I n questa puntata del podcast “Crona-Chi?” il giornalista Fabio Amendolara intervista Bartolomeo Santoro, Presidente dell’ associazione “Combattenti e Reduci Avigliano” per affrontare il tema della sorti toccate ai soldati e ai cittadini italiani nelle foibe e nello specifico raccontare la storia di Vito Lorusso. «Raccontiamo una storia tragica -spiega Amendolara- di un ragazzo che come tanti parte dal sud indossando una divisa, quella dei Carabinieri Reali. Dopo l’8 settembre del 1943 si trova al nord e la storia in quel momento cambia; i Carabinieri Reali vengono trasformati nella Guardia Nazionale Repubblicana, ma tutti li chiamavano ancora Carabinieri, e si trova nel territorio della Jugoslavia. Entrano i titini e da quel momento in poi molti di quelli che indossavano la divisa finiscono con un colpo alla nuca e in una foiba. Come finisce Vito Lorusso?». «Bene, prima di parlare di Vito, se mi permetti vorrei giustificare la mia presenza -sottolinea Santoro- . Io sono il Presidente della da poco rinata sezione di Avigliano dei combattenti e reduci, un’associazione eletta ente morale nel 1947, ma nata nel 1919, alla fine della Prima Guerra Mondiale, da una costola della associazione che riguardava gli invalidi di guerra e gli orfani di guerra. I reduci invalidi avevano il loro sindacato, ma i reduci che avevano avuto per loro fortuna la possibilità di rientrare indenni, non avevano nessun sindacato che li assisteva, né nelle pensioni, né nelle domande, né negli aiuti che dava allora lo Stato a chi aveva combattuto. Avevano quindi bisogno di un ente che li tutelasse e nacque la sezione de i “Combattenti e Reduci”. Riconosciuta dallo Stato come ente morale, che è una particolarità delle forme associative. A quel tempo l’obbiettivo era sindacare i diritti dei combattenti e dei reduci – specifica Santoro- ora combattenti non ce ne sono più, tranne uno: ad Avigliano c’è il combattente più anziano d’Italia ed ha 112 anni. Noi ci occupiamo quindi di conservare la memoria di coloro i quali ci hanno portato allo Stato di cui beneficiamo ora, ovvero, molto retoricamente, alla libertà, alla democrazia, di cui andiamo fieri e di cui godiamo». «E di Vito non parlava nessuno?» incalza Amendolara. «Di Vito non parlava nessuno –racconta l’ospite della puntata-. La prima volta che ho sentito la sua storia è stato quando ho iniziato ad interessarmi dei numeri dei reduci di Avigliano. Numeri che sono importanti. Nella stanza del sindaco è custodito un gonfalone con ben 30 medaglie d’argento». Parliamo di una cifra significativa per un piccolo paese «ma tutta la Basilicata ha numeri importanti – specifica Santoro-. La regione ha 23 medaglie d’oro ed è un vero e proprio primato. E quindi ho iniziato a cercare, partendo dagli internati militari, ne ho trovati una cinquantina ed anche questo è un dato importante, fino ad imbattermi in un reportage della RAI dove c’è una testimonianza che parlava proprio di Vito Lorusso di Avigliano». Un carabiniere lucano, ventenne, collegato con la tre- menda storia delle foibe. «Ecco, la generazione prima della tua, neanche quella ricordava questo avvenimento?» prosegue il giornalista. «No, ho difficoltà» spiega Santoro, lanciando un appello: «Chiunque abbia notizia, me lo faccia sapere. Ho contattato l’associazione dei Carabinieri, perché è lì che bisogna cercare, e il Maggiore Vignola mi ha dato la sua disponibilità a collaborare». «Ma allo Stato che cosa abbiamo?» prosegue Amendolara. «Il foglio matricolare e lo sta- to storico della famiglia – spiega Santoro- documento che omette il dettaglio del domicilio. Nessuno è ancora in vita». Dunque non vi è modo alcuno per chiedere ad un familiare notizie e le ricerche di in- formazioni risultano pertanto ancora più difficili. «La madre si chiamava Eturna Elvira, un cognome inusuale, non di Avigliano. Il papà si chiamava Lo Russo Donato ed era del 1888. Aveva una sorella, Rosaria Maria, ed un’altra sorella, Margheri- ta, tutte decedute, chi nel 1941, chi nel 1951, la più longeva è morta nel 1997. Francesco, anche lui militare e poi Vito Antonio e Maria Carmela. Lui si chiamava precisamente Lorusso Vito Vincenzo, nome prescelto nelle coppie dell’Aviglianese. È una storia che bisognerebbe riscrivere perché dalle testimonianze si sa che lui era rimasto lì, anche se dopo l’8 settembre chiaramente ha avuto la possibilità di allontanarsi, come hanno fatto in tanti. Però io immagino che lui, da buon carabiniere o da militare ligio al giuramento, si sia sentito in dovere di tutelare gli italiani che non potevano rientrare. Quindi a modo suo ha voluto continuare la sua opera di carabiniere per gli italiani. E forse è proprio questo che ha pagato». «Lo ha paga- to caramente» specifica Amendolara, ricordando che in quel periodo «si moriva senza processo e con delle esecuzioni sommarie». «Dagli elenchi dei dispersi e dei caduti, che cresce sempre, ho trovato 55 persone di Avigliano. È un’infinità. Ricostruiremo queste storie, seppur è complicato, perché questo è lo scopo della nostra associazione, conservare e tramandare il ricordo. Esistono le pubblicazioni dei nomi degli eroi, ma non esistono pubblicazioni di chi ha subito la prigionia o di chi è finito in una foiba». «Mi ha colpito una cosa, in un modo particolare. Ho visto che a San Paolo Albanese un carabiniere ,che ha avuto più o meno la stessa storia e ha fatto la stessa fine di Vito, poi in realtà è stato non solo ricordato, ma la famiglia ha ricevuto un’onorificenza dal Presidente della Repubblica- racconta Amendolara-. Invece, povero Vito, lui è stato completamente messo da parte». «Generalmente sono i nipoti che si mettono in moto. Vito è stato sfortunato. La nostra associazione ha questo dovere, di ricordarlo e di tramandare la sua storia -conclude Santoro-. Spero che si possa scrivere una storia definitiva, documentata. Bisogna dare dignità a queste persone».
ANNA TAMMARIELLO
