Le Cronache Lucane

MAFIOSI DAL 41BIS A CASA: BASENTINI NELLA BUFERA

La circolare dell’ex Pm antimafia “libera” i boss. Polemica anche sulla poltrona d’oro al Dap: «320mila € all’anno, vita natural durante»

Mafiosi ai domiciliari, anche e proprio nei territori che li hanno incoronati boss, e Coronavirus: il bubbone è scoppiato. I capi mafia tornano nelle loro case, magari anche senza il braccialetto elettronico e soprattutto con la possibilità di uscire pure «significative esigenze familiari». Il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitanziaria (Dap), il magistrato lucano Francesco Basentini, nuovamente nel tritacarne delle polemiche dopo il caso delle rivolte con morti nelle carceri italiane. Questa volta a far discutere, la scarcerazione anche di malavitosi di spicco appartenenti alla mafia. Il giudice del Tribunale di sorveglianza di Milano, per esempio, ha concesso gli arresti casalinghi a Francesco Bonura, boss del mandamento dell’Uditore e ricco costruttore edile, condannato a 18 anni nel 2012. Il magistrato lo ha fatto «anche tenuto conto dell’attuale emergenza sanitaria e del correlato rischio di contagio, indubbiamente più elevato in un ambiente ad alta densità di popolazione come il carcere, che espone a conseguenze particolarmente gravi i soggetti anziani e affetti da serie patologie pregresse». Il boss, etichettato anche come «colonnello di Provenzano», così dal 41bis a casa.

LA LISTA DEI MAFIOSI IN ODOR DI SCARCERAZIONE Il timore è che per boss e capimafia, adesso grazie al Coronavirus si possano aprire i cancelli delle rispettive prigioni. Oltre Bonura, c’è, tra gli altri, anche il caso di Rocco Santo Filippone, «criminale che ha ammazzato a sangue freddo due carabinieri», e che «è stato messo agli arresti domiciliari senza nemmeno il controllo del braccialetto elettronico» come fatto presente dai senatori di Fratelli d’Italia. A casa anche Vincenzino Iannazzo, 65 anni, ritenuto esponente della ‘ndrangheta. Motivi di salute e precauzioni Coronavirus che rendono incompatibile la detenzione in carcere. La tematica, però, è molto più ampia. Sopra i 70 anni ci sono 74 boss ristretti in regime di 41 bis. Fra loro, per citarne alcuni: si conta Leoluca Bagarella, i Bellocco di Rosarno, Pippo Calò, Benedetto Capizzi, Antonino Cinà, Pasquale Condello, Raffaele Cutolo, Carmine Fasciani, Vincenzo Galatolo, Teresa Gallico, Raffaele Ganci, Tommaso Inzerillo, Salvatore Lo Piccolo, Piddu Madonia, Giuseppe Piromalli, Nino Rotolo, Benedetto Santapaola e Benedetto Spera.

LO SCANDALO ARRIVA IN PARLAMENTO Nell’immediato l’interrogazione parlamentare della deputata siciliana di Forza Italia, anche lei magistrato come Basentini, che ha chiesto al Governo di chirire se «sia mai stata emanata la circolare del 21 marzo con cui il Dap ha invitato tutti i direttori delle carceri a “comunicare con solerzia all’autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza, il nominativo del detenuto, suggerendo la scarcerazione”, se il suo caso rientra fra le nove patologie indicate dai sanitari dell’amministrazione penitenziaria e se si tratta di persone anziane, ovvero se le informazioni scaturite dal monitoraggio effettuato dal Dap siano state o meno trasferite agli Uffici Giudiziari italiani e se siano state date indicazioni operative su eventuali richieste di scarcerazione». La nota, come è emerso in giornata, c’è. Poi, ieri, il question time in Parlamento con l’interrogazione, di Balboni (FdI), a risposta immediata, indirizzata al Ministro dell’interno Lamorgese. Balboni evidenziando che «durante l’emergenza epidemiologica determinata dal diffondersi del Coronavirus, è consentita una procedura semplificata per la concessione della detenzione domiciliare a condannati anche per reati gravissimi e, tra questi, anche a quelli sottoposti al regime di cui all’art. 41- bis della legge sull’ordinamento penitenziario, responsabili di efferati crimini di mafia e potenzialmente ancora pericolosi», ha chiesto al ministro Lamorgese se ritenesse fondata la preoccupazione che «le nuove disposizioni in materia di detenzione domiciliare finiscano con il favorire la diffusione della criminalità organizzata e aggravare i problemi di ordine pubblico e sicurezza che già affliggono molte realtà locali». Anche perchè, come sottolineato dal parlamentare, il 41 bis «riguarda detenuti rinchiusi in celle singole e con contatti molto ristretti, condizione che limita enormemente il rischio di contagio, addirittura anche in maniera maggiore rispetto alla misura della detenzione domiciliare presso familiari e parenti, che certamente hanno relazioni sociali più ampie e frequenti». «Contemperando esigenza di sicurezza dei cittadini e sicurezza dei detenuti – ha detto in Aula Lamorgese -, al fine di ridurre i rischi di epidemia in carcere, il decreto Cura Italia prevede la possibilità, per il periodo di emergenza, di scontare agli arresti domiciliari la pena detentiva residua, non superiore a 18 mesi, escludendo alcune categorie di condannati