Siamo tornati. Dopo aver dato voce a teatranti veri, filosofi per caso e primedonne della burocrazia, riprendiamo a scavare nell’archeologia sentimentale della politica lucana, dove le macerie del passato e le impalcature del presente convivono come coinquilini che non si salutano da anni. La decima puntata riporta sul palco alcuni protagonisti che hanno lasciato il segno, lo hanno cancellato, poi ci hanno ripassato sopra con l’evidenziatore. Insomma, si torna a parlare di politica, quella vera, quella nostra, fatta di strette di mano, promesse elettorali, ripensamenti improvvisi e una sana dose di protagonismo da bar sport. Perché in fondo, qui in Basilicata, la scena è sempre aperta: cambiano gli attori, ma il copione resta sorprendentemente lo stesso.

Mario Lettieri: Il Comunista con la Valigia (di Pelle Pregiata)

Mario Lettieri è il comunista lucano che non ha mai avuto bisogno di urla- re per farsi notare. Anzi, probabilmente se lo avessi fatto, sarebbe stato un po’ come un Gramsci con la cravatta, la calcolatrice e il dizionario di Flaubert sotto il braccio. Nativo di Gallicchio, classe 1942, è stato il volto più elegante e sobrio del PCI, capace di incantare con la sua calma e i suoi discorsi impeccabili, come un professore di liceo che ogni tanto si ricorda di essere pure politico. Nel 1975, arriva in Consiglio Regionale, dove diventa presidente della commissione Bilancio, e non ci si stupisce: non alzava mai la voce, ma in quella sala sembrava sempre il più preparato, tanto che ogni parola sua veniva presa come oro colato. Poi arriva la Bolognina, il PCI si trasforma, e lui si reinventa pure lui, portando un po’ di Basilicata tra i banchi del Parlamento. Con un curriculum che, diciamocelo, pare uno di quelli che non ha bisogno di mettersi a urlare “guardate quanto sono bravo!”, Lettieri diventa sottosegretario all’Economia nel governo Prodi. Eppure, non è uno di quelli che si vantano del titolo. No, Mario è più di quelli che lo sanno, e basta. Oggi è fuori dai riflettori, ma la leggenda vuole che, ogni tanto, lo si possa ancora incontrare tra le strade di Gallicchio: elegante come un intellettuale francese, ma senza la sindrome da “sono uno che ha fatto la storia”. Perché, in fondo, il comunismo non è morto, ha solo cambiato giacca e cravatta.

Mario Di Nubila: il Senatore Silente della Basilicata Profonda

Mario Di Nubila, classe 1936, nato a Francavilla in Sinni, è uno di quei personaggi che, se non ci fossero, bisognerebbe inventarli. Ma con garbo. Il suo stile era quello del politico che c’era, eccome se c’era, ma con il volume sempre sul minimo. Mentre il mondo intorno cambiava, urlava e si sbracciava, lui seguiva la linea calma e compostissima della Democrazia Cristiana. Dritto come un treno locale (ma puntuale), ha attraversato tutte le sue metamorfosi: DC, poi PPI, e via via fino al tramonto del centro cattolico con la valigetta in pelle. Senatore nella XI legislatura, è stato il tipo di politico che non fa mai notizia, ma poi quando spulci gli atti parlamentari lo trovi sempre là, nelle Commissioni Giustizia, Difesa, Bilancio… pratica- mente ovunque ci fosse da lavorare sul serio e lontano dai riflettori. Un’ombra lucana nel cuore del potere romano. La sua arte? Far sentire la sua presenza senza mai alzare la voce. Una specie di magia antica, lucana e paziente, come l’acqua che scava la roccia o un consiglio detto piano, ma che resta inciso. In un’epoca in cui ci si improvvisa statisti su TikTok, Di Nubila sembra uscito da un altro mondo: uno dove si parla poco, si ascolta molto, e si lavora silenziosamente nei corridoi del potere senza scivolare mai. Non era uno da fuochi d’artificio, ma da camino acceso. E in politica, a volte, scaldare conta più che brillare.

