Alfredo Cospito con il suo sciopero della fame ad oltranza da 105 giorni sta tenendo in scacco il sistema politico italiano consentendo alla destra di fare la destra legge e ordine, e alla sinistra di essere sinistra nella difesa dello Stato di diritto a tutela di un detenuto che rischia di morire. Costretto al regime duro del 41 bis è stato equiparato dal Guardasigilli Cartabia ai boss mafiosi che comandano l’organizzazione dal carcere, confermato dal suo successore Nordio che pur dichiarandosi garantista si dimostra molto giustizialista con chi avversa il Potere. Gli anarchici insurrezionalisti hanno organizzazione orizzontale informale e la pena che devono scontare stride per ragione e Diritto ad essere equiparata a quella di Matteo Messina Denaro. Cospito è costretto all’ora d’aria in un cubicolo di cemento da solo dove guardava una grata. L’anarchico deve rispondere del reato di strage per un attentato dimostrativo contro una caserma che non ha causato morti né feriti. La Costituzione scrive che il carcere della Repubblica è rieducativo. La detenzione di Cospito è afflittiva. Già altri detenuti sono morti in carcere mettendo in gioco il loro corpo: Sami Mbarka Ben Gargi, Cristian Pop, Gabriele Milito, Carmelo Caminiti militi ignoti della protesta che non hanno avuto il clamore del dibattito pubblico e dello scontro politico istituzionale e probabilmente qualche altro nome sfugge al mio elenco. Gli ideali anarchici e la vicenda di Alfredo Cospito mi hanno richiamato un pre Vicende di repressione, quando Cospito si chiamava Passannante Dal primo anarchico a finire al 41 bis al cuoco lucano che per aver sfiorato Re Umberto 1° di Savoia passò il resto della vita nella torre dell’isola d’Elba cedente lucano storico; quello del cuoco libertario Giovanni Passannante. Nacque a Salvia di Lucania nel 1849 in una famiglia povera alloggiata in un tugurio. Fece il pastore e andò a servizio in famiglie ricche. Si trasferì a Salerno in casa di un ex capitano che gli insegnò a leggere e scrivere. Scoprì i libri di Mazzini e diventò repubblicano.Nel 1870 fu scoperto con dei manifesti sovversivi e portato in carcere per tre mesi. Tornò a Salvia. Lascerà alla famiglia un giornale con le cronache della Comune di Parigi e uno scritto in onore di Garibaldi e Mazzini. Per i parenti analfabeti l’unico ricordo di quel loro parente. Per ironia della sorte risulta che fece il lavapiatti all’hotel Savoia di Potenza, nome che incrocerà tristemente la sua vita. Andò via perché malpagato. Andrà a lavorare in una ricca famiglia svizzera di Salerno, nella stessa città aprirà con un socio una trattoria. Frequenta una società di Mutuo soccorso, ma se ne allontana per la dubbia gestione dei fondi. È aderente ad una Chiesa Evangelica, entra in contatto con le idee anarchiche. A quel tempo gli insurrezionalisti perseguivano il regicidio. Le avanguardie degli oppressi si ispiravano a Bruto uccisore di Cesare. Passannante si trasferisce a Napoli come cuoco e come rivoluzionario. La visita di Umberto I, re d’Italia, lo induce all’azione. Il 17 novembre 1878 Passannante con un coltello da cucina si mescola tra la folla, al passare del corteo reale finge di dover consegnare una supplica al re. Si avvicina alla carrozza e ferisce di striscio Umberto I ad un braccio, la regina lo frena con un mazzo di fiori, il presidente del Consiglio Benedetto Cairoli lo prende per i capelli e si becca una lieve coltellata alla gamba. Un capitano dei corazzieri colpisce l’anarchico alla testa che cade a terra sanguinante. Viene arre- stato. Sarà anche rinvenuta una stoffa rossa con un foglio scritto a mano dove si legge: “Morte al re, viva la Repubblica universale, viva Orsini (il mancato regicida di Napoleone III ndr) “. Il sindaco di Salvia, Giovanni Parrella, si precipitò a Napoli per chiedere scusa al re, e per l’occasione prese i soldi dalle casse comunali per comprarsi un vestito adeguato all’occasione. Umberto disse al notabile vestito di nuovo: “Gli assassini non hanno patria”. La pensavano diversamente i suoi notabili che al sindaco imposero di cambiare il nome al paese. Salvia obbedì e il 3 luglio del 1879 con regio decreto il comune divenne Savoia di Lucania. Il meridionalista Giustino Fortunato nel 1913 scriverà: “Io non so rassegnarmi che un così bel nome sia andato capricciosamente cancellato”. Passannante fu processa- to in un giorno, assistito da un avvocato d’ufficio che chiuse la sua arringa al grido di “Viva il re”. Fu condannato alla pena di morte. Umberto convertirà la condanna all’ergastolo, ma quella grazia fu peggio del plotone di esecuzione. Passanante nell’isola d’Elba a Portoferraio sarà sottoposto al 41 bis dell’epoca. Passerà circa dieci anni, in una cella piccola, senza servizi igienici, situata sotto il livello del mare ed esposta all’infiltrazione d’acqua, perennemente attaccato ad una pesante catena, senza poter ricevere visite e posta. Su sollecitazioni di comitati anarchici il deputato Agostino Bertani accompagnato della giornalista Anna Maria Mozzoni andarono in visita a Portoferraio. Non si segnalano Donzelli d’epoca che li accusarono di collusione. Il parlamentare ammesso a spiare dalla serratura fu sconvolto da quello che vide e lasciò scritto: “per molti giorni ne ebbe guastati l’appetito ed il sonno”. La Mozzoni iniziò una campagna stampa, scrisse al re ma non ricevette mai risposta ritenendo il monarca opportuno quell’ergastolo ostativo. Si ottenne però una perizia psichiatrica. Passannante, afflitto da quella detenzione, sarà trasferito al manicomio criminale di Montelupo Fiorentino nel 1879. Qui troverà ristoro coltivando un giardino e scrivendo le sue teorie su un quaderno. Muore ormai cieco nel 1908. Gli anarchici lo celebrano sui loro bollettini. Aveva 60 anni. Ma neanche da morto c’è pace per il prigioniero. L’antropologia ne studia il cervello secondo gli usi del tempo. La testa decapitata peregrinerà per diversi musei criminali sinistramente esposti al pubblico. La mobilitazione per Passannante prosegue anche da morto. La solleva nel XXI secolo l’attore e regista lucano, Ulderico Pesce, che ne fa un spettacolo teatrale e promuove un appello firmato da artisti e intellettuali. Interviene Francesco Rutelli con un’interrogazione parlamentare e dall’Europa agisce anche il lucano Gianni Pittella chiedendo una sepoltura degna nel suo paese. La campagna ha effetto. L’11 maggio del 2007, alla chetichella per timori per l’ordine pubblico, Passannante viene trasportato di nascosto al suo paese e tumulato senza nessuna celebrazione. Ci si riscatterà qualche giorno dopo alla presenza di anarchici e disobbedienti del nuovo secolo. I pochi monarchici in servizio ebbero anche l’ardire di protestare. Il 7 gennaio 2012 ignoti hanno profanato la tomba e danneggiato la lapide dell’anarchico lucano. In paese si sono due murales che lo ricordano. Umberto I di Savoia sarà ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci a Monza nel 1900 per vendicare la folla inerme uccisa dai cannoni di Bava Beccaris che così represse uno sciopero per il pane e per il lavoro. Salvia si chiama ancora Savoia di Lucania. Canta Francesco Guccini in Canzone di notte numero 2 “Però non siate preoccupati, noi siamo gente che finisce male: galera od ospedale. Gli anarchici li han sempre bastonati”. Un verso buono ancora per Cospito e anche per il lucano Passannante.
Di Paride Leporace
