Criminologa Dott.ssa URSULA FRANCO
È GIUSTO INFORMARE
Criminologa Dott.ssa URSULA FRANCO
UN CASO ALLA VOLTA FINO ALLA FINE CON LA SQUISITA COLLABORAZIONE DELLA DOTTORESSA URSULA FRANCO* SPECIALISTA DEL SETTORE  
LA STATEMENT ANALYSIS APPLICATA AL CASO DI GARLASCO
Alberto Stasi
In questura il 17 agosto 2007, 4 giorni dopo l’omicidio di Chiara Poggi:
Stefania Cappa: Non mi lasciano stare.
Alberto Stasi: Come?
Stefania Cappa: Non mi lasciano stare.
Stasi: Chi?
Stefania Cappa: Tutti quanti.
Stasi: (cambiando voce e imitando quella della Cappa) Neanche a me, a me hanno detto di tutto, hanno detto che sono uno stronzo.
Stefania Cappa: Com’era?
Alberto Stasi: Come?
Stasi risponde con una domanda eppure lui e Stefania sono in questura per riferire in merito all’omicidio di Chiara, ipotizziamo comunque che Stasi non immagini su che cosa lo stia interrogando Stefania.
Stefania Cappa: Com’era?
Alberto Stasi: Cosa?
Ancora una domanda, ipotizziamo ancora che Stasi non sappia su che cosa lo stia interrogando Stefania.
Stefania Cappa: Chiara com’era?
La domanda è ora chiara.
Alberto Stasi: Me lo stai chiedendo?
Eppure Stasi risponde ancora con una domanda per prendere tempo per pensare a cosa dire, è inaspettato, non c’è infatti più alcun dubbio che quella di Stefania sia una domanda.
Stefania Cappa: (incomprensibile)
Alberto Stasi: Era… a pancia in giù… sulle scale, cioè proprio un flash (incomprensibile) non lo so sono scappato via.
Ho aperto la porta e ho visto cioè ho intravisto un pezzo di bianco, (Stasi fa un gesto eloquente) mi hanno fatto parlare su questo, io non lo so, ho visto un pezzo di bianco sulla faccia ma basta e basta.
Si noti che Stefania chiama sua cugina Chiara per nome, Stasi invece non nomina mai la fidanzata e non la nomina per non andare incontro allo stress che gli produrrebbe, è un dejavu, neanche nella telefonata di soccorso l’aveva mai introdotta con il suo nome spontaneamente. E’ una red flag che fa luce sul rapporto tra i due.
Alberto Stasi: “cioé… la tesi è quasi finita, tra l’altro, chi la finisce?… cioé”
A 4 giorni dall’omicidio della fidanzata il pensiero di Stasi è per la sua tesi di laurea.
La laurea:
Il 27 marzo 2008, Alberto Stasi si è laureato in economia e legislazione per l’impresa all’Università Bocconi di Milano. Egli, nonostante fosse l’unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, a lei ha dedicato la tesi:
“A Chiara, che qualcuno ha voluto togliermi troppo presto”.
E’ interessante il fatto che, a poco più di 7 mesi dai fatti Alberto abbia definito l’assassino di Chiara semplicemente “qualcuno” non “un assassino” o “un omicida” o “un essere disumano” o “un mostro”. La disposizione linguistica neutrale di Stasi nei confronti dell’assassino di Chiara stupisce, non riesce infatti a disprezzarlo.

Nel 2022, a 15 anni dai fatti:
Giornalista: Hai ucciso tu Chiara?
Ci aspettiamo che un inocente de facto risponda: “No”.
Alberto Stasi:…… Mi stai facendo una domanda o vuoi sapere la mia risposta?
Fa un leggero cenno di “Sì” con la testa, prende tanto tempo per rispondere, circa 6 secondi e poi, invece di rispondere, fa una doppia domanda assurda per prendere tempo per pensare a cosa dire. Stasi è in carcere per omicidio, non si aspettava la domanda? E perché?
Giornalista: Ti chiedo anche cosa provi quando te l’hanno fatta.
La domanda non appare corretta, ci saremmo aspettati una delle due forme: “Ti chiedo anche cosa hai provato quando te l’hanno fatta”, “Ti chiedo anche cosa provi quando te la fanno”.
Alberto Stasi: La risposta è no, e… quando me la fanno… penso che non sanno di cosa stanno parlando (…)
“No” in prima facie alla precedente domanda sarebbe stata una buona risposta ma Stasi ha preso tempo per pensare e poi ha risposto “La risposta è no”, dopo 15 anni ci aspettiamo che un colpevole de facto possa negare e dunque noi analisti facciamo seguire alla sua negazione un’altra domanda, la seguente “Perché dovrei crederti?”, gli innocenti de facto rispondono “Perché è la verità”, i colpevoli de facto sono invece creativi perché “No man can lies twice”, ovvero nessun colpevole è capace di riferirsi alla propria menzogna definendola la verità.
Alberto Stasi: “Nell’immaginario comune un innocente in carcere è qualcuno che soffre all’ennesima potenza (…) non necessariamente però, perché per me non lo è semplicemente perché ho la coscienza che è leggera (…) alla sera quando mi corico io non ho nulla da rimproverarmi (…) certo essere in carcere da innocente (…) ti sentii… privato di una parte di vita perché (…) togliere la libertà ad una persona è violenza e quindi (…) tu l’hai subita quella violenza però non hai nulla da rimproverarti, (…) l’hai subita e basta, non è colpa tua.”
A parte la storia della coscienza leggera che non è garanzia di nulla, Stasi di chi parla? Stasi non solo non prende possesso di ciò che dice ma non riesce a dire “togliere la libertà ad un innocente è violenza”, dice invece un generico “togliere la libertà ad una persona è violenza” lasciando spazio a “qualsiasi reato abbia commesso”.
Parliamo per essere compresi e non per essere fraintesi. Stasi non riesce a dire “io non ho ucciso Chiara, questa è la verità, sono vittima di un errore giudiziario”.
Stasi: “io ho sempre saputo di essere innocente”
ALBERTO STASI
Ci aspettiamo che un innocente de facto dica “io non ho ucciso Chiara, questa è la verità” non “io ho sempre saputo di essere innocente”.
Ma poi “innocente” di che?, neanche “io sono innocente”, ma “io ho sempre saputo di essere innocente” dove “io” e “innocente” sono separati da ben 5 parole. E poi con “io ho sempre saputo di essere innocente” non solo Stasi mostra di avere bisogno di convincere ma si incarta, lascia infatti intendere che potesse non sapere di essere innocente da subito. C’è forse un momento in cui un innocente de facto viene a conoscenza del fatto di essere innocente? A che tipo di innocenza fa riferimento? A quella de iure? Fa forse riferimento alle prove?
Giornalista: C’è qualcosa che vorresti dire a coloro che non ti hanno creduto?
Stasi potrebbe cogliere l’occasione, un’occasione mediatica, per negare in modo credibile di aver ucciso Chiara.
Stasi:…. beh, se hanno dei dubbi possono venire da me, gli faccio vedere i fogli e usciranno convinti.
Stasi prende tempo per pensare e poi, invece di cogliere l’occasione per negare in modo credibile, parla di fogli, neanche degli atti, e non ci dice di che cosa “usciranno convinti” coloro che non gli hanno creduto.
Stasi in una lettera a Le Iene del dicembre 2016: “(…) perché quello che è successo a me, può succedere a tutti (…)”
Stasi in un’intervista a Le Iene: “(…) perché io sono (…) una persona qualunque e queste cose possono accadere a chiunque (…)”
Bossetti in una lettera alla detenuta Gina: “(…) credetemi, tutto quello che a me ingiustamente è successo, a chiunque potrebbe veramente succedere (…)”
A cosa fanno riferimento? Di che parlano? Degli errori in fase d’indagine che li avevano fatti ben sperare?
Stasi a 18 anni dall’omicidio in un’intervista: “Ma credo che, insomma, ci siano degli strumenti interiori che ognuno di noi un po’ ha, io faccio spesso un esempio che credo sia calzante, un po’ come quando ti viene diagnosticato un cancro, no? Ti capita, in qualche modo devi reagire, diciamo che, come ho detto altre volte, io ho quantomeno la leggerezza della coscienza che mi aiuta, è difficile magari da capire però il senso di… di… di non avere il peso di quello che è successo che ti logora dentro e che quindi in qualche modo ti fa vivere la questione come uhm sì un incidente della tua vita, molto grave, molto brutto, ma che riesci ad affrontare”.
Una coscienza leggera non è garanzia di nulla, Stasi avrebbe potuto negare in modo credibile di aver ucciso Chiara ed invece ha scelto di parlare della leggerezza della sua coscienza e di fare affidamento sulle conclusioni dei suoi interlocutori. Si noti che Stasi riferisce “di non avere il peso di quello che è successo”, non solo dopo tanti anni non riesce a chiamare l’omicidio con il suo nome ma lascia aperta la porta alla possibilità che sia stato lui ad uccidere Chiara.
La telefonata di Alberto Stasi al 118:
Each and every word, pause and hesitation has meaning during a discourse. Don Rabon
The Expected versus The Unexpected
Grazie alla casistica in tema di telefonate di soccorso sappiamo cosa aspettarci da chi chiama, per questo motivo il materiale d’analisi vero e proprio è ciò che risulta “inaspettato”.
Expected: ci aspettiamo che chi chiama chieda aiuto per la vittima, che sia insistente e alterato. Ci aspettiamo che non attenda la fine della domanda dell’operatore per esplicitare una richiesta d’aiuto e anche che imprechi e dica parolacce.
Unexpected: non ci aspettiamo che chi chiama si perda in superflui convenevoli, che chieda aiuto per sé e che senta il bisogno di collocarsi dalla parte dei “buoni” ovvero da quella di coloro che vogliono il bene per la vittima.
Il 13 agosto 2007, alle ore 13.50.24 (durata 0.59 secondi) Alberto Stasi fece la seguente telefonata al servizio 118:
Operatore: 118
Stasi: Sì, mi serve un’ambulanza in via Giovanni Pascoli, a Garlasco.
Expected: “La mia fidanzata Chiara è ferita, ha bisogno di aiuto”.
“Sì” è una pausa per pensare a cosa dire ed è inaspettata.
Si noti che il “mi serve un’ambulanza” è una richiesta a nome del chiamante e che manca ogni riferimento alla vittima.
O: A Garlasco?
S: Sì.
O: Via Giovanni Pascoli, al numero?
S: Eh, 29, la via senza uscita, la trova subito.
“Eh” è ancora un pausa per pensare. Ma come “la trova subito”? Perché Stasi tenta di scaricare così l’operatore? Perché non aspetta e conduce i soccorritori da Chiara?
O: Come?
S: È la via senza uscita, mi sembra al 29, non ne sono sicuro.
La richiesta di Alberto Stasi di un’ambulanza ad un indirizzo mancante del numero civico, che su invito dell’operatore egli riferisce essere il 29, aggiungendo di non esserne sicuro, mentre la casa della famiglia Poggi si trova al civico 8, ci segnala una mancanza di accuratezza. Perché Stasi non si è accertato del numero civico prima di chiamare? Perché non se ne accerta adesso? Non ha forse urgenza che Chiara venga soccorsa?
O: Ma cosa succede?
S: Eh, credo abbiano ucciso una persona, non sono sicuro, forse è viva.
“Eh” è ancora un pausa per pensare.
Il fatto che Stasi non introduca Chiara con il suo nome e titolo è inaspettato e ci illumina sullo stato del loro rapporto al momento della chiamata. Il linguaggio è un riflesso della nostra percezione della realtà, per Alberto Stasi Chiara Poggi è semplicemente “una persona”, c’è poco da fare.
Alberto Stasi comunica la morte di Chiara senza avere le competenze mediche per farlo. Comunicare la morte di un soggetto per il quale si stanno chiamando i soccorsi non è certamente un invito rivolto ai soccorritori a recarsi rapidamente sulla scena. La reazione di un innocente de facto che scopre la vittima di un omicidio è generalmente opposta, soprattutto i familiari negano nell’immediatezza la morte di un loro caro per l’incapacità di processare un’informazione così sconvolgente, anzi chiedono ai soccorritori di praticare sul corpo del defunto ogni attività possibile per resuscitarlo, anche quando questi appare “irrimediabilmente” morto.

Stasi ipotizza che Chiara sia stata uccisa, un’ipotesi forte e inaspettata da parte di un familiare che è a conoscenza del fatto che la vittima viveva in un contesto privo di legami con la malavita e che non aveva nemici. Chiara poteva essere inciampata e caduta ed essersi lesa un’arteria, perché ha pensato all’omicidio?
O: In che senso? Cosa è successo? Lei cosa vede?
S: Adesso sono andato dai carabinieri… c’è… c’è… c’è sangue dappertutto, lei è sdraiata per terra.
Perché Alberto dice “Adesso sono andato dai carabinieri” invece di rispondere alle domande dell’operatore? Si era forse preparato un copione?
Ancora una volta Stasi prende le distanze da Chiara con il “lei”.
Si noti “lei è sdraiata per terra” e non “è in fondo alle scale”, perché non è accurato?
O: In strada o in casa?
S: No, in casa.
Stasi non ha riferito con precisione all’operatore dove si trovi Chiara, solo su richiesta dello stesso egli afferma che la ragazza si trova in casa (una villetta a due piani con cantina e giardino) ma non si preoccupa di specificare che si trova in fondo alle scale della cantina. Perché Alberto non ha urgenza che Chiara venga ritrovata e che si faccia un disperato tentativo di soccorso?
O: Sì, ma è una sua parente?
Durante tutta la telefonata l’operatore è a pesca di informazioni che ci saremmo aspettati Stasi gli desse spontaneamente.
S: No, è la mia fidanzata.
Alberto, solo in seguito alle domande dell’operatore del 118, definisce Chiara “la mia fidanzata”.
O: Quanti anni ha questa persona?
Si noti che l’operatore ripete la prima definizione che Stasi ha dato di Chiara “persona”.
S: 26.
O: Va bene adesso arriviamo. Le sembra al civico 29?
S: Comunque è la via senza uscita, sicuramente troverà anche i carabinieri.
O: Ma lei è in casa, adesso?
S: No, sono in caserma, sono appena arrivato, adesso gli dico cosa è successo.
Invece di tornare indietro per assicurarsi che l’ambulanza trovi immediatamente la casa dei Poggi, invece di accompagnare i sanitari da Chiara, Alberto si reca alla caserma dei Carabinieri che dista circa 600 metri dalla villetta. Tra l’altro Stasi è a conoscenza del fatto che il cancello della villetta dei Poggi è chiuso e che, inevitabilmente, tale circostanza rallenterà i soccorsi ma non si preoccupa di tornare indietro per aprirlo.
Durante la telefonata Alberto perde tempo per ben due volte, prima nello spiegare che lui si sta recando dai Carabinieri e poi per riferire che si trova in caserma per dire “cosa è successo”. Tra l’altro, Stasi usa la frase: “cosa è successo”, una frase tipica di chi ha partecipato ad un evento, perché non ha detto “cosa ho visto”? “cosa è successo” è frutto di una contaminazione da parte dell’operatore?
Quando si apre il cancello della caserma dei Carabinieri, Alberto sembra ormai quasi infastidito e deciso a chiudere la telefonata con il 118 per focalizzare su ciò che dovrà dire agli uomini dell’Arma che in quel momento sono sicuramente meno utili alla sua fidanzata dei soccorritori.
O: Va bene, comunichiamo anche noi con i carabinieri, intanto mando a vedere un’ambulanza, va bene.

CONCLUSIONI
Deception Indicated
Uno stralcio di interrogatorio di Alberto Stasi:
In Statement Analysis partiamo dal presupposto che chi parla sia “innocente de facto” e che parli per essere compreso. Pertanto, da un “innocente de facto” ci aspettiamo che neghi in modo credibile e che lo faccia spontaneamente. Ci aspettiamo anche che nel suo linguaggio non siano presenti indicatori caratteristici delle dichiarazioni di coloro che non dicono il vero.

Un “innocente de facto” non ci sorprenderà, negherà in modo credibile già dalle prime battute.
Un “innocente de facto” mostrerà di possedere la protezione del cosiddetto “muro della verità” (wall of truth) che è un’impenetrabile barriera psicologica che permette ai soggetti che dicono il vero di limitarsi a rispondere con poche parole in quanto gli stessi non hanno necessità di convincere nessuno di niente.
Una negazione è credibile quando è spontanea, ovvero non è pronunciata ripetendo a pappagallo le parole dell’interlocutore.
In sintesi, da Alberto Stasi ci aspettiamo che neghi in modo credibile di aver ucciso Chiara Poggi e che possegga il cosiddetto “muro della verità”.
La frase “io non ho ucciso Chiara”, seguita dalla frase “ho detto la verità” o “sto dicendo la verità” riferita a “io non ho ucciso Chiara”, è una negazione credibile. Anche “io non ho ucciso Chiara, sto dicendo la verità, sono innocente” è da considerarsi una negazione credibile.
Stasi: Io non ho fatto niente a Chiara, non ho fatto assolutamente nulla.
Stasi non solo non nega in modo credibile di aver ucciso la povera Chiara ma mostra di avere bisogno di convincere, un bisogno che gli innocenti non hanno.
Stasi: Non ho… non ho fatto nulla alla Chiara, non ho fatto nulla alla Chiara.
“Non ho fatto nulla alla Chiara” non è una negazione credibile.
Pm Rosa Muscio: Ma ti rendi conto di cosa… di quello che stai dicendo?
Stasi: Io mi rendo conto che non ho fatto nulla, questa è l’unica cosa che mi rendo conto, sono a posto con la mia coscienza, sono a posto con Chiara, lei lo sa che non sono stato io.
“non ho fatto nulla”, “sono a posto con la mia coscienza”, “sono a posto con Chiara” e “lei lo sa che non sono stato io” non sono negazioni credibili.
Pm Rosa Muscio: Lei chi?
La PM si stupisce del fatto che Stasi parli di Chiara come se fosse in vita tanto che gli chiede a chi si stia riferendo.
Stasi: Chiara, lei lo sa benissimo che non sono stato io e sa anche chi è stato perché è stato lui e non io. Non so che altro dire, non sono stato io, non sono stato io, non sono stato io.
Stasi continua a non negare in modo credibile e a mostrare di avere bisogno di convincere.
Stasi non è stato in grado di negare in modo credibile di essere l’autore dell’omicidio della sua fidanzata.
Dott. Alberto STASI
👉🏾 PER CORRETTA INFORMAZIONE:
Ursula Franco* è medico, criminologo e Statement Analyst, è stata allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis, si occupa soprattutto di morti accidentali e incidenti scambiati per omicidi e di errori giudiziari.
È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; dell’avvocato
Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia
Macchi.
Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto.
Si occupa di ricostruire la dinamica omicidiaria attraverso l’analisi della scena criminis e delle risultanze autoptiche per la Cold Case Foundation, un’associazione americana capitanata dal Profiler dell’FBI Gregory M. Cooper.
#sapevato2025
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