Che l’assessore regionale Rocco Leone non promettesse nulla di significativo lo si era già capito nell’impiego, in piena ondata pandemica, dell’aforisma salutista del “paziente uno che se ne sta tranquillamente a casa a mangiare la pastasciutta con la mamma” ma che ad aggravare l’inconsistenza del suo caso istituzionale ci fosse la mania paternalistica di nominare ovunque napoletani, di cui è affetto l’anziano presidente Bardi, nessuno l’avrebbe detto, almeno per via di quel pudore inviolabile e strategico che pure dovrebbe proteggere la sanità. L’infelicità della nomina di Ernesto Esposito al dipartimento regionale e la ripresa incontrollata dell’emergenza con il lungo e drammatico elenco d’inadempienze sta invece mostrando ai lucani la dura verità dei fatti contro le chiacchiere fallimentari del governo regionale di centrodestra. Prendiamo ad esempio l’Azienda Ospedaliera San Carlo e chiediamoci dove mai siano finite le magnifiche e progressive sorti che il commissario Giuseppe Spera avrebbe dovuto realizzare, almeno secondo le parole dei suoi patrocinatori. Confusioni e ritardi organizzativi sono all’ordine di giorno, mentre l’indolenza di Leone, per l’avviso di nomina del nuovo direttore, dà speranze a Spera per la proroga del suo lauto contratto. Ha scritto Valéry: “la speranza vede sempre il punto debole delle cose”.

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