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IL MERIDIONALISMO DEI FATTI DELLA MELONI

L’intervento di Antonio Tisci

Esistono da sempre due versioni differenti del meridionalismo. Ne esiste una che ritiene che la risposta alle difficoltà economiche del mezzogiorno risieda in una piagnona e autolimitante richiesta permanente di sussidi. Una visione che ha trovato la sua massima espressione nel “reddito di cittadinanza” inventato dai Cinque Stelle ma che trova una sua compiuta e continua lettura in molte sacche del peggior pensiero meridionale. Su questa stessa linea si è posizionata la sinistra italiana nell’attacco quotidiano contro il Governo di centrodestra accusato di essere a “trazione nordista” prima per l’eliminazione del reddito di cittadinanza e, poi, per l’approvazione dell’autonomia differenziata. Un posizionamento politico che, nel dire che l’autonomia danneggia il Mezzogiorno, sostiene che le imprese, il territorio, le classi dirigenti del Sud Italia siano dei bambini da te- nere per mano perché incapaci di camminare da soli e, nel dire che il “reddito di cittadinanza” sia l’unica risposta ai problemi economici delle famiglie meridionali, racconta di un popolo di scansafatiche cui non serve dare opportunità per lavorare ma sussidi per evitare di farlo.

IL MERIDIONALISMO DEI FATTI DI GIORGIA MELONI

Già in campagna elettorale Giorgia Meloni ha ribalta- to quest’ottica. Senza paura di essere impopolare, malgrado l’invito alla prudenza sulla questione, la donna che sarebbe diventata Presidente del Consiglio ha avuto il coraggio, la forza e l’autorevolezza di dire che il reddito di cittadinanza doveva essere abolito perché il Sud aveva bisogno di lavoro e non di assistenza, di infrastrutture e non di elemosina. Dalle parole si è passato velocemente ai fatti. Si è passato ai fatti con la nascita di Acqua del Sud Spa che dalle ceneri del carrozzone di Eepli, ha generato una grande società pubblica di investimenti infrastrutturali. Dalle parole è passata ai fatti con l’assegnazione dei Fondi di Coesione. In questi giorni dagli esponenti della sinistra lucana ne abbiamo sentite di tutti i colori. Si è parlato di scelta propagandistica, di mossa elettorale, di mancanza di novità e tante altre sciocchezze che non meritano neanche commento. La verità semplice e di facile comprensione è che il Governo ha smentito con i fatti le narrazioni mendaci della sinistra lucana e meridionale. Con la stessa determinazione con la quale in campagna elettorale ha detto che avrebbe abrogato il reddito di cittadinanza, il Presidente del Consiglio è venuta in Basilicata a dire che il Governo ha assegnato 945 milioni di euro, poco meno di un miliardo per opere pubbliche.

SULLA STRADA DI NITTI E BENEDUCE

Ed è paradossale che proprio la sinistra lucana e meridionale non si accorgano come questo cambio di visione dall’assistenza agli investimenti sia sulla stessa scia di un grande lucano come Francesco Saverio Nitti e di un grande uomo del Sud come Alberto Beneduce. La sinistra piagnona si ammanta della retorica del “riformismo” ma non si accorge di quando le politiche messe in campo che sostituiscono l’elemosina di Stato con gli investimenti come volano per lo sviluppo del Mezzogiorno siano simili a quelle teorizzate proprio da grandi riformisti meridionali. Era il 1921, il capo del Governo era il Riformista Bonomi e per la prima volta nella storia unitaria si interveniva con un piano di opere pubbliche approvato con la Legge 1177 del 1921 anche come dichiarato strumento per contrastare la disoccupazione. Nella discussione sulla Legge per il Governo intervenne un giovane Alberto Beneduce che, dopo aver fatto la gavetta nel ministro dell’Agricoltura del lucano Franceso Saverio Nitti era diventato Ministro del Lavoro. L’economista casertano diceva testualmente “i lavori pubblici di cui si tratta non sono stati predisposti in relazione alla disoccupazione: sono lavori pubblici la cui esecuzione porterà lenimento alla disoccupazione ma sono stati preordinati quali mezzi dell’azione dello Stato diretta ad aumentare il reddito del paese. A determinare, cioè, condizioni di ambiente che valgano a rendere più agevolmente produttive le energie latenti della Nazione e, quindi, valgano in definitiva, in un tempo prossimo, a migliorare le condizioni di assorbimento della mano d’opera sul mercato nazionale” proseguendo il suo discorso con l’esigenza di rivolgere ogni sforzo per sostituire il salario al sussidio. È passato più di un secolo da quella lezione, il New Deal americano e le politiche di Roosvelt sarebbero venute soltanto un decennio più tardi, il Piano Casa di Fanfani molto tempo dopo ma quella visione di politica economica partorita dai riformisti Bonomi e Beneduce fece scuola nei secoli. Sostituire il sussidio con il reddito, eliminare le politiche dell’elemosina con quelle dello sviluppo, mettere al centro le opere pubbliche e gli investimenti erano al centro di quella visione tutta meridionale con una grande radice cultura- le in Basilicata. Oggi la porta avanti il Governo Meloni che viene al Sud per dire che se è vero che è finito il tempo del sussidio, sta per iniziare il tempo del lavoro e degli investimenti. Di tutto questo, però, la sinistra che si riempie la bocca di Sud e di riformismo non si è resa conto. Tra il dito e la luna esiste una sinistra che preferisce sempre guardare il dito.

Di Antonio Tisci

Dirigente Fdi

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