UN MLN ALL’ANNO PER CHIUDERE APEALa partecipata della provincia liquidata per favorire un privato

Ieri vi abbiamo portato nel mondo Apea, nelle aporie e nelle contraddizioni esistenti tra il dire della sinistra che protegge il lavoro e l’amministrare della sinistra che umilia e licenzia i lavoratori e vi abbiamo spiegato come tra il dire di voler tutto pubblico e il privatizzare ciò che pubblico era ci sia la stessa distanza del mare.

In pratica l’amministrazione del pentastellato Giordano ha messo deliberatamente in campo una strategia economicoamministrativa finalizzata a distruggere la funzionalità di APEA, la dignità dei lavoratori e a privatizzare un servizio che si è trasformato da aiuto ai cittadini a sistema per fare cassa sulle spalle dei cittadini.

Oggi proveremo a spiegarvi anche che APEA si poteva salvata.

Ne esistevano tutte le condizioni, che c’era la disponibilità della Regione Basilicata ma non c’è stata nessuna apertura da parte dei Cinque Stelle.

APEA SI POTEVA SALVARE APEA

Come abbiamo più volte detto e spiegato, era una società in house della Provincia di Potenza.

Nella sua mission c’erano tantissime attivi- tà soprattutto rivolte al piano energetico.

Sostanzialmente si occupavano dell’operazione “caldaia sicura” nel cui ambito avevano fatto il catasto degli impianti termici e di coaudivare le attività per le autorizzazioni uniche ambientali della Provincia di Potenza.

La società veniva da tre bilanci in utile prima del 2023.

Da quel momento e fino al suo scioglimento non ha avuto più nessuna commessa da parte del socio unico Provincia di Potenza pur essendo, come detto, una società in house ovvero una di quelle società che, ai sensi del Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica «ricevono affidamenti diretti di contratti pubblici dalle amministrazioni che esercitano su di esse il controllo analogo» prevedendo che «l’ottanta per cento del loro fatturato sia effettuato nello svolgimento dei compiti a esse affidati dall’ente pubblico o dagli enti pubblici soci».

È importante il riferimento le- gale non tanto per annoiare il lettore in giochi da legulei quanto per capire che, essendo venute meno le commesse del socio unico, APEA non aveva più le ragioni giuridiche per esistere.

Ieri abbiamo raccontato della relazione del MEF che evidenziava alcune criticità nella gestione di APEA e che è stata utilizzata per giustificare politicamente la liquidazione dell’ente. Il MEF, però, non ha mai ordinato la chiusura di APEA.

Al contrario, nella relazione si legge che “la società è affidataria in house providing dei servizi (…) da parte dell’ente socio che detiene il 100% del capitale sociale” e che “nel prendere atto che la Provincia di Potenza risulta effettivamente proprietaria dell’intero capitale sociale e che l’80% del fatturato è reso nei suoi confronti, permangono perplessità sul corretto esercizio del controllo analogo” senza mettere in dubbio che la commessa prevalente fosse un “servizio pubblico locale a rilevanza economica” potendosi affidare il servizio all’APEA previa “valutazione della congruità economica dell’offerta del soggetto in house (APEA)”Per far funzionare APEA sarebbe bastato, come già detto, istituire il controllo analogo propedeutico alla corretta attuazione di quanto riportato dal testo unico sulle partecipate consentendo l’affidamento diretto previa verifica dell’economicità.

La Provincia di Potenza ha preferito non farlo. Ha scelto di non farlo. Ha vo- luto non farlo, non era costretta a liquidare la società.

IL RIFIUTO DI CESSIONE AD APIBAS

Non solo la Provincia non ha attuato quanto era necessario fare per salvare APEA ma ha deliberatamente voluto evitare che chiunque potesse salvarla.

In caso di mancata attuazione delle riforme necessarie, infatti, la Legge impone come soluzione la fusione, la soppressione o la cessione. Essendo impossibile la fusione perché APEA era l’unica società partecipata dalla Provincia di Potenza, restavano come ipotesi percorribili la liquidazione che avrebbe determinato il licenziamento dei lavoratori o la cessione della stessa ad un’altra società.

Qualsiasi imprenditore serio per la propria azienda preferirebbe la cessione alla liquidazione. Se quell’imprenditore poi è un ente pubblico che ha anche funzioni sociali tutti si immaginerebbero un epilogo simile.

C’era anche la soluzione possibile. Esisteva, infatti, la possibilità di far acquisire tramite cessione di ramo d’azienda i dipendenti e il know how dalla società regionale APIBAS.

In questo modo i lavoratori non avrebbero perso il posto e le conoscenze sarebbero rimaste in mano pubblica. Inspiegabilmente la Provincia di Potenza non ha mai preso in considerazione questa ipotesi.

TUTTO IN MANO AL PRIVATO

Una persona sana di mente si chiederebbe il perché di questa scelta. La risposta è nel Decreto Presidenziale n. 89, preparato in segreto in cui veniva approvata la proposta di Project Financing per la concessione del servizio “Operazione Caldaia Sicura” ad un privato per l’importo monstrum di 1.000.000 di euro l’anno da introitare attraverso il costo dei bollini, le verifiche a pagamento e le sanzioni.

La scusa del MEF, la mancanza di volontà di salvare APEA trovava la sua motivazione nella volontà di far guadagnare un privato trasformando un servizio pubblico che doveva aiutare i cittadini verso una migliore gestione degli impianti termici in una occasione di speculazione per un’impresa privata che si sarebbe dovuta prodigare per spennare i cittadini.

Ieri abbiamo posto una questione politica che è rimasta ancora senza risposta.

La riproponiamo oggi.

Ma i consiglieri regionali, i parlamentari, gli esponenti politici del Movimento Cinque Stelle e del Partito Democratico che ogni giorno versano le proprie lacrime per i lavoratori di stellantis, che urlano contro la privatizzazione del servizio pubblico, che inveiscono contro le speculazioni dei privati non hanno davvero nulla da dire su queste scelte di Giordano e del centrosinistra che governa la Provincia di Potenza.

Forse 11 lavoratori non sono un bacino elettorale sufficiente per versare le lacrime? Certo è che il delta tra il dire e il fare mostra e svela per intero tutta l’ipocrisia di chi predica bene e razzola malissimo

Massimo Dellapenna

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