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PADRE MANGONE, DA MURO IN TERRA D’AFRICA

Studiò con Monsignor Mennonna, poi la scintilla della fede: fu tra i primi Cappuccini a partire per il Congo


Padre Giammaria Mangone, è stato per 30 anni missionario in Africa negli anni ’60, nel pieno delle difficoltà di quella terra lontana.

Il 27 settembre è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari e di quanti lo hanno conosciuto, Frate del convento dei Cappuccini a Cava dei Tirreni, ma originario della Basilicata.

Nacque il 16 agosto 1930 a Muro Lucano, battezzato con il nome di Giovanni. Frequentò le scuole medie e ginnasiali e fu negli anni dell’adolescenza che nacque e maturò la sua vocazione religiosa.

Studiò Lettere con il professore e Vescovo Monsignor Antonio Rosario Mennonna, presso l’istituto Giustino De Jacobis di Muro, e fu lì che si accese la scintilla del cammino di fede, quando nell’anno scolastico 1946-1947, lo stesso Mennonna lo respinse e fu costretto a ripetere l’anno.

«In famiglia fu una vera tragedia -ricordò in seguito Padre Mangone-ma nel ripetere il IV ginnasio divenni più serio, riflessivo e soprattutto amai lo studio, in particolare la letteratura. Studiando “I promessi sposi” mi colpì la figura di Padre Cristoforo, cappuccino, impegnato nella sua attività in difesa dei deboli e degli oppressi.  In seguito il professor Mennonna ci parlò a lungo dei cappuccini, Frati del popolo, e della loro secolare presenza in Muro Lucano, dove si erano distinti per dottrina e santità».

Tutto ciò lo affascinò così tanto che decise di studiare a fondo la vita e la spiritualità di quest’Ordine e la vita di San Francesco d’Assisi “il poverello”, tanto da decidere di seguirne le orme.

Il 5 novembre 1949 all’età di 19 anni, bussò al Convento dei Cappuccini di Salerno, dove sostenne l’esame di vocazione “per tre ore” davanti al Provinciale e a due suoi Consiglieri, per poi essere ammesso al Santo noviziato il 20 novembre in provincia di Cosenza. Al novizio Giovanni viene assegnato il nome di Giammaria.

Trasferitosi poi a Bologna, per seguire gli studi in teologia, agli inizi del 1956 ricevette dal Cardinale Lercaro il suddiaconato e il diaconato. Nello stesso anno, il 21 settembre, fu ordinato sacerdote nella Cripta di San Matteo a Salerno. Nel 1958 fu nominato direttore ed insegnante nelle scuole medie del seminario di Eboli, e negli anni successivi ricoprì la stessa carica nel seminario di Vietri di Potenza e poi presso il liceo conventuale di Giffoni Valle Piana.

Nel 1962 è nominato vice-parroco presso la chiesa Maria Santissima Immacolata di Salerno.

Poi la svolta: il 29 giugno 1964 riceve da Monsignor Moscato il Crocifisso per andare in missione nel Congo. Il suo viaggio di fede iniziò a luglio quando gli venne affidata la parrocchia di Santa Teresa del Bambin Gesù nei pressi di Kisangani. In terra d’Africa insegnò filosofia e religione non mancando di visitare periodicamente gli abitanti di un centinaio di villaggi della vasta provincia assegnatagli.

«La Divina provvidenza si è servita di quella bocciatura per far sbocciare la mia vocazione -spiegherà in seguito- Don Antonio mi ripeteva: “sei Frate Cappuccino per me!”»

Sono trascorsi oltre 50 anni da quando i primi cappuccini di Salerno, tra i quali padre Giammaria Mangone, giunsero in Congo. All’epoca, per l’Africa, erano anni di grandi speranze ma anche di grandi paure. La fine del colonialismo europeo apriva nuovi orizzonti, ma dava adito anche a guerre e scontri etnici.

Padre Mangone fu tra i primi a chiedere di partire in missione e ne furono scelti altri due insieme a lui, Padre Serafino Carucci, all’epoca direttore del seminario di Muro Lucano e Frate Guido Fabrizio. Dopo un lungo viaggio in aereo indossarono il saio bianco, quello proprio dei missionari e a bordo di una piroga risalirono il fiume fino a Dongo dove era situata la stazione missionaria dei Cappuccini.

Negli anni a seguire, grazie anche alla collaborazione con altri ordini, i Cappuccini furono promotori di una scuola nutrizionale itinerante e della costruzione di un ospedale, oltre ad occuparsi di educazione con una scuola materna e un istituto superiore dove insegnò filosofia. A detta dei frati, “fu un operatore instancabile”. In quegli anni guadò fiumi, attraversò a bordo di una vespa, foreste e savane in visita ai villaggi più dispersi nell’ampia periferia della missione, tra tutte le difficoltà del luogo: la carenza di cibo, le punture di zanzare, le notti trascorse nelle capanne.

«Per lui -raccontò Padre Candido- la precarietà era lo stile di vita, malattie contratte, che ancora ne porta i segni, dopo il suo peregrinare per cliniche specializzate in Malattie tropicali in Italia e all’estero. Ma quei 30 anni non l’hanno per nulla domato, irrequieto e mai pago; la missione ha inciso sulla sua anima, perché le paure, i rischi, le disavventure hanno lasciato il segno».

E dopo 27 anni trascorsi in Congo nel luglio 1991 fece ritorno in Italia a causa delle gravi malattie contratte.

Ricoverato nel centro malattie tropicali di Anversa, riuscì a scampare alla morte per fare poi ritorno nel convento dei Cappuccini di Salerno dove vene nominato Cappellano degli Ospedali Riuniti del capoluogo, dove ha continuato ad esercitare con dedizione la sua missione al servizio del prossimo.

Fu persona conosciutissima e ben voluta. L’8 dicembre 2010 ha festeggiato i suoi 60 anni di vita religiosa, 54 di vita sacerdotale e 30 anni di vita missionaria nell’ex Zaire.

 

 

 

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