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INTERROGATORI DI GARANZIA PER I SODALI DEL CLAN RIVIEZZI ARRESTATI DALLA DDA

In otto davanti al Gip, tutti si avvalgono della facoltà di non rispondere tranne Pesce che si dichiara estraneo ai fatti. Oggi tocca agli altri 7


POTENZA. A meno di ventiquattro ore dalle ordinanze di custodia cautelare in carcere, si sono svolti gli interrogatori di garanzia delle persone arrestate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica del Tribunale di Potenza ed accusate di avere, con metodo mafioso, attuato estorsioni e atti intimidatori nei confronti di alcuni commercianti ed imprenditori.

Dinnanzi agli inquirenti che hanno formulato le accuse, si sono presentati in videoconferenza gli otto arrestati: Francesco Michele Riviezzi, Franco Mancino, Domenico Lamaina e Francesco Faraone detenuti a Lecce, Vito Riviezzi dal carcere di Voghera, Massimo Aldo Cassotta dalla casa circondariale senese di San Gimignano, Maurizio Pesce e Felice Balsamo che sono attualmente detenuti nel carcere di Taranto.

Tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, mentre un timido tentativo è stato fatto da Pesce che però, rendendo dichiarazioni, si è professato estraneo alle accuse contestate. Oggi toccherà alle sette persone poste ai domiciliari: Rocco Nolè, Marco Triumbari, Pierangelo Piegaiu, Adrian Pasoiu e Pompilio Fusco. Dovranno rispondere o avvalersi anche Nicola Romano e Giovambattista Moscarelli che da vittime delle estorsioni sarebbero diventate, per gli inquirenti, complici delle condotte intimidatorie attuate con modalità mafiose.

IL RUOLO DEI SODALI: DAI REGGENTI AGLI ESECUTORI DI ORDINI

Ruolo di spicco, così come emerso dalle investigazioni della Dda potentina, era quello di Vito Riviezzi che, durante la detenzione del padre Saverio ad Ascoli Piceno, avrebbe assunto l’incarico di «‘gerente’, promotore, dirigente ed organizzatore dell’attività associativa ». Stando a quanto emerso dalle indagini, cosa comune ad altri fatti precedentemente accertati, avrebbe ricevuto dal boss «direttive a cui dava attuazione coordinandole attività dei sodali e rappresentando gli interessi della ‘famiglia’ nella direzione dell’attività associativa».

Vito Riviezzi avrebbe anche «coordinato con il padre i rapporti ed i collegamenti con le cosche della’ndrangheta calabrese, ma anche con il clan Cassotta di Melfie con gli ambienti della criminalità organizzata campana». Altro ruolo fondamentale per la ‘famiglia’ era quello di Francesco Michele Riviezzi che concorreva col figlio del boss «nella reggenza del clan, coordinandole attività di recupero crediti con modalità estorsive nei confronti di operatori imprenditoriali e commerciali».

Attività che, come ha permesso di accertare questa indagine, vedeva l’utilizzo di “creditori” che, secondo le accuse, facevano gli interessi del sodalizio e che permettevano allo stesso Franco Michele Riviezzi di ricevere un aparte dei proventi destinati anche alla ‘cassa comune’ della criminalità pignolese. Domenico Lamaina viene invece ritenuto dalla Dda «soggetto organico al sodalizio» assieme a quello che poi ha collaborato alla buona riuscita delle indagini ovvero Lorenzo Bruzzese, il calabrese che ha deciso di collaborare con la magistratura potentina.

Entrambi sarebbero stati agli ordini dei figli di Saverio Riviezzi che avrebbero impartito «specifiche direttive programmatiche ed operative con sulle attività intimidatorie ed estorsive relative al recupero crediti nei confronti di operatori imprenditoriali e commerciali». Nello specifico, Domenico Lamaina avrebbe partecipato a vicende estorsive che avevano non solo la finalità di recuperare denaro utile all’associazione, ma anche per «controllare il territorio, accreditandosi presso la collettività e determinando una condizione di assoggettamento delle vittime».


Il nome di Massimo Aldo Cassotta verrebbe speso per sottolineare la potenza del clan, tanto che- dicono gli inquirenti- «con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, nonostante fosse sottoposto a sorveglianza speciale, si sarebbe varie volte a Tito Scalo per commettere condotta estorsiva» ai danni di alcuni imprenditori. Felice Balsamo, personaggio noto alle cronache giudiziarie del salernitano per essere vicino ad esponenti del clan dei ‘casalesi’, sarebbe stato un altro uomo al servizio del clan Riviezzi, «spendendo il nome del capostipite per marcare le azioni intimidatorie da lui commesse ».

Anche su Franco Mancino spiccano indizi di colpevolezza che dagli inquirenti sono ritenuti di corresponsabilità assieme agli altri sodali del gruppo criminale nella commissione di alcuni reati. Sarebbe intervenuto più volte nella commissione di atti estorsivi anche Maurizio Pesce, ritenuto essere al servizio del clan di cui- sostengono gli inquirenti- sarebbe stato parte integrante, tanto che la condotta dello stesso viene ritenuta «sintomatiche della pericolosità del soggetto e dimostrativa di una significativa inclinazione al crimine nonché di adesione stabile e continuata all’associazione ».

Lo stesso Pesce, stando alle risultanze investigative, avrebbe avuto «il compito di assicurare le comunicazioni tra gli associati, partecipare alle riunioni ed agli incontri del sodalizio anche per garantirne la riservatezza, spalleggiare i capi negli incontri con le vittime delle estorsioni, eseguendo anche le direttive impartite dai vertici dell’associazione non prima di averne riconosciuto e rispettato le gerarchie e le regole interne ».Sulla figura di Francesco Faraone, gli inquirenti lo ritengono responsabile e partecipe di alcuni fatti delittuosi in ordine alle condotte estorsive ed intimidatorie che lo avrebbero visto agire assieme a Cassotta, «dimostrando un’allarmante spregiudicatezza, idonea ad descriverne la personalità ».

L’ESTORSIONE ALLA ‘DREAM CARS GROUP’ E LE MINACCE NEL NOME DEI RIVIEZZI

Tra gli episodi contestati al clan, le estorsioni attuate nei confronti di una concessionaria di veicoli usati, la Dream Car Group srls con sede a Tito Scalo e ad Atena lucana. Stando a quanto appurato dagli investigatori della Dda e della sezione Criminalità Organizzata della Questura di Potenza, dopo una serie di transazioni commercial iper acquisto e permuta di alcuni veicoli tra i concessionari e uno degli indagati, Rocco Nolè, la posizione debitoria di quest’ultimo a cui i titolari dell’autosalone avevano trattenuto come ‘pegno’ un’altra autovettura, sarebbe stata oggetto di estorsione da parte del clan che con i propri sodali avrebbe anche aggredito uno dei soci. In quella fase estorsiva, sarebbero intervenuti in più occasioni non solo lo stesso Nolè, ma anche Mancino, Balsamo, Bruzzese e il rumeno Pasoiu intimando il compimento di future azioni delittuose gravi.

In quell’occasione, sia a Tito che ad Atena Lucana, sarebbe stato speso proprio il nome del sodalizio dei Riviezzi che evidentemente- come asserito dal Procuratore capo Francesco Curciorappresentava una ‘garanzia’ per far comprendere la potenza degli atti criminali. Significativo rilevare il coinvolgimento, in questa vicenda, di Felice Balsamo che già risultava iscritto agli atti della Procura potentina per un’altra vicenda legata al riciclaggio e contrabbando da parte di gruppi legati ai casalesi e operanti nel Vallo di Diano.

Dalle indagini che hanno portato all’emissione delle quindici ordinanze cautelari, è anche emerso che la forza intimidatoria del clan è stata talmente incisiva da portare i due concessionari della Dream cars Group addirittura a chiudere la sede di Tito per evitare ripercussioni e seri atti intimidatori. Fatto avvenuto dopo una serie di incursioni intimidatorie su cui ha prevalso il timore da parte delle stesse vittime che hanno preferito perdere oltre cinquantamila euro pur di non essere minacciati e di subire ingerenze criminose

. Non sono servite dunque né le bombe né gli incendi, ma spesso la sola presenza di soggetti notoriamente legati al clan Riviezzi ha fatto la sua parte sottolineando la capacità di intimidazione intrinseca di alcuni soggetti


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