Le Cronache Lucane

SE LA MORTE CI COGLIE MENTRE RACCOGLIAMO FUNGHI

Lettere lucane

Una decina di anni fa, qui a Roma, dalle parti di via La Spezia, notai che il traffico era insolitamente intenso. Procedevamo a passo d’uomo, e a un certo punto vidi un uomo morto al posto di guida – intorno, i sanitari erano ormai rassegnati. La scena mi colpì molto, perché ebbi la ventura di rimanere per qualche minuto bloccato in auto al suo fianco. Lo osservai bene: stava con il capo reclinato, e aveva la bocca aperta. La cosa oscena di quella morte non era la morte in sé, benché la morte lo sia sempre; no, la cosa oscena era il fatto che la morte si era presentata mentre guidava, nel pieno della sua sacra normalità. Non c’è cosa più oscena che morire così, senza preavviso, quando nulla lascia presagire che ciò che stai facendo fra pochi secondi – meno tre, meno due, meno uno… – non avrà più alcun senso, perché la vita è andata via per sempre e la morte ha spento di te ogni cosa, lasciando mille cose in sospeso. Ho ripensato a questa lontana immagine di morte leggendo la notizia della morte di un uomo di 55 anni mentre raccoglieva funghi in un bosco nel Potentino. Noi immaginiamo la morte come un’ora fatale che, pur annientandoci, ci onora di una ritualità solenne; e invece può essere stupida, vigliacca, crudele, perché può coglierci nel pieno delle nostre cose, impedendoci di rispondere a un messaggio importante, di restituire un debito, di chiedere scusa a qualcuno che abbiamo offeso. Un’altra cosa mi colpisce di quando la morte coglie così di sorpresa: che chi ci soccorre e si occupa delle nostre ultime cose, inevitabilmente vede di noi le cose più umili, più misere, più ridicole – mentre noi non abbiamo nemmeno il diritto di provare vergogna. Ecco perché lasciare le cose in disordine è un atto di grande fiducia verso la vita – e privilegio di pochi lasciare i conti in ordine, le cose ben sistemate, e gli addii già pronunciati.

diconsoli@lecronache.info

 

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