Di Massimo Dellapenna
Negli anniversari gli elogi si sprecano, non si contano, fluiscono come un fiume in piena da ogni bocca che si apra per dire la sua. Gli anniversari, però, passano in fretta ed il giorno dopo resta la realtà che non corrisponde agli effluvi di belle parole che si sono consumate nella giornata delle celebrazioni.
I QUARANT’ANNI DELL’UNIBAS
Il quarantennale dell’Unibas non si è sottratto a questa usanza antica e ripetuta che vuole che ci si vanti dei successi ma non si parli mai delle difficoltà almeno nei giorni di festa.La cerimonia, escludendo la coraggiosa presa di posizione di Eustachio Follia di Volt, è stata il tripudio della narrazione sulla grandezza dell’Università. Come tutte le narrazioni ha nascosto la verità. I numeri non mentono mai. Guardando il sito del Miur scopriamo che nell’Anno Accademico 2021/2022 gli immatricolati sono stati 876.Confrontando questi numeri con quelli delle altre Università del Mezzogiorno è facile evidenziare che quella di Basilicata è la meno attrattiva anche rispetto ad Accademie più giovani. Basterebbero i freddi numeri degli immatricolati per uscire dalla retorica delle celebrazioni ma la realtà è ancora più spietata.
LA QUALITÀ DELLA RICERCA
L’Agenzia di Valutazione del sistema dell’Università e della Ricerca (Anvur) ha pubblicato nell’Aprile del 2022 la classifica delle Università Italiane nella qualità della ricerca. Con un punteggio di 0.88195 l’Università degli Studi della Basilicata si è classificata ultima tra le Università di pari dimensione nella graduatoria delle Università Statali per i prodotti dei ricercatori e terz’ultima nella classifica della formazione alla ricerca. I dati, dunque, ci forniscono l’immagine di una Università piccola nei numeri e piccola anche nella capacità di ricerca e di innovazione.
IL RAPPORTO CON IL TERRITORIO
Ancora più deficitario appare il rapporto con il territorio, sia nella capacità di coinvolgerlo e di contaminarlo sia nella capacità attrattiva. L’Università degli Studi di Basilicata sembra essere un corpo estraneo al territorio regionale, non partecipa se non marginalmente al dibattito sociale, culturale e politico della nostra terra e non offre il contributo culturale che una grande istituzione accademica di ricerca dovrebbe fornire per la crescita di un territorio né in termini qualitativi né in termini quantitativi. Tanto meno l’Unibas sembra capace di attirare studenti da fuori regione. Mentre non si contano gli studenti lucani che scelgono di andare a laurearsi in altre Regioni anche per corsi universitari presenti in Basilicata, si contano sulle punte di poche mani quelli che da altre regioni scelgono di venire a laurearsi nella nostra terra. Un saldo passivo dell’immigrazione universitaria che danneggia non poco il nostro territorio ma sul quale nessuno sembra interrogarsi nascondendosi dietro la formula di rito secondo cui la scelta della sede universitaria sarebbe legata alle maggiori attrattività esistenziali di altre città italiane.
DALL’ANNIVERSARIO AL FUNERALE
Non vedere i problemi, fingere che tutto vada bene non è un modo per sì che tutto vada bene è soltanto un sistema semplice per nascondere la polvere sotto al tappeto chiudendo ogni possibilità di cambiamento della rotta e di miglioramento della situazione. Gli anniversari sono grandi feste in cui non si parla mai male ma ci si perde in effluvi di complimenti. La stessa cosa accade ai funerali. Abbiamo assistito alla recita fittizia delle cerimonie per i quarant’anni dell’istituzione dell’Unibas. Non vorremmo, tra quarant’anni o forse meno, fare una cerimonia funebre nella quale ripetere le stesse frasi ma al passato come sempre accade a ciò che poteva essere e non è stato. La classe accademica si autoloda e la classe politica annuisce silenziosa senza né critica né proposta, il perfetto mix per schiantarsi contro l’iceberg non visto mentre si beve champagne e l’orchestrina continua a suonare. Non ci piace essere così critici, dire queste cose ed evidenziare i difetti di quella che dovrebbe essere una grande istituzione e un grande motore per il territorio ma, proprio per il bene della nostra Regione e della nostra Università, qualcuno doveva farlo. Non avendolo fatto né i politici né gli accademici, siamo costretti a farlo noi.
