Le Cronache Lucane

LA GAZZA CHE SI RICONOSCE ALLO SPECCHIO

Oltre ad essere sacra al dio del vino Bacco, la “Pica” era sentinella dei romani avvisando dell’arrivo di estranei

 

“In questi anni trascorsi ad ammirare le bellezze della biodiversità del nostro territorio -racconta il naturalista Carmine Lisandro– ho avuto modo di osservare uccelli a cui appartengono diverse specie di Corvidi come l’imponente Corvo imperiale, il più grande della famiglia con i suoi 60 cm. di lunghezza ed un’apertura alare di 150 cm., la Cornacchia grigia lunga quasi 45 cm, la Ghiandaia che arriva a 35 cm. e la Taccola che non supera i 33 cm. di lunghezza.

Oltre a loro non ho avuto difficoltà ad individuare un’altra rappresentante della famiglia conosciuta dai più con il nome di Gazza Ladra, un volatile che sa imitare versi di altri animali ed è molto intelligente, come hanno dimostrato test sulla sua capacità di riconoscere la propria immagine allo specchio e predisposto ad essere attratto da qualsiasi cosa brilli.

Nidificante e stanziale, in entrambi i sessi ha un piumaggio quasi del tutto nero, compreso il forte becco e le zampe, mentre le scapole, i fianchi ed il ventre sono bianchi. Un uccello molto elegante lungo circa 46 cm, compresa la lunga coda dai riflessi verde-blu.

La Gazza eurasiatica, dal comportamento diffidente e molto attento, è un uccello onnivoro e  territoriale che, appollaiata sui rami degli alberi sorveglia e difende il  proprio areale da eventuali estranei o rivali emettendo un verso acuto e chiassoso per poi scendere sul terreno, muovendosi con saltelli  soltanto per procurarsi il cibo costituito da grilli e cavallette, lucertoline, ranocchie, scarti di cibo umano e semi, ma anche ciliegie e frutti vari e non esita a derubare  scorte di cibo come noci e nocciole ad uccelli come il Picchio rosso maggiore oppure a mammiferi come il moscardino.

Nei periodi in cui c’è abbondanza di cibo si comporta come fanno altri Corvidi come il Corvo imperiale e la Ghiandaia: ne nasconde con accuratezza una parte per consumarla al bisogno, una caratteristica innata che conserva anche se ha un deficit fisico, come può essere una zampa ferita, per cui dopo aver mangiato il necessario sotterra il resto in una buca con ciuffi d’erba o altro.

La Gazza è un animale gregario che vive in gruppi più o meno numerosi per quasi tutto l’anno, frequenta  aree con prati, campi coltivati, frutteti, cespuglieti e margini di macchieti e, molto spesso, non temendo l’uomo, costruisce il proprio nido in vicinanza di aree urbane come parchi e giardini, luoghi che hanno la presenza di zone umide, ricche di acqua dalle quali non si allontana mai troppo sia perché ha bisogno di bere spesso sia per fare bagni frequenti per poi dedicarsi alla cura meticolosa del piumaggio.

Non appena in primavera si forma la coppia, che resta unita per tutta la vita, va alla ricerca di una biforcazione su alberi di latifoglie per costruire un imponente nido visibile solo in autunno quando cadono le foglie, fatto con rametti riciclati anche dal nido precedente che vengono mischiati con terra, creta e piccole radici per poi chiuderlo con una copertura di rametti spinosi, idonei ad impedire l’ingresso ad eventuali predatori tra i quali spiccano mammiferi come i Mustelidi tra cui la Donnola o la Faina oppure  altri Corvidi come le Ghiandaie o le Cornacchie grigie ma anche rapaci come l’Astore o la Poiana comune.

Come tutti i genitori la coppia alla schiusa delle uova alleva con molta cura i nidiacei, provvedendo a loro anche quando si involano, pratica che perdura fino a quando non saranno capaci di badare a loro stessi.

A volte può capitare che un piccolo, con le penne ancora avvolte dalla cheratina, caschi dal nido e venga ritrovato, come è capitato a mio figlio Francesco diversi anni orsono ma, per fortuna, essendo una specie molto adattabile è stato facile allevarla ed una volta cresciuta non ha avuto nessuna difficoltà dopo qualche giorno, ad andarsene con i suoi simili.

Nel nostro dialetto la Gazza è chiamata “Pica” e, ai tempi dei Romani, oltre ad essere l’animale sacro al dio del vino Bacco, veniva utilizzata come con le oche quali sentinelle per avvisare con i loro versi chiassosi l’arrivo di un estraneo.

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