Le Cronache Lucane

LA RIPARTENZA, DAVVERO PENSIAMO DI AFFIDARCI ALL’ARTE?

L’intervento di Lucia Serino

di LUCIA SERINO

Il governo regionale del generale Bardi è alla prima grande prova di carattere. Sarebbe banale dire che abbiano solo giocato, finora, fermandoci alle soglie del mese di marzo. Diciamo che hanno giocato a mettere insieme i pezzi di una costruzione senza immaginarla. Oggi il bivio è evidente: come coniugare misure urgenti e decisioni importanti. Capendo soprattutto che quelle “parti sociali” con le quali la politica annuncia di confrontarsi, ascoltando tutti (o quasi) per non sentire nessuno, non rappresentano più il mondo complesso, disaggregato, impaurito, plurale e atipico che oggi vive in Basilicata. E’ fuor di dubbio che lo sforzo messo in campo per la ripartenza è robusto. Non c’è, a dire il vero, una sola regione che non l’abbia fatto. Le decisioni urgenti non possono però prendere il posto delle decisioni importanti. Sono diverse. E a dirla tutta, per nostra fortuna, la Basilicata ha il vantaggio, psicologico e concreto, di essere stata l’ultima delle ultime per contagio. E allora benissimo 80 nuove assunzioni all’Arpab, 1000 posti nella sanità, ma è desolante che un impiegato pubblico ti risponda a telefono: sono in smart working e quindi non so darle una risposta. Sarà un caso, non credo l’unico.

L’urgenza, cioè, per la Basilicata, è quel processo di modernità complessiva alla quale la Regione aveva fatto appena appena in tempo ad affacciarsi negli ultimi anni ottenendo due importanti risultati: la consapevolezza, interna, di essere una regione dalle grosse potenzialità e il riconoscimento, esterno, di essere vista esattamente così. Oggi quale competitività mette in campo per contenere la paura e il rischio di ritrovarsi ad essere una romantica regione dei borghi dove però non c’è connessione, la regione che vuole la transizione energetica ma contesta la centrale del Mercure, la regione che immagina che la forza sia il turismo ma non fa i conti con il pil, la regione che dà dieci milioni di euro all’Università ma incentiva con gli affitti chi studia fuori, la regione, soprattutto, che non ha più corpi intermedi che la rappresentano e molte resistenze culturali sul concetto di “pubblico” e “privato”. Un esempio che riguarda tutti: la sanità. Vero, per una mammografia ci sono mesi di attesa al San Carlo ed è una cosa da affrontare, ma nelle strutture convenzionate ci vogliono due giorni e la sanità convenzionata è sanità pubblica, una convezione nasce proprio per l’esigenza di soddisfare una domanda. Il privato non è un diavolo, la ricchezza degli altri non può generare rancore, il governo pubblico delle cose non potrà mai essere la fabbrica delle assunzioni, piuttosto il generatore del contesto giusto e competitivo perché l’impresa produca e generi reddito e sviluppo.

Che siano vere imprese, ovviamente, e non quelle tipo Sinoro di Tito di cui ancora si scrive dal dopoterremoto in poi. E ancora: qual è esattamente la composizione sociale della Basilicata oggi? Che peso ha il vecchio mondo contadino, di cosa ha bisogno quel sogno di creatività ma anche di nuove economie professionali esplose con Matera, un grande progetto con le comunità di ritorno si può fare? L’idea, tante volte teorizzata, di Potenza città dell’innovazione, dov’è finita? Ma davvero Potenza può essere una città d’arte? Contestarlo non può ferire un orgoglio (tanto per dire il piano Colao nelle città d’arte non ha menzionato una, dico una, città del Sud, cioè non esiste Siracusa, non esiste Pompei…).

Il ragionamento cioè è che sfidare colossi della Storia sullo stesso terreno è improduttivo. E’ la differenza che attrae, come quando per anni chi doveva fare un intervento di cardiochirurgia veniva qui, a Potenza. Allora, su cosa vogliamo puntare? Un po’ su tutto è dispersivo, ingannevole. Qualche giorno fa leggevo il discorso sulla ripartenza del presidente Bardi. Non ho sentito l’audacia di un’utopia possibile. Matera, per esempio, si prepara a votare. Vi ricordate cosa successe l’ultima volta? Il rancore per chi ebbe successo nella storia della candidatura, ne determinò la sconfitta. Finita la festa, e bene, quella città straordinaria non potrà vivere di un eterno replay. E’ nato un mondo da quell’esperienza, che rischia di evaporare. Tanto per cominciare, visto che vanno di moda forse una grande adunata di stati generali e partecipati proprio lì servirebbe.

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