MELFI. Un vecchio adagio che dovrebbe essere la preghiera laica di tutti quelli che aspirano a fare comunicazione è che, per farla bene, occorre rispettare le cinque C: chiarezza, completezza, concisione, concretezza, correttezza. La campagna elettorale di solito è una buona palestra sulla quale cimentarsi e non di rado si assiste a scivoloni tremendi e bizzarre soluzioni che fanno sorridere, quando non amaramente, anche il meno esperto. E pensare che davvero è più utile limitarsi al semplice, diretto e sicuramente non sbagliato “Vota antonio Vota antonio” del candidato Antonio La Trippa. Da una rapida scorsa dei primi santini elettorali e, ancora peggio, degli slogan preparati per sostenere le coalizioni e ottenere la preferenza degli elettori, spicca la campagna di comunicazione della lista del PD di Melfi per bizzarria e astrusità che cancellano in un sol colpo non solo le canoniche cinque C ma riescono a sopprimere anche una sesta, la C di “comprensione”.
La campagna di comunicazione del PD, infatti, sembra pensata ed attuata da un navigatore satellitare non aggiornato che si perde anche dentro casa e alla fine, stremato, si arrende con il canonico “tornate indietro quando potete”. Si è partiti con il piano inclinato e l’acqua che va dove c’è pendenza, come l’amore verso la speranza. Un capolavoro di comunicazione ambigua e sconclusionata, oltre che del tutto fuori contesto. Al di là della lezione di idraulica, che va bene quando si ha un’infiltrazione nel sottotetto, come si fa a parlare di amore e speranza quando la campagna elettorale è competizione, è confronto, e per l’amore resta davvero poco spazio e la speranza diventa automaticamente disperazione? A questo, poi, si è aggiunto l’uso incomprensibile di uno strano dialetto che è bello, sì, ma quando ha un senso, un costrutto, e non se diventa quasi uno slang da ghetto. Il ghetto divide, non unisce. E la separazione in una campagna elettorale, finalizzata per definizione a unire quanti più possibile, è una contraddizione in termini. Ma dopo lo scivolone sul piano inclinato che è, appunto, bagnato dell’acqua (santa persa) che defluisce inesorabile, un’altra perla.
Lo slogan è: “Melfi non torna indietro.” Se già l’uso della negazione e di termini che suggeriscono qualcosa di superato restituisce un’immagine di rifiuto e di cupezza (in evidente contrapposizione con lo slogan di parte avversa che invece va verso la bellezza, notare l’apertura e la positività) la foto che accompagna questa perla è da manuale dell’e(o)rrore: il candidato sindaco guarda, manco a dirlo, proprio indietro, anzi è proprio voltato all’indietro, e ride pure. Viene automatico pensare che sia uno scherzo, un tentativo di apparire divertenti. E invece no. Perché il tom tom agonizzante del PD ne partorisce un’altra: “Andiamo da dove veniamo”. E qui si capisce che il navigatore impazzito è spirato, definitivamente. Perché, a stretto rigore di logica, vuol dire che si sta tornando indietro, proprio quell’indietro al quale, manco si vuole guardare ma si sorride, con fare ammiccante. Se a questa seria, serissima difficoltà di orientamento e deambulazione del PD di Melfi nel capire la direzione, il percorso, la partenza e l’arrivo, si somma anche la confusione del PD nazionale che, invece, “Guarda Avanti” allora potrebbe concludersi che forse non è solo un problema di comunicazione che, invece, è corretta e ha giustamente, anche se nel movimento meno opportuno, evidenziato il vero problema del partito che non sa più dove andare per-ché ha perso memoria anche di ciò che era. E nel grigio di questa nebbia, forse è naturale che i candidati si mostrino in tristi santini in bianco e ne-ro, quasi come agnelli immolati e sacrificati ad una causa che non si è ancora capito quale sia e, soprattutto, dove vuole andare.

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