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«NESSUNA SINDACA NEL MATERANO»

Rappresentanza di genere nei Comuni, Pipponzi presenta il “dossier”: male anche il Potentino


«Nessuna sindaca nella provincia di Matera mentre nella provincia di Potenza la percentuale di sindache si attesta al 18%».

È il dato più eclatante emerso dall’indagine conoscitiva “Le quote di genere nei Comuni lucani” condotta dalla Consigliera di Parità effettiva della Regione Basilicata, Ivana Pipponzi, presentato ieri a Potenza, nel palazzo sede della Provincia.

«Si tratta della prima indagine che è stata svolta in Basilicata con riferimento alla verifica della rappresentanza femminile nell’ambito delle Istituzioni politiche degli Enti locali.

Abbiamo voluto tarare e verificare – spiega Pipponzi- in tutti i comuni lucani, quindi provincia di Potenza e provincia di Matera, quante donne siedono nei consessi istituzionali comunali.

Sono emersi dei dati molto interessanti, ad esempio abbiamo scoperto che non ci sono sindache nella provincia di Matera, e 18 sono le donne sindache invece della provincia di Potenza.

Ci sono anche donne che presiedono il Consiglio comunale ed in particolare sono 3 donne in provincia di Matera e 21 nella provincia di Potenza ».

«Questo chiaramente non è un obbligo di legge – spiega-, rispettare il genere né con ferimento alle sindache né con riferimento alle presidenti del Consiglio comunale però è interessante verificare l’attenzione e la sensibilità paritaria che hanno gli amministratori lucani.

Inoltre abbiamo verificato le quote di genere nell’ambito delle Giunte comunali dove invece c’è un obbligo, perché i comuni che hanno più di 3000 abitanti sono obbligati a rispettare la Legge Delrio che impone la quota di genere, cioè una foto pari a 40% del numero totale dei componenti della Giunta con arrotondamento, e anche in questo caso non tutti i comuni rispettano il dato normativo.

Comunque mediamente il dato regionale è oltre il 40% del rispetto della rappresentanza femminile nelle Giunte dei Comuni.

Con riferimento invece alla presenza di donne nell’ambito del Consiglio comunale, quindi quante donne elette, c’è una percentuale che si attesta intorno al 30% , ancora poche sono le donne elette nell’ambito dei Comuni che quindi possono comporre questi consessi istituzionali.

Questa indagine naturalmente vuol costituire non solo una mappatura di quella che è la situazione in Basilicata, ma soprattutto vuol costituire un’azione positiva, cioè sensibilizzare sempre di più l’opinione pubblica sulla necessità della presenza femminile quanto alla amministrazione della cosa pubblica: per dirla in breve è vero che ci sono i dettati normativi che impongono le quote, ma dev’essere una sensibilità personale, un sentire personale il poter declinare al femminile anche l’amministrazione appunto degli Enti locali e quindi non si può fare a meno dell’ottica delle donne». Rappresentanza e partecipazione, ma anche uso dei termini e del linguaggio di riferimento.

«Fondamentale è parlare anche di lingua e di linguaggio in un evento del genere -dichiara Simona Bonito, Presidente Città per le donne- La lingua è la fotografia della società in cui viviamo e se non proviamo a modificare il linguaggio utilizzato nella Pubblica Amministrazione, sicuramente saremo sempre un passo indietro rispetto a quella tanto ambita parità di genere.

Tutto parte dalla lingua: se pensiamo che la legge, le leggi che vengono scritte, sono scritte in italiano, è fondamentale anche provare a rivedere e ripensare il linguaggio di genere nella Pubblica amministrazione.

Quando si parla di Pubblica amministrazione e di linguaggio di genere mi riferisco a tutti gli atti che vengono pubblicati ed emessi dalle Pubbliche amministrazioni e che fino a questo momento hanno sempre fatto riferimento solo al linguaggio maschile, quindi tutti gli atti vengono declinati al maschile. È curioso pensare che la prima volta che si è parlato di linguaggio inclusivo nella Pubblica amministrazione, risale a quasi trent’anni fa.

Cecilia Robustelli ha provato a immaginare un decalogo, un documento molto importante che provava già a modificare questo linguaggio di genere, ma dopo 30 anni siamo ancora qui a parlare di raggiungimento di quei livelli che ancora non sono stati raggiunti, per cui è un’azione sociale, inclusiva e culturale e se non partiamo da questi primi passaggi fondamentali non possiamo parlare di parità di genere».


 

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