Michele Napoli: “Il Penalista del Patriottismo”

Avvocato di grido, penalista di mestiere, patriota di vocazione, Michele Napoli è uno di quei politici che, quando prende la parola in Consiglio Regionale, pare stia per arringare la Corte Costituzionale più che discutere della rete idrica di Nova Siri. E del resto, con la toga addosso e la Costituzione in tasca, Napoli non sbaglia un colpo: oggi guida con piglio deciso il gruppo di Fratelli d’Italia al Consiglio Regionale, portando ordine tra le fila della destra lucana con la stessa dedizione con cui un prefetto romano avrebbe sedato una rivolta nel foro. Ha l’eloquio di chi ha letto (e sottolineato) ogni pagina di Platone, ma con l’istinto di un vecchio democristiano in un’epoca post-ideologica. Michele Napoli non alza mai la voce: ti stende con la punteggiatura. È capace di fare un’interrogazione regionale con l’aplomb di un giudice inglese e la flemma di un barone universitario. Gli altri sbraitano, lui “espone”. E mentre tanti si arrabattano tra comunicati copiaincolla e selfie scomposti, lui resta fedele a uno stile sobrio, misurato, vagamente retrò. Più che un capogruppo, un conservatore dell’autenticità parlamentare: sembra uscito da un film di Dino Risi, se Risi avesse girato un cinepanettone sulla Regione Basilicata. Non ama i riflettori, ma li sopporta con stile. Michele Napoli, insomma, è l’eccezione colta in un mondo sempre più “pop”.

Salvatore Caiata: “il camaleonte della politica lucana”

Se la politica lucana avesse un premio per il miglior trasformista, Salvatore Caiata non solo lo vincerebbe, ma probabilmente fonderebbe un partito per celebrarlo. Il suo percorso, infatti, è la viva rappresentazione del “cambio di giacca” in ogni stagione, con un’agilità che manco un camaleonte si sognerebbe di avere. È tra i leader di Fratelli d’Italia, ma non chiedetegli come ci è arrivato. Ci sarebbero troppe risposte, e ognuna sarebbe più confusa dell’altra. La sua carriera, lunga e variopinta come una telenovela, non è mai stata un cammino lineare, piuttosto un balletto tra ideologie e alleanze che si infrangono come onde di un mare che non ha mai trovato la sua rotta. Se ieri era uno dei grandi nemici del centro-sinistra, oggi potrebbe spiegarti in maniera accorata e lucida perché “un po’ di destra fa bene a tutti”. E nessuno ride, perché nessuno sa più da che parte pende. Eppure, con il suo stile, è riuscito a farsi apprezzare (o temere) da tutti: da chi lo considera un genio della politica pragmatica (una specie di Machiavelli in versione lucana), a chi lo vede come l’emblema di un “altro” che di “originale” non ha proprio nulla. La sua presenza in consiglio regionale è come un’installazione d’arte contemporanea: a volte la capisci, a volte no, ma a tutti piace parlarne. Di certo, sa come ritagliarsi i suoi spazi, sempre con un sorriso che sembra dire: “Non preoccupatevi, va tutto bene”. In conclusione, Caiata potrebbe tranquillamente scrivere un libro su come restare sempre in cima alla piramide senza mai cambiare veramente. La sua poliedricità politica non è solo un modo di fare, è un’arte che, volenti o nolenti, riconosciamo. E così, tra mutamenti di scena, colpi di teatro e intrighi degni di una saga lucana, si conclude il nostro viaggio tra i volti più rappresentativi della politica regionale. Ognuno con il suo stile, la sua storia e, inevitabilmente, il suo “cambio di rotta” che ci accompagna come un buon gossip da bar. Ma non temete, cari lettori, perché domani torneremo con altre storie, altre penne pronte a tracciare il quadro (sempre irriverente e mai noioso) di chi in Basilicata tenta di fare politica. Per ora, vi salutiamo con un sorriso e un invito: continuate a seguirci, perché, come sempre, non sappiamo mai dove il vento della politica ci porterà. Arrivederci a domani!

Dino Quaratino

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com
errore: Contentuti protetti