A parlarne il ricercatore Gianni Palumbo: «Una storia dimenticata che ha portato alla morte 600 persone tra cui 50 lucani»

Nell’ultima puntata del podcast “Crona-chi?” il giornalista Fabio Amendolara intervista Gianni Palumbo ricercatore sul naufragio del piroscafo Utopia. Avvenuto nel 1891, rappresenta una delle più grandi tragedie marittime che ha coinvolto italiani, ma è rimasta per lungo tempo nell’ombra, oscurata da eventi più noti come il Titanic. Palumbo con le sue ricerche ha provato a riportare alla luce la storia di quasi 600 naufraghi dimenticati. Partito da Napoli, il piroscafo Utopia trasportava un gran numero di emigranti diretti verso gli Stati Uniti a New York. La nave, di proprietà della compagnia britannica Anchor Line, era stata adattata per il trasporto di passeggeri e accogliere grandi numeri di migranti in terza classe, mentre la prima classe era quasi inesistente. Il viaggio si rivelò fatale. Il giorno del naufragio, il comandante John McKeague si trovò a dover affrontare una situazione critica all’ingresso del porto di Gibilterra. Una forte tempesta e la presenza irregolare di due corazzate inglesi nel porto causarono la collisione: l’ariete sottomarino della corazzata Hanson squarciò lo scafo dell’Utopia, che affondò in 15 minuti portando con sé la vita di centinaia di persone. La lista dei passeggeri, ritrovata negli archivi di Stato di Napoli, ha rivelato che oltre 600 persone erano a bordo, in gran parte emigranti italiani del Sud, tra cui circa 50 lucani provenienti da diversi paesi della Basilicata come Calvello, San Paolo Albanese e Pomarico. Molti superstiti si salvarono aggrappandosi agli alberi della nave, mentre il comandante McKeague, nonostante fosse caduto in mare e salvato, ritornò tra i naufraghi per aiutare i soccorsi, mettendo a rischio nuovamente la propria vita. «Quasi 600 naufraghi che muoiono a Gibilterra, senza che i corpi fossero recuperati e riportati in Italia» racconta Palumbo. La tragedia non solo ha causato una perdita inestimabile di vite umane, ma ha anche sollevato interrogativi sulla responsabilità della compagnia di navigazione e sulle circostanze che hanno portato a questo disastro. Dopo il naufragio, si sono susseguiti diversi processi, ma la giustizia è stata lenta e complicata. Gianni Palumbo osserva che «c’era una volontà politica precisa al momento della tragedia», e il governo italiano, influenzato dalla politica coloniale dell’epoca, non ne ha dato il giusto risalto. Tuttavia, grazie agli sforzi di avvocati come Emanuele Gianturco, è stato possibile avviare una causa per ottenere risarcimenti per le famiglie delle vittime. Questo lungo processo legale ha messo in luce le ingiustizie subite dai naufraghi e ha finalmente portato a un riconoscimento della loro sofferenza. Il comune di Pomarico ha deciso di gemellarsi con la città di La Línea de la Concepción, in Spagna, per onorare la memoria dei naufraghi e rinnovare il legame tra le comunità. Palumbo ha commentato: «È una storia che bisogna far conoscere», sottolineando l’importanza di non dimenticare le vittime e di mantenere viva la memoria storica. La tragedia dell’Utopia è un capitolo oscuro della storia italiana che merita di essere raccontato. Attraverso la ricerca e la narrazione di queste storie dimenticate, si può restituire dignità alle vittime e ai loro familiari, affinché eventi simili non vengano mai più ignorati. La memoria è un potente strumento di giustizia e riconciliazione, e la storia dell’Utopia è un monito per le generazioni future. «Quanto è stato difficile ricostruire questa storia?» chiede Amendolara. «È stato davvero molto complicato. Ho dovuto visitare gli archivi di mezza Europa, e non solo quelli italiani, per ritrovare i documenti» risponde Palumbo. Documenti che a volte riportavano anche notizie parziali, notizie per sentito dire, e quindi è stato fatto anche un lavoro di interpretazione. «Gli agenti dell’emigrazione hanno venduto un sogno americano che è diventato tale solo per pochi; in realtà si andava a lavorare ed era una gran fatica. Pensiamo sia stato un Eldorado per tutti, ma non è stato così, per alcuni senz’altro. Già arrivare era difficile. Dei 300 sopravvissuti, circa la metà, poco meno della metà tornarono a Napoli perché la compagnia di bandiera Anchor Line diede l’opportunità di poter tornare a Napoli per chi lo desiderasse, oppure di continuare il viaggio per New York. Il dato che fa riflettere è che poco meno della metà rientrò a Napoli, il resto andò comunque a New York nonostante avesse visto la morte con gli occhi e nei vari processi a un cittadino di Pomarico gli fu chiesto: “Ma perché hai scelto comunque di proseguire il viaggio per New York nonostante stessi per morire?” Lui rispose: “Ma io a Pomarico ero già morto, vorrei comunque un’altra opportunità anche se rischio la vita per una seconda volta.” Questo la dice lun- ga sulle condizioni in cui vivevano i nostri conterranei di quell’epoca». Come afferma Gianni Palumbo, «se ne parla molto poco», ma è fondamentale riportare alla luce questa tragica vicenda per rendere giustizia a chi ha perso la vita in mare.

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