IN ESCLUSIVA PER CRONACHE LUCANE IL PARERE DELLA DOTTORESSA ELISABETTA SIONIS 


La piccola Elena Del pozzo avrebbe compiuto  cinque anni il prossimo 12 luglio

A spegnere la sua tenera esistenza non è stato un commando armato, ma Martina Patti, casalinga di 23 anni e madre della piccola vittima

Quale potrebbe essere stata la spinta motivazionale che ha permesso alla assassina di uccidere barbaramente la propria creatura?

Per saperne di più abbiamo raggiunto telefonicamente la dottoressa Elisabetta Sionis, criminologo clinico esperto in psicologia giuridica, già magistrato onorario presso il Tribunale per i minorenni di Cagliari


Dottoressa Sionis, come in ogni caso di figlicidio commesso dalle madri, l’opinione pubblica si interroga sul movente che tende ad attribuire alla follia. Ritiene che Martina Patti abbia ucciso a causa di una qualche psicopatologia?

Considerata la crimino-dinamica ritengo che l’etiocriminogenesi sia unicamente ascrivibile alla peculiare personalità della reo confessa Martina Patti, ossia una donna totalmente ego-riferita, con scarso livello di tolleranza alla frustrazione e carente capacità empatica.
Una struttura di personalità che sembrerebbe ricalcare appieno quelle che più spesso giungono alla osservazione criminologica e sono tipiche di soggetti con disturbo di personalità antisociale e/o borderline.


Il movente è intra-psichico ma le sue condotte precedenti, durante e dopo l’omicidio, dimostrano che la motivazione non sia discesa da un suo stato psicopatologico, quanto dalla sua necessità di saziare l’incolmabile rabbia e cattiveria di cui è pervasa.
Il male esiste e non ha niente a che vedere con la malattia mentale.


Il movente è di matrice punitiva/vendicativa: da un lato, Martina ha infierito sul corpicino di Elena per punirla per l’amore che nutriva nei confronti del padre e di tutto il suo nucleo familiare, compresa la nuova fidanzata e, dall’altro, ha compiuto una vendetta sull’ex compagno ritenuto colpevole di averla rifiutata ed essere riuscito a costruire un legame sereno con un’altra donna.

Con alta probabilità, così come correttamente intuito dalla cognata della Patti, quest’ultima aveva anche l’obiettivo di correlare la sparizione e decesso della bimba a pregressi fatti giudiziari legati al padre.

Durante la denuncia per sequestro di minore, la Patti aveva dichiarato che i presunti (quanto inesistenti) rapitori avessero nel minacciarla, fatto riferimento all’ex compagno, dimostrando di essere le stesse persone che, mesi addietro, avevano lasciato un biglietto di minacce nella cassetta delle lettere dell’uomo.


Quest’ultima circostanza, delinea la probabilità che la premeditazione del barbaro gesto sia molto più datata rispetto al momento dell’omicidio.

Difatti, è la assassina a correlare il falso sequestro con la precedente missiva minacciosa inviata al papà della piccola Elena, in cui l’occulto mittente delineava, come atto ritorsivo, la ipotesi di un ingiusto danno nei riguardi della bambina.

Dottoressa Sionis, le indagini sono ancora in corso, pertanto ancora non è dato sapere dove si sia consumato l’efferato omicidio. Si è fatta qualche ipotesi?

Al momento, ritengo plausibili unicamente due ipotesi:

La bimba potrebbe essere stata uccisa a casa, in uno spazio ristretto e preliminarmente preparato per consentire una veloce e congrua pulizia post delictum, oppure, il teatro dell’omicidio potrebbe corrispondere a luogo in cui è stato soppresso il cadaverino.
Nel caso in cui l’omicidio fosse stato consumato accanto alla buca, sarebbe opportuno verificare se le unghie di Elena abbiano trattenuto quel tipo di terriccio sabbioso nel loro interno.
Qualora la risposta fosse affermativa, si potrebbe ipotizzare che la bimba fosse protesa davanti al fosso e giocasse a scavare, mentre la sua assassina si determinava a colpirla, forse preliminarmente con un colpo di badile e poi con il coltello.

Dottoressa Sionis, alcuni opinionisti hanno ipotizzato la complicità di una terza persona, ritiene plausibile questo eventuale scenario delittuoso?

Escludo categoricamente che vi siano altre persone coinvolte.
Sono del tutto arbitrarie le deduzioni, legate unicamente alla fisicità della assassina, che indurrebbero ad ipotizzare che non abbia fatto tutto da sola.

Siamo davanti ad una lucida ed efferata criminale con alta propensione alla menzogna.

Il luogo in cui ha occultato i poveri resti di Elena, dopo averli confezionati all’interno di ben cinque sacchi di plastica, è costituito da un terriccio sabbioso, con alta probabilità di origine vulcanica, facilmente erodibile e che non necessità di particolare forza per essere scavato.

L’assassina godeva di piena fiducia da parte della piccola vittima, essendo la madre, pertanto sia nel caso in cui sia stata uccisa a casa o nel caso in cui il tutto si sia verificato nel luogo dell’occultamento, la Patti non necessitava di nessun aiuto da parte di terzi.

Tra l’altro, non è così semplice arruolare un complice per un infanticidio.

Questa ipotesi ha la medesima valenza di quella orchestrata dalla assassina riguardo al fantomatico quanto falso sequestro di Elena-

Infine, tutti gli assassini mentre uccidono sono pervasi da una forza superiore rispetto a quella che sentono di avere quotidianamente ed in situazioni di routine, quindi anche la falsa attestazione de-responsabilizzante della assassina secondo la quale avrebbe sentito di essere agita da una forza superiore come se fosse un’altra persona, altro non è che un maldestro modo per tentare di attribuire il suo efferato gesto ad una ipotetica, quanto falsa, patologia mentale.

Un’ultima domanda: diversi opinionisti hanno puntato il dito sui familiari in linea paterna, sostenendo che l’aver omesso di denunciare la Patti per maltrattamenti ai danni della bimba, possa aver in qualche modo non ostacolato il tragico epilogo

Sono considerazioni fuori luogo e chi le proferisce non tiene in considerazione che possano determinare un oltraggio al dolore dei familiari di Elena.

Purtroppo, in Italia si applica un doppio standard quando ci si approccia a certe tipologie di reati.
Solitamente i tuttologi del trash gossip giudiziario si orientano per una ermeneutica molto più benevola, se a parità di efferatezza e responsabilità sul reato commesso, il reo sia di sesso femminile.

Ci sono interessi economici fortissimi che hanno creato, alimentato e sostenuto il pregiudizio benevolo e lo stereotipo della donna vittima ad ogni costo, anche quando è una criminale assassina

-Immediatamente, la narrazione dei fatti si orienta verso una castello di ipotesi relative alla presunta psicopatologia di cui dovrebbe soffrire la delinquente, si sobilla che non possa aver fatto tutto da sola, si cercano responsabilità nelle condotte tenute o omesse dalle vittime dirette e collaterali-

Viceversa, il processo mediatico con relativa condanna e gogna scattano in men che non si dica, quando il sospettato o il reo è un uomo.
Sono dinamiche comunicative che nuociono alla Verità.

In Italia è molto più difficile ottenere equa giustizia quando a commettere reati è una donna.

Per quanto attiene Martina Patti, auspico che, previa la dovuta disamina di tutti gli atti ed elementi assunti dalle indagini, sia condannata per il reato commesso, per il reato simulato e non le sia concessa “d’ufficio” l’attenuante dell’essere fragile e incapace o semi-inferma, in quanto donna.

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