LUCANIA O BASILICATA?Il Referendum che nessuno osa fare. La geografia ufficiale può correggere, ma l’identità vive nei racconti

Ogni volta che pronuncio “Lucania”, lo faccio con naturalezza, come chi sorride davanti a un quiz televisivo senza timore di sbagliare.

Non parlo solo di colline, calanchi o mare: io mi sento lucano nel cuore, anche se moduli, mappe e targhe gridano “Basilicata”.

Ed è qui che nasce il divertimento: mentre la Basilicata si aggrappa con zelo alla formalità, Lucania resiste nei cuori, nelle teste e persino nei quiz televisivi.

Immaginate la scena: quiz nazionale, luci al neon, pubblico in attesa.

La domanda scivola nell’aria: “Come si chiamano gli abitanti della Basilicata?” Risposta spontanea: “Basilischi!” Risate generali. Pausa di silenzio. Poi, solennemente: “La risposta giusta è lucani.”

E tu, lucano orgoglioso, ridacchi sotto i baffi. Platone potrebbe suggerire: Basilicata è il mondo delle forme, Lucania è il mondo delle idee, invisibile sulla carta ma perfetta nella memoria di chi la ama.

E se, invece del conduttore del quiz, organizzassimo un referendum nazionale tra Lucania e Basilicata?

Ogni cittadino potrebbe votare con un sorriso malizioso, ponderando tra la formalità delle carte e la poesia del- le sagre.

Sarebbe un referendum leggero, ironico, privo di effetti legali, ma infinitamente più divertente di qualsiasi tornata elettorale seria.

Basilicata in ogni verso di Ottavio Chiaradia ci ricorda che Lucania non è solo un nome antico: è una resistenza culturale.

Una regione invisibile sulla carta, ma vivissima nella coscienza di chi la vive.

Feste, dialetti, sagre, piccoli gesti quotidiani parlano una lingua diversa dai registri ministeriali: parlano di Lucania.

La Basilicata ufficiale ha mappe aggiornate, bollettini statistici, targhe stradali, ma Lucania ha storia, poesia, sarcasmo e un senso di appartenenza che nessun decreto potrà cancellare. Immaginiamo Lucania e Basilicata come due personaggi teatrali.

Lucania entra in scena con il libro in mano, sorriso beffardo, bicchiere di vino: “Io esisto da millenni, voi carte e decreti non contate nulla!”

Basilicata, con registro e timbro: “Io sono ufficiale! Mappe, leggi, formalità!” Lucania scuote la testa: “Scusa caro, ma persone, sagre, racconti di briganti e vento tra le colline parlano prima di te. Io sono memoria, tu carta bollata.”

Montesquieu potrebbe aggiungere: “Se le mappe sono legge, Lucania è la risata che mette in discussione ogni autorità.”

E il referendum diventa metafora perfetta. Voti: Lucania o Basilicata?

Chi sceglie la formalità?

Chi preferisce la memoria, la storia e la leggerezza?

Il conduttore del quiz televisivo, fedele ai registri, probabilmente non capirebbe la differenza.

Tu, spettatore lucano, sorridi. Lucania non ha bisogno di targhe o decreti: vive nel cuore, nell’orgoglio popolare e nell’ironia che accompagna ogni “correzione” ufficiale.

Non è solo questione di quiz o referendum immaginario.

Nelle scuole, negli uffici, tra amici: appena si nomina Basilicata, qualcuno alza un sopracciglio e dice, sorridendo: “Ma tu sei lucano, vero?”

Piccoli gesti, semplici e leggeri, eppure potentissimi: la Lucania vive ancora e continua a segnare la sua presenza, anche quando la geografia ufficiale tenta di relegarla ai margini.

Immaginiamo una saga di episodi quotidiani che confermano il primato di Lucania.

L’anziano corregge un turista curioso: “Si dice Lucania, non Basilicata.”

Il gruppo di amici organizza la “Settimana della Lucania”. Il professore di storia, sorridendo, ricorda come la Basilicata sia solo il nome ufficiale, mentre la memoria dei briganti e dei poeti continua a vivere.

Piccoli episodi, tutti voti indiretti nel grande referendum del cuore.

Questa resistenza culturale non è nostalgia.

È memoria attiva, identità che sfida il tempo e le mappe, ironia contro la pedanteria dei registri.

Croce e Gramsci concorderebbero: non sono i decreti a fare la storia, ma le sagre, i racconti e le abitudini quotidiane.

Lucania non è un vecchio nome da storia: è un’idea, una battuta pronta da lanciare, un sorriso che accompagna ogni “correzione” ufficiale. È la dichiarazione: “Puoi scrivere Basilicata ovunque, ma il mio cuore sa dove appartiene.”

Ironico, vero?

Basilicata entra con cravatta e registro, Lucania risponde con briganti, ulivi, calanchi e storie dimenticate.

E il pubblico applaude la memoria che non si piega.

È come se la geografia fosse un professore severo che spiega algebra mentre tutti pensano ancora ai racconti dei briganti: teoricamente giusto, praticamente irrilevante.

Perché, diciamolo: anche i filosofi più seri avrebbero sorriso.

Nietzsche avrebbe ammirato la volontà lucana, Seneca la saggezza di chi misura l’identità col cuore e non con i bollettini statistici.

E Platone, in un angolo, avrebbe annuito pensando: “La Basilicata appartiene al mondo sensibile, ma Lucania è perfetta nel mondo delle idee.”

E allora, chi vince il referendum? Lucania, naturalmente.

Nei quiz, nelle chiacchiere tra amici, nei racconti di famiglia e nei libri che raccontano la sua storia.

Una vittoria discreta, senza trionfi ufficiali, ma potente: dimostra che l’identità non si misura con mappe, moduli o targhe, ma con il cuore, con l’ironia e con la memoria viva di chi la sente propria.

Alla fine, Lucania e Basilicata possono coesistere sui registri, sulle carte e nelle mappe, ma nella vita reale, tra quiz, racconti, letture storiche e referendum immaginari, la scelta è semplice: Lucania, sempre.

La geografia ufficiale può correggere, i registri dichiarare il contrario, ma la vera identità resiste, sorride e vota: “Io sono Lucania.”

Finché ci saranno persone capaci di ridere dei quiz, di sfidare le carte geografiche e di ricordare, con ironia pungente, che i nomi ufficiali possono cambiare, ma la storia e il cuore rimangono inviolabili.

Dino Quaratino

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