Le Cronache Lucane

DA POTENZA A CAPO A NOLA: TRIASSI VS TUTTI RISCHIA TRASFERIMENTO PER «INCOMPATIBILITÀ»

Tra 48 ore la decisione del Csm: dal caso di Ciro «o ricchion» alle invettive denigratorie contro «e femmene incinta», pesante esposto contro il pm di Petrolgate

Non è un colpo da ko, rimarrà sul ring, ma chissà se e quanto inciderà sulla sua carriera e sul portafoglio: il magistrato Laura Triassi è più fuori che dentro la Procura di Nola.

Tra 48 ore, a stabilirlo in maniera definitiva sarà l’organo di autogoverno della magistratura, ma per la prima Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura non ci sono dubbi riguardo all’esito del fascicolo sul procura-tore capo Triassi: trasferimento d’ufficio per incompatibilità.

A firmare l’esposto sull’«intollerabile tensione» e sul «profondo disagio e penoso malessere» originatosi dalle condotte della Triassi, tutti i 12 sostituti procuratori in servi-zio a Nola  più 23 soggetti appartenenti al personale amministrativo in servizio presso detto Ufficio. Da aggiungere che a lamentarsi delle condotte di Triassi e dell’aggiunto Stefania Castaldi, anche «gran parte degli appartenenti ai reparti territoriali dell’Arma impegnati nel territorio di competenza» della Procura di Nola. Nel corso dell’istruttoria, il procuratore Triassi nel difendersi si è mostrata sorpresa delle contestazioni: «Non è il primo ufficio che dirigo, io ho diretto la Procura di Potenza per 2 anni e in un periodo di unificazione di  Procure, con un’attività organizzativa molto intensa», senza mai ricevere simili rimostranze.

A Nola, il magistrato Triassi che puntava al vertice della Procura di Potenza, si è insediato il 13 luglio dell’anno scorso a seguito della nomina avvenuta a giugno, c’è arrivato proprio dal capoluogo lucano.

È Triassi, per citare verosimilmente la sua inchiesta più nota a livello nazionale, il pm di Petrolgate.

Inchiesta, quella sul contestato smaltimento illecito di reflui petroliferi da parte dell’Eni, le condanne risalgono allo scorso marzo, condotta con il pm Francesco Basentini anche lui non più a Potenza. Per entrambi, il lasciare la strada vecchia per quella nuova, al momento si è rivelata scelta piuttosto contrastante. Basentini, dopo pochi mesi da capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), si è anticipatamente dimesso ed ora è tornato a fare il magistrato a Roma. Mentre il balzo in avanti di Triassi, l’agognata posizione di Procuratore capo, dopo neanche 1 anno, è già in discussione.

«IO SONO IL PROCURATORE E FACCIO QUELLO CHE VOGLIO»

Non solo il Procuratore capo Triassi è rimasto sbalordita dal leggere i contenuti dell’esposto, spiazzati anche in molti che proprio a Potenza, per motivi professionali, con il magistrato si sono interfacciati.

Senza entrare nel merito, su una cosa non si può dar torto al Procuratore capo: «Io non urlo, ho un tono della voce molto alto e sono uno dei pochi pubblici ministeri che certe volte ha parlato senza microfono». È così, probabilmente era senza microfono anche nella sua ultima requisitoria lucana: nel luglio scorso a Potenza per chiedere, al termine del processo Petrolgate, condanne per oltre 100 anni di carcere. Ma al magistrato Triassi, più che le urla, sono state contestate ben altre cose. «Io sono il Procuratore, faccio quello che voglio»: questa una delle premesse dell’esposto raccontata dal sostituto Mucciacito, a pronunciare la frase il pm di Petrolgate, che già indicativamente fa intuire quale sarà il tenore del resto del documento arrivato al Csm. Intuizione confermata dalla lettura e da passaggi quali, per esempio, «connotazione fortemente accentratrice al potere direttivo che le  spetta nella qualità di Procuratore». L’esposto delinea, tramite una serie di episodi, un «contegno offensivo, sprezzante e indagatore» assunto dal Procuratore capo Triassi che si approccerebbe ai propri interlocutori «con maniere connotate da estrema aggressività verbale, esprimendosi, spesso e volentieri, a voce alta e in dialetto, non mancando di abbandonarsi a vere e proprie esplosioni di rabbia o a battute scomposte e offensive». Triassi, tacciata di interagire con atteggiamento «di natura inquisitoria, connotato da aperta diffidenza e sospetto».

«O CASO D’O RICCHION»

Tra i tanti episodi all’attenzione del Csm, «o caso d’o ricchione».

La vicenda di Ciro «o ricchione», in realtà Ciro Migliore, è quella che ebbe notevole risalto mediatico del ragazzo transgender fidanzato con una giovane poi morta nel tentativo di sfuggire al fratello.

In presenza di tre Ufficiali dei Carabinieri, Triassi, come riportato, avrebbe denigrado  l’operato del sostituto  Mucciacito, proferendo le seguenti parole, in riferimento alla richiesta di convalida formulata dal pm, «fa schifo, qua nun se capisce niente!». Oltre a «dileggiare» i carabinieri, Triassi avrebbe insinuato che la dotto-ressa Mucciacito «potesse avere un interesse per il transessuale, domandando “ma, a te, te piace Ciro?». Ad ogni modo, il caso della morte di Maria Paola Gaglione, veniva «definito abitualmente “o caso d’o ricchione”».

LE «FEMMENE CA SE FANNO METTERE INCINTA»: «SI NUN VUO’ FATICÀ STATTE A CASA»

Non solo Mucciacito sarebbe stata vittima dell’«aprioristica disistima, se non addirittura disprezzo» da parte di Triassi. A un’altra sostituto procuratore, «sei una bugiarda, non tengo tempo da perdere» e a un’altra ancora «nun si buona, cagna mestiere».

Leggendo l’esposto, si direbbe proprio che il Procuratore capo non avesse per nulla fiducia nell’organico. Emerge dalle considerazioni offensive in dialetto napoletano sul conto dei sostituti sia presenti sia assenti: «Me crerev ca eravate ati persone, site tutte tale e quale… ve mettite a fa comunella contro ‘o procuratore… ve cammugliate uno cu ‘nate».

Oltre alla presunta inaffidabilità dei magistrati, altro tema quello della maternità. In merito, Triassi si esprimeva, viene riportato nell’esposto, «abitualmente in maniera scomposta, gratuitamente offensiva e denigratoria in merito a te-matiche sensibili quali la gravidanza e la maternità, apertamente e pubblicamente addidate quale colpevole disfunzione per l’ufficio, o  i congedi per malattia, pregiudizialmente definiti come pretestuose occasioni per sottrarsi agli impegni lavorativi». Tra le espressioni appuntate, uscite come «Io ritengo che uno debba fare una scelta: o fa i  figli o riveste questi incarichi che, tra l’altro, vengono assunti senza serietà, solo per i titoli, per fare curriculum, insomma».

E ancora:«Nun capisco cheste femmene ca se fanno mettere incinta e poi pretendono ‘o stesso trattamento de l’uommene, de’ mariti, pure si nun faticano tale e quale; Si nun vuo’ fatica’, statte a casa». In sintesi, questo il motivo della disapprovazione nei riguardi delle donne: «Una volta diventate madri lavorano meno dei maschi», pur vantando i loro stessi diritti.

DDA E CARABINIERI

Delineata nell’esposto, tra le altre, anche la presunta «resistenza» di Triassi «a trasmettere alla Dda di Napoli gli atti dei procedimenti penali connotati da modalità camorristiche». Così come anche l’Arma, in un caso il Procuratore capo, il Gip non la concesse, chiese l’applicazione della misura cautelare dei domiciliari per alcuni carabinieri, ha messo nero su bianco le proprie valutazioni negative: «Progressivo deterioramento della qualità dell’interlocuzione con la dirigenza della Procura di Nola».

Triassi, da parte sua, si è difesa sostenendo di non aver mai chiesto l’azzeramento dei vertici dei reparti e delle  compagnie insistenti sugli uffici circondari di Nola, anche perchè, «sarebbe stato assurdo».

Per il procuratore capo Triassi, le affermazioni dalle controparti riportate sono «generiche che se buttate così noi ci possiamo far rientrare tutto». Triassi, inoltre, ha fatto notare che prima dell’esposto, nessuno le ave-va contestato nulla, di qui i «forti dubbi sulla bontà del ricordo e sulla correttezza della ricostruzione». Nel caso Triassi, il Csm non deve né accertate né valutare le condotte tenute dal Procuratore capo nella loro possibile rilevanza penale o disciplinare. Tant’è che è stato anche precisato come «l’adozione di un provvedimento, non deve essere avvertito come sanzionatorio per il destinatario, ma come orientato, sul piano finalistico, a ripristinare un corretto esercizio del prerequisito di una funzione giudiziaria esercitata in condizioni di indipendenza e imparzialità». Senza entrare nel merito delle ragioni e dei torti, in qualunque parte essi si collochino, dal Csm tutt’al più a mo di risoluzione, sarà un buffetto soft alla “dai, non farlo più”.

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