Le Cronache Lucane

FAGIANI: DALLA COLCHIDE ALL’EUROPA COI ROMANI

Lisandro: “Vengono introdotti a scopo venatorio esemplari di allevamenti che in Natura mostrano serie difficoltà”

Originario del continente asiatico, i Romani per motivi alimentari, l’importarono 2000 anni fa in Europa dalla leggendaria Colchide, attuale Georgia occidentale, da cui deriva anche il nome scientifico della specie Phasianus colchicus: oggi il documentarista lucano Carmine Lisandro ci porta a conoscere il Fagiano comune, un uccello “stanziale” appartenente alla famiglia dei Fasianidi.

“Attualmente -spiega Lisandro- è molto difficile da vedere in natura mentre, fino agli inizi del secolo scorso, era presente su tutta la nostra penisola.

Molto evidenti sono le diversità fisiche e cromatiche tra il maschio e la femmina, infatti il maschio, lungo sugli 80 cm oltre ad essere più grande ha un piumaggio sgargiante: la testa ed il collo, con un collare bianco, sono verde scuro, le guance sono nude con escrescenze di colore rosso, sulla nuca ci sono due  ciuffi di piume auricolari mentre il resto del corpo è per lo più marrone con il petto di colore beige, la lunga coda ha penne grigiastre chiare barrate di nero mentre le ali sono corte e non gli consentono un volo fluido, al contrario quando sono sul terreno hanno forti zampe che permettono movimenti molto rapidi.                                                                                                                                                       

Invece la femmina, lunga sui 60 cm, è più piccola rispetto al maschio ed ha un incedere meno elegante, la coda è più corta e la livrea va dal marrone scuro al rossiccio con delle striature nerastre.                                                                                                                                                                                            

 Non sono riuscito a trovare soggetti selvatici che frequentino il nostro territorio –incalza Lisandro- infatti, in questi ultimi anni, ho potuto documentare solamente fagiani nati ed allevati in cattività, individui non puri, risultato di diverse selezioni tra incroci delle varie sottospecie.

Ogni anno tra luglio ed agosto, in nome del ripopolamento di questa specie, in Italia vengono introdotti a scopo venatorio da parte delle A.T.C. (Ambiti Territoriali della Caccia) sub-provinciali, fagiani provenienti da allevamenti italiani o europei.

Appena liberati in Natura mostrano la loro difficoltà a trovare cibo in modo autonomo per cui è molto probabile che, nel giro di pochi giorni alcuni possano soccombere  per denutrizione e, visto che rispetto ai Fagiani selvatici, quelli allevati in cattività non hanno l’istinto di posarsi sui rami degli alberi, rischiano di diventare cibo per carnivori di media taglia come volpi, faine o piccole donnole oppure di  predatori casuali come i cani abbandonati.                                                                                                                                                                             

Dopo qualche giorno dall’immissione di questi soggetti, è capitato più di qualche volta durante escursioni o passeggiate, di incontrare sia alle prime luci dell’alba che durante il giorno, due maschi che litigavano, esemplari solitari o gruppi di 4 o 5 fagiani guidati da un maschio, mentre  spaesati vagavano in vicinanza di rotabili, sentieri di campagna o spazi aperti alla ricerca di semi, germogli,  vermi, insetti o piccoli mammiferi  oppure osservarli mentre si avvicinavano con cautela a pozze d’acqua o a piccoli torrenti per dissetarsi.

Essendo animali molto timidi e paurosi, avvertita la presenza umana, come prima cosa restano immobili per poi scomparire in qualche cespuglio o volare via e, come tutti i Fasianidi, planare dopo qualche decina di metri.                                                             

A marzo di quest’anno ho avuto la fortuna di riprendere una femmina di Fagiano in buona salute, sicuramente una di quelle immesse la scorsa annata venatoria dalla quale per sua fortuna era riuscita a sopravvivere.

Mi auguro di rivederla ancora e, comunque, resto convinto che questa specie avrebbe concrete possibilità di radicarsi sul territorio se si interrompesse il prelievo venatorio per alcuni anni” racconta il naturalista.  Ad oggi, invece, è inclusa nel calendario venatorio 2021/2022 come specie cacciabile da ottobre a fine gennaio 2022.

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