Erminio Fortunato era di Paterno, e aveva 44 anni. Purtroppo soffriva di una malattia congenita, e due giorni fa, accertata la morte cerebrale, i famigliari hanno acconsentito all’espianto degli organi (fegato, reni e cornee), permettendo a tre persone (di Parma, Milano e Mestre) di provare a tornare a sorridere. Quando penso all’atroce eroismo di noi esseri umani – Claudio Damiani ha scritto poesie meravigliose, sul nostro essere eroi di fronte alle prove della vita – penso a qualcosa d’insostenibile, sia per grandezza che per angoscia. Siamo così piccoli e insignificanti – al cospetto del tempo e dello spazio infiniti – e tuttavia siamo riusciti a curarci le ferite inventando pratiche estreme come i trapianti. È impressionante immaginare una creatura che ora vive con in corpo il fegato di Erminio. È qualcosa di miracoloso, ma anche di atroce, che fa venire i brividi. Ogni volta che leggo storie simili, ripenso allo scrittore Ugo Riccarelli, con il quale per un periodo ho lavorato al Teatro Stabile di Roma. Ugo aveva subito un duplice trapianto – cuore e polmoni – ma li aveva subiti nei primi anni ‘90, in Inghilterra, e dunque sapeva che gli rimaneva poco da vivere. Era piccoletto, sembrava un uccellino. Io ero grande e grosso ed ero perennemente attanagliato dall’angoscia e dall’ipocondria; lui invece, così piccolo e così precario, era sempre di buonumore, e mi faceva ridere con battute irresistibili. Ogni tanto parlavamo del trapianto, e lui non si sottraeva. Una volta gli chiesi se avrebbe accettato un altro trapianto qualora si fosse reso necessario. Mi rispose di no, perché non ce l’avrebbe fatta, a sopportare il calvario a cui costringe un trapianto. Morì il 21 luglio del 2013. Oggi nessuno lo ricorda mai, eppure vinse il Premio Strega nel 2004 con “Il dolore perfetto”. Mi piacerebbe riabbracciarlo; ingoiarlo, come sempre avveniva, nel mio corpaccione.

diconsoli@lecronache.info

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