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IL RITORNO A MURO LUCANO DEL SOLDATO CERONE

Lettere lucane

Una guerra non finisce mai al termine della guerra. Essa segna per decenni, e lascia cicatrici e memorie ferite per molto tempo. Dopo quanti secoli una guerra diventa per sempre una pagina di carta? Mi sono posto queste domande ieri, apprendendo del “ritorno” a casa, a Muro Lucano, avvolto nel tricolore, del soldato Giovanni Cerone, classe 1924, partito in guerra nel 1943, e fatto prigioniero dai tedeschi sul fronte croato. Morto in un campo di prigionia, fu prima sepolto a Essen e, in seguito, nel Cimitero militare italiano d’onore di Amburgo. Ad accogliere le sue spoglie c’erano il parroco, alcuni comandi militari, i fratelli e i parenti. Purtroppo non so nulla della vita di Cerone – con che stato d’animo partì per il fronte, come e dove venne catturato, di cosa morì durante la prigionia – così come non sappiamo quasi nulla di chi fa una guerra. La cosa più brutta di chi va in guerra è proprio questa: sapere di poter morire e di diventare un nome appena in un elenco infinito di caduti e di dispersi. Il “ritorno” a casa di Cerone mi ha fatto tornare alla mente una cerimonia alla quale partecipai casualmente a San Pietroburgo. Ero lì per girare un documentario e, per una serie di ragioni, mi trovai ad assistere a una cerimonia laica – mangiai pane nero e bevvi vodka come tutti – in onore di un soldato del quale erano stati rinvenuti i documenti e alcuni oggetti personali. Era caduto durante l’assedio di Leningrado, e il mio amico Gabriele Tecchiato, che era lì con me, mi disse: “Quando morì aveva l’età che abbiamo noi oggi”. Fu una cerimonia commovente. Alla fine della quale, non so perché, mi chiesero di parlare. E io, stordito dalla vodka e dalla commozione, in un tedesco malfermo, dissi queste poche parole: “Vi chiedo scusa in quanto italiano del dolore che abbiamo procurato al popolo russo insieme ai tedeschi”.
diconsoli@lecronache.info

 

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