Le Cronache Lucane

“GIORNATA DEL SACRIFICIO DEL LAVORO ITALIANO”

Istituita nel 2001 per riconoscere i tanti connazionali emigrati nel mondo; oggi si ricordano i morti della miniera di Marcinelle


L’8 agosto la Repubblica Italiana ricorda la “Giornata del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo”, istituita nel 2001 per valorizzare e riconoscere il lavoro e il sacrificio dei tanti connazionali emigrati all’estero.

Nello stesso giorno del 1956 uno scoppio nella miniera di carbone del “Bois du Cazier” a Marcinelle, sobborgo operaio di Charleroi in Belgio, portò alla morte 262 minatori, 136 dei quali provenienti proprio da regioni italiane, in gran parte da Abruzzo, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli, Lombardia, Marche, Molise, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino e Veneto. Ben 40 delle vittime provenivano da Manoppello un piccolo paese abruzzese in provincia di Chieti.

Si trattò d’un incendio, causato dalla combustione d’olio ad alta pressione innescata da una scintilla elettrica. L’incendio, sviluppatosi inizialmente nel condotto d’entrata d’aria principale, riempì di fumo tutto l’impianto sotterraneo.

Il 22 agosto, alle 3 di notte, dopo la risalita, uno di coloro che da due settimane tentavano il salvataggio dichiarò in italiano: «tutti cadaveri». Solo 13 minatori sopravvissero.

L’incidente è il terzo per numero di vittime tra gli immigrati italiani all’estero dopo i disastri di Monongah e di Dawson. Il sito Bois du Cazier, oramai dismesso, fa parte dei patrimoni storici dell’UNESCO.

Benché l’industria belga fosse stata scarsamente intaccata dagli effetti distruttivi della seconda guerra mondiale, il Belgio, paese di dimensioni modeste, si ritrovò con poca manodopera disponibile. Ciò fece aumentare la richiesta di manodopera da parte del Belgio, soprattutto per il lavoro in miniera. Il 23 giugno 1946 fu firmato il “Protocollo italo-belga” che prevedeva l’invio di 50.000 lavoratori in cambio di carbone. Nacquero così ampi flussi migratori verso il paese, uno dei quali, forse il più importante, fu quello degli italiani verso le miniere belghe. Nel 1956, fra i 142.000 minatori impiegati, 63.000 erano stranieri e fra questi 44.000 erano italiani.

Il “pozzo I” della miniera di Marcinelle era in funzione sin dal 1830.

Dalla scintilla all’ultima frase, “tutti cadaveri”:

Alle 8:11 Mauroy ha finito di scaricare l’ascensore A e dà il via alla partenza, il che immancabilmente provoca anche la partenza dell’ascensore B. Al piano 975 m Antonio I. vede l’ascensore B rimontare bruscamente. Nella risalita l’ascensore, con i due vagoncini sporgenti, sbatte in una putrella del sistema di invio. A sua volta questa putrella trancia una condotta d’olio a 6 kg/cm² di pressione, i fili telefonici e due cavi in tensione (525 Volt), oltre alle condotte dell’aria compressa che servivano per gli strumenti di lavoro usati in fondo alla miniera: tutti questi eventi insieme provocano un imponente incendio. Essendo questo avvenuto nel pozzo di entrata dell’aria, il suo fumo raggiunge ben presto ogni angolo della miniera, causando la morte dei minatori. In quanto al fuoco, la sua presenza si limitò ai due pozzi e dintorni, ma il suo ruolo fu determinante perché tagliò ogni via d’accesso nelle prime ore cruciali, fra le 9 e le 12. L’incendio non scese sotto il piano 975 m, mentre divampò nei pozzi fino al piano 715 m. A questo piano Bohen, prima di morire, annotò nel suo taccuino “je reviens de l’enfer” (ritorno dall’inferno). L’allarme venne dato alle 8:25 da Antonio I., il primo risalito in superficie tramite il secondo pozzo, anche se già alle 8:10, in superficie, si era capito che qualcosa di gravissimo era accaduto, poiché il motore dell’ascensore (1 250 CV) si era fermato e il telefono non funzionava più (il responsabile Gilson era corso ad avvertire l’ingegnere Calicis che probabilmente erano di fronte a un cassage de fosse, cioè a una “rottura nel pozzo”, un deragliamento). Calicis ordinò al suo aiutante Votquenne di scendere nella miniera per informarsi.

