Sanità privata convenzionata e soldi pubblici, il caso giudiziario delle cartelle cliniche falsate all’ex Clinica Luccioni di Potenza: al Tribunale del capoluogo lucano il processo di primo grado si è concluso con una raffica di assoluzioni sia «perché il fatto non sussiste» che «per non aver commesso il fatto».

Contestualmente è stata disposta la restituzione dei conti correnti in sequestro agli aventi diritto.

Le uniche due condanne sono state emesse a carico degli imputati in qualità di medici chirurghi della Clinica, Mario Rocco Antonio Muliere e Paolo Sorbo. Entrambi, per uno soltanto dei plurimi capi d’accusa, sono stati condannati alla pena di 2 anni di reclusione ciascuno (pena sospesa) oltre al risarcimento dei danni nei confronti della costituita parte civile, l’Azienda sanitaria locale di Potenza (Asp), da liquidarsi, però, in separato giudizio.

Tra gli assolti, con la formula «perchè il fatto non sussiste», proprio il medico dell’Asp, Archimede Leccese, difeso dagli avvocati Michele Lioi e Cristiano Cuomo, che nel marzo del 2018 fu, nell’ambito dell’inchiesta denominata dalla Procura di Potenza “Ricoveri Facili”, tra i destinatari dalla misura cautelare degli arresti domiciliari.

Gli inquirenti ritenevano di aver scoperto un rilevante business illegale riassumibile  in «illeciti profitti per la clinica Luccioni e conseguente danno per l’Asp».

Le cifre frutto del raggiro finanziario, così come originariamente stimate da inquirenti e investigatori,  superavano complessivamente i 2 milioni e mezzo di euro.

Dai primi 6 mesi del 2016, incriminate 115 cartelle cliniche con presunto danno economico di 212 mila euro, l’indagine fu estesa al triennio 2014-2016 con conseguente ingresso nel fascicolo d’inchiesta di altre oltre 300 cartelle cliniche sospette.

Pesanti le accuse contenute nella genetica Ordinanza di applicazione di misure cautelari, come quella, a titolo esemplificativo e non esaustivo, riportante che «le cartelle non appropriate o incongrue erano in numero elevatissimo, con una proporzione di circa l’80% sul totale, il che si era tradotto in maggiori costi sostenuti dall’Asp».

Tuttavia nel corso del dibattimento sono state evidenziate dalle difese molteplici sfaccettature della complessa vicenda favorevoli agli imputati.

Per esempio, nel caso del Dirigente sanitario all’epoca comandato presso l’Asp, Archimede Leccese, è stato evidenziato come l’accusa di collusione con la clinica fosse da ritenere irrimediabilmente contraddetta dal fatto che lo stesso, nei soli sei mesi in cui è stato addetto ai controlli, da febbraio a luglio 2016, ne effettuò su centinaia di cartelle cliniche, anche oltre la percentuale richiesta dalla legge del 2,5 per cento, od anche del 10% del totale delle cartelle cliniche, e che, tale attività di verifica, portò a un taglio dei rimborsi spettanti alla clinica per un importo complessivo di circa 842 mila euro, consentendo l’adozione degli eventuali atti di recupero.

A Walter Di Marzo, processato in qualità di proprietario e amministratore unico dell’Istituto clinico lucano – Clinica Luccioni Spa, è stato contestato di essere il promotore di un’associozione a delinquere finalizzata «alla commissione di una pluralità di delitti contro la fede pubblica e di truffe ai danni dell’Asp di Potenza, piegando a tale fine le risorse umane e strumentali dell’Istituto clinico lucano».

Anche Di Marzo assolto «perché il fatto non sussiste».

Così come sono stati assolti, con medesima formula, Lorenzo Tartaglione (in qualità di Direttore sanitario della Clinica), Giuseppe Rastelli (in qualità di Direttore amministrativo della Clinica), Antonio Melillo (in qualità di Amministratore unico della società Allmedica Srl) e, per l’ipotesi di tentata truffa ai danni dell’Asp, il medico, nonchè ex consigliere regionale, Gennaro Straziuso.

Assolti, inoltre, con la formula «per non aver commesso il fatto», il medico Paolo Dell’Aera e i già citati in riferimento ad altri capi d’accusa, Walter Di Marzo e Lorenzo Tartaglione.

Nel maggio scorso, il Pubblico ministero al termine della propria requisitoria aveva invocato condanne  per oltre 30 anni di reclusione: Di Marzo (5 anni), Tartaglione (4 anni e 6 mesi), Rastelli (4 anni), Muliere (4 anni e 2 mesi) Straziuso (3 anni e 1 mese), Sorbo (4 anni), Dell’Aera (3 anni e 1 mese), Leccese (3 anni e 1 mese), Melillo (1 anno e 3 mesi).

L’esito processuale, però, è stato, come anticipato, di diverso approdo rispetto a quello prospettato dall’accusa: le motivazioni della sentenza in 90 giorno, tutti assolti tranne Muliere e Sorbo.

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