Le Cronache Lucane

ESSERE STATI GIOVANI AI TEMPI DELL’AIDS

Lettere lucane

Non so in che modo questa pandemia cambierà il nostro modo di pensare, di amare, di vivere. So solo che siamo nel pieno di una lunga tempesta, al termine della quale ci sveglieremo cambiati. In verità già un’altra tempesta, benché meno violenta, travolse le nostre vite, segnando in profondità alcune generazioni. Mi riferisco all’Aids, che si abbatté su di noi – soprattutto su chi come me proveniva da una cultura cattolica – come una condanna biblica. È vero che quella malattia si poteva evitare, ma evitarla significava rinunciare a tante cose, soprattutto all’avventurosità degli anni giovanili. Io quella malattia – che ancora non è debellata – la vissi malissimo. Ogni momento di piacere era accompagnato da un presagio di morte. Anche perché sono cresciuto con una mentalità repressiva, per cui portarsi dietro i preservativi poteva sembrare irrispettoso, un modo per ammettere di essere usciti con “cattive intenzioni”. Tutto doveva sembrare casuale, ma quella casualità l’ho pagata a caro prezzo con dubbi e angosce, e con sintomi immaginari che mi facevano pensare ossessivamente all’Aids. Mi toccavo continuamente il collo per verificare che i linfonodi non si fossero ingrossati, e ascoltavo con terrore i servizi televisivi che parlavano di questa malattia. Furono anni orrendi, perché crescere con il sospetto che il piacere sia l’anticamera dell’inferno deforma per sempre la tua visione del mondo. Solo dopo molto tempo superai quest’ossessione, forse perché iniziai a dare un ordine diverso alla mia vita sentimentale – da giovani si ha una voracità ottusa e puramente vitalistica. Eppure io non sono mai stato convinto, per citare un famoso libro, che “debellare il senso di colpa” ci renda migliori. È vero sì che il senso di colpa nevrotizza e comprime, angoscia e tormenta, ma senza il senso di colpa la parola “morale” non potrà mai fare parte del nostro vocabolario interiore.


diconsoli@lecronache.info

 

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