Verso le 8:30 Votquenne è pronto a scendere, ma il freno d’emergenza è bloccato per mancanza di pressione d’aria. Ciò era dovuto alla rottura della condotta in fondo al pozzo, che aveva svuotato il serbatoio in superficie. Votquenne ordina la chiusura della condotta d’aria che scende nel pozzo: ci vorranno più di 10 minuti per ristabilire una pressione sufficiente. Votquenne e Matton scendono senza equipaggiamento, arrivano sotto 835 metri, ma devono rinunciare a causa del fumo. Nel frattempo 6 minatori superstiti arrivano in superficie mentre Stroom scende nella miniera.

Alle 8:35 Calicis telefona alla centrale di soccorso chiedendo di tenersi pronti e precisa che richiamerà in caso di bisogno.

Alle 8:48 Calicis chiede l’intervento della centrale di soccorso distante 1,5 km dalla miniera. I soccorritori impiegheranno 10 minuti per arrivare.

Alle 8:58 la prima squadra di soccorritori arriva sul posto. Votquenne e uno dei soccorritori equipaggiati con i respiratori Dräger fanno un secondo tentativo. Arrivano a 1035 metri, ma non riescono ad uscire dall’ascensore, in quanto i suoi occupanti erano montati nel terzo compartimento dell’ascensore fermo a 3,5 m più in alto del livello di uscita. Odono dei lamenti, ma l’addetto alle manovre non risponde più alle loro chiamate, probabilmente già incosciente. In superficie, Gilson decide di far rimontare l’ascensore. Rimontando, a livello 975, Votquenne vede già le fiamme che hanno raggiunto l’ultima delle tre porte di sbarramento fra i due pozzi.

Verso le 9:10 il pozzo di estrazione dell’aria era inutilizzabile, raggiunto dall’incendio. I cavi degli ascensori di questo pozzo cedettero a poco a poco. Il primo si spezzò verso le 9:30, il secondo cavo si spezzò verso le 10:15.

Verso le 9:30 due persone tentarono, senza equipaggiamento, di farsi strada attraverso un tunnel laterale comunicante col pozzo in costruzione al livello 765 m. Il tentativo risultò vano. Il passo d’uomo venne allargato solo quattro ore e mezza più tardi e ciò permise di scoprire i primi cadaveri (Il primo cadavere era in realtà un cavallo, trovato da Arsene Renders, ingegnere della società Foraky, che dichiarò che “era un brutto presagio”. D’altro lato fu anche verso le 9:30 che si decise di fermare la ventilazione.

Alle 10:00 Calicis decide di separare i due cavi del pozzo numero I. Questo permetterà di servirsi dell’ascensore rimasto bloccato in superficie. Questo lavoro lungo e delicato sarà finito poco prima di mezzogiorno.

Alle 12:00, 3 uomini, Calicis, Galvan e un soccorritore, scendono fino a 170 m, ma un tappo di vapore impedisce loro di continuare.

Alle 13:15 Gonet, il caposquadra del piano 1035, lascia un messaggio su una trave di legno. «Indietreggiamo per il fumo verso 4 palmi. Siamo a circa 50. È l’una e un quarto. Gonet». Questo messaggio sarà ritrovato dai soccorritori il 23 agosto.

Verso le 14:00 si decide di rimettere la ventilazione in marcia.

Verso le 15:00 una spedizione scende attraverso il primo pozzo e scopre tre sopravvissuti. Gli ultimi tre furono scoperti più tardi, da un’altra spedizione.

Il 22 agosto, alle 3 di notte, dopo la risalita, uno di coloro che da due settimane tentavano il salvataggio dichiarò in italiano: «tutti cadaveri». Persero la vita 262 uomini, di cui 136 italiani e 95 belgi. Solo 13 minatori sopravvissero.

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