C’è un numero che fa più rumore di mille convegni: 12.208. Tanti sono i ragazzi lucani che, dopo il diploma, hanno deciso di mettere nello zaino sogni, libri, speranze e soprattutto un biglietto di sola andata. Sette su dieci lasciano la Lucania per iscriversi all’università altrove. E se la statistica ci dice che chi parte difficilmente torna, allora questo dato non è solo accademico: è l’ennesimo chiodo piantato nella bara dello spopolamento. Non serviva “Skuola.net” a dircelo, ma la freddezza dei numeri ci restituisce il primato amaro: la Lucania è in vetta alla classifica nazionale per migrazione universitaria. Una regione laboratorio di partenze. Nessuno sogna di restare.
PERCHÉ?
Qui le spiegazioni si fanno interessanti.
Non basta la solita litania della “mancanza di lavoro”.
Qui manca, banalmente, anche l’offerta formativa. A Potenza e Matera, l’Università della Lucania ha costruito negli anni un presidio dignitoso: ci sono Agraria, Ingegneria, Scienze della Formazione, Lettere… o meglio, oggi sono compartimenti disciplinari, i dipartimenti che raggruppano queste aree.
Il concetto è lo stesso, ma il nome cambia, perché anche l’università deve sentirsi moderna.
Ma i nostri ragazzi sognano altro, e non basta il cambio di etichetta a trattenerli.
Secondo i dati raccolti da “Social Data” nel 2025, le facoltà più discusse e desiderate in Italia sono: Medicina, Economia, Ingegneria, Psicologia e Giurisprudenza.
In Lucania, di queste, troviamo solo alcune: Medicina (pochi posti), Ingegneria… e per il resto? Economia, Psicologia, Giurisprudenza… nulla.
Tradotto in soldoni: chi sogna di studiare queste discipline deve fare le valigie e partire.
E allora i ragazzi che vogliono diventare avvocati, psicologi o futuri manager? Imboccano la Basentana e spariscono.
Non basta. Perché se allarghiamo lo sguardo, ci accorgiamo che manca anche un’offerta culturale più “creativa”. Un DAMS – Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo – non esiste ancora in Lucania.
Eppure parliamo di una terra che ha dato i natali a registi come Rocco Papaleo e che ospita numerosi talenti lucani: Antonello Faretta, Angelo Troiano, Giuseppe Marco Albano, Sergio Ragone, Antonio Andrisani, Enzo Musmanno, Maria Pia Papaleo, Domenico Orlandi, tutti attivi in produzioni, corti e festival sparsi tra Matera, Potenza, Nova Siri e Maratea.
Senza dimenticare i grandi nomi storici con legami lucani: Pasquale Festa Campanile, Ruggero Deodato, Pasquale Plastino, e registi internazionali che hanno scelto la Lucania come set: da Luchino Visconti (Rocco e i suoi fratelli) a Francesco Rosi (Cristo si è fermato a Eboli), da Pasolini a Tornatore, Salvatores, e persino il remake di Ben Hur e l’ultimo 007.
Il territorio lucano emerge nel cinema come protagonista silenzioso: paesaggi ancestrali, austeri, capaci di evocare luce, sacralità e memoria.
Eppure qui manca una facoltà di cinema, una scuola che sappia cogliere e formare questi talenti. Così i giovani appassionati di arti e spettacolo devono partire, perché il sogno rimane altrove.
Ecco allora lo scenario completo: la Lucania non è terra di opportunità universitarie, ma terra di allenamento alle partenze.
NEL FRATTEMPO, GUARDIAMO ALTROVE
Oggi il Mattino titola: “L’innovazione fa rete, Napoli polo d’attrazione”.
A Napoli si rafforzano i poli tecnologici, l’università dialoga con le imprese, si crea una rete.
Noi, invece, continuiamo a fare i conti con la solitudine accademica.
La nostra università fa quel che può, ma è come mandare un falegname con un seghetto a costruire un grattacielo: servono strumenti, visione, investimenti.
Sia chiaro: l’Università della Lucania non è da demolire.
Ha eccellenze di ricerca, docenti appassionati, studenti brillanti.
Ma è una Ferrari chiusa in garage senza benzina.
E il risultato è che la Lucania, più che “regione cerniera”, diventa “regione imbuto”: tutto passa e nulla resta.
Qualcuno potrebbe dire: “Eh, ma istituire nuove facoltà costa”. Certo che costa. Ma costa anche, e molto di più, perdere ogni anno migliaia di ragazzi che vanno a vivere e produrre altrove.
Costa in termini di futuro, di ricchezza, di demografia. Costa in termini di dignità.
COSA PROPORRE ALLORA?
Non si tratta di istituire tutto in una volta, ma di una programmazione strategica e graduale, con visione pluriennale e sinergia tra Università e politica lucana, magari partendo dall’istituzione della facoltà di Giurisprudenza.
Giurisprudenza, per formare avvocati e magistrati senza doverli mandare a Salerno o Roma.
Economia, per creare imprenditori 4.0 e reti con le imprese locali. Psicologia, perché curare le ferite sociali della Lucania può diventare anche un’occasione di lavoro e ricerca.
DAMS, per far emergere talenti artistici e cinematografici, valorizzando la storia culturale e il panorama creativo regionale.
Con una programmazione seria e concertata, la Lucania non solo può fermare l’emorragia delle partenze, ma diventare un polo attrattivo per studenti provenienti da altre regioni.
Immaginate giovani da tutta Italia che scelgono Matera o Potenza per studiare Giurisprudenza, Economia, Psicologia o DAMS: ogni studente significa affitti, consumi, ristorazione, trasporti, ma anche vivacità culturale, festival, workshop, startup, incubatori d’impresa e nuove opportunità per la ricerca.
Un’università dinamica diventa così un volano economico, un generatore di competenze e innovazione, capace di trasformare la Lucania da “regione imbuto” in “regione laboratorio” di futuro e creatività. E qui entra in gioco la politica.
I vertici istituzionali spesso si commuovono davanti agli articoli sullo spopolamento, salvo poi dimenticarsene al primo buffet.
Ma il tema universitario non è folklore da convegno: è un nervo scoperto che decide se la Lucania avrà un futuro o sarà solo un bellissimo museo a cielo aperto con guide turistiche in pensione.
Qualcuno dice: “Eh, ma tanto i lucani partono sempre”. Vero, siamo viaggiatori per DNA. Ma partire per scelta è diverso da partire per mancanza di alternative. Il primo è un diritto, il secondo è una condanna.
La verità è che l’università lucana oggi non è percepita come opportunità, ma come ripiego.
E quando la cultura diventa ripiego, la battaglia è già persa.
Serve coraggio: politico, istituzionale, accademico.
La Lucania non può vivere di slogan, né di foto con le pergamene.
Non basta vantarsi della facoltà di Medicina come Eldorado: ottanta studenti non cambiano il destino di una regione.
Serve visione, pianificazione e coesione.
La domanda, infine, è semplice: vogliamo che i nostri ragazzi restino? Bene.
Diamo loro facoltà vere, non facoltà di partire.
Con programmazione, sinergia tra Università e Regione, e investimenti mirati, la Lucania può trasformare l’esodo in opportunità e diventare un polo formativo di riferimento.
E, permettetemi l’ironia, non c’è PNRR che tenga: senza un’università degna di questo nome, la Lucania rischia di diventare l’unica regione dove la facoltà più frequentata sarà quella… di emigrazione.
Dino Quaratino

