituato a rispondere a domande del genere, a volte, si agita.
IL PARADOSSO LUCANO DEL TALENTO
Il paradosso è che un progetto così, in altre latitudini, sarebbe stato subito etichettato, protetto, sostenuto, raccontato come esempio. Da noi, invece, resta spesso sospeso in quella zona grigia tra l’orgoglio postumo e la distrazione quotidiana. Ci si ricorda dei Renanera quando suonano fuori, quando collaborano con nomi importanti, quando tornano con qualche riconoscimento. Meno quando faticano, sperimentano, sbagliano. Perché sì, anche loro sbagliano. Ed è proprio questo che li rende vivi. Il talento vero non è quello che non inciampa mai, ma quello che continua a camminare anche con le ginocchia sbucciate.
RADICI COME MOTORE
C’è qualcosa di profondamente lucano nei Renanera, anche quando non lo dichiarano. Non nel senso folkloristico, ma in quella specie di ostinazione poetica che caratterizza chi cresce in una terra marginale senza farsi schiacciare dalla marginalità. La Lucania, da questo punto di vista, è una scuola durissima: ti insegna che se vuoi restare devi in- ventarti, e se vuoi andare via devi portarti dietro qualcosa che pesi davvero. I Renanera si sono portati dietro le radici, ma non co- me zavorra. Come motore.
L’ARTE DI NON SEMPLIFICARE
E poi, diciamolo senza timidezze: in mezzo a tanto rumore che passa per musica, in mezzo alle canzonette travestite da rivoluzioni e alle rivoluzioni ridotte a jingle, i Renanera fanno una cosa rivoluzionaria davvero: non semplificano. Non spiegano tutto, non rassicurano sempre, non cercano l’applauso facile. E nell’epoca dell’algoritmo, questo è un atto quasi sovversivo. L’algoritmo ti vuole prevedibile. Loro, invece, ti vogliono vivo.
ANCHE QUESTA È POLITICA
C’è anche una dimensione politica, se per politica intendiamo lo sguardo sul mondo. Non quella urlata dei manifesti, ma quella profonda delle scelte estetiche. Fare world music oggi, nel Sud d’Europa, senza scivolare nel cartolina–tour per turisti, è già una presa di posizione. Usare l’elettronica senza trasformarla in sterile esercizio da laboratorio è un’altra. Inserire il teatro in un progetto musicale senza fare il “teatrino” è una terza. I Renanera queste tre tentazioni le attraversano e, sorprendentemente, ne escono quasi sempre indenni.
LA DOGANA DELL’ABITUDINE
Ironia della sorte: spesso chi li ascolta per la prima volta resta un po’ spiazzato. Non sono immediati, non sono “facili”. Ma se torni ad ascoltarli, e chi torna lo fa quasi sempre, capisci che quel primo spaesamento era solo la dogana dell’abitudine che stavi attraversando. Dopo, il territorio è tutto da esplorare.
AUTENTICITÀ COME RESISTENZA
E allora sì, possiamo dirlo con serenità e senza gonfiare nulla: i Renanera sono uno dei progetti più originali e riconoscibili della scena lucana degli ultimi anni. Non perfetti, non accomodanti, non seriali. Ma autentici. E oggi l’autenticità, più che un valore, è una forma di resistenza culturale.
RESTARE INDEFINITI PER RESTARE VIVI
In un tempo in cui tutti cercano di assomigliare a qualcosa che già funziona, loro continuano testardamente a essere qualcosa che ancora non è stato del tutto definito. E forse è proprio questo, il loro segreto: restare in movimento, non diventare mai un’etichetta, non trasformarsi in formula. Ogni volta che pensi di averli “capiti”, fanno un passo di lato. E ricominci daccapo. Come con le cose importanti.
UNA CERTEZZA E UNA PROMESSA
Chiudiamo allora questo primo ritorno nel viaggio dei talenti lucani con una certezza e una promessa. La certezza è che i Renanera sono una storia che vale la pena ascoltare più volte, non solo una volta. La promessa è che questo percorso continua: l’appuntamento con il racconto di un altro talento lucano è per lunedì prossimo. Camminiamo ancora. E stavolta, possibilmente, senza distrarci.
Dino Quaratino

