Il governatore Bardi tira lo scherzetto politico del fuori sacco ai suoi più giovani assessori ed invoca in solenne riunione di giunta, come fosse la seduta spiritica di Pulcinella, l’apparizione della delibera sulla riorganizzazione della Regione. A dirla meglio l’operazione dell’improvviso e poliziesco disvelamento, porta l’imprinting napoletano dei fiduciari dirigenziali, Grauso e Ferrara, conosciuti ai più per la loro retribuzione stellare, già subito oggetto di approfondimenti della Corte dei Conti e per aver dimorato nello staff presidenziale del due volte perdente Caldoro. Assieme a Calenda, innovativo incrocio burocratico di capo ufficio stampa-dirigente-portavoce rappresentano il fortino campano allestito dal presidente Bardi con la magnanimità di chi spende soldi che non sono suoi. Eppure, per felice contrappasso d’età, la vendetta alla furbizia deliberativa del sessantanovenne Bardi può arrivare dagli anni della Merra, troppo scossi per i continui attentati alle sue deleghe ed alla sua poltrona. Con funzioni anagrafiche di segretaria di giunta può far sentire la sua voce o cedere al collaborazionismo della firma facile del suo competitor Fanelli. La conclusione è come la voce rauca di Ligabue che intona “metti la firma ed infine…vai fuori!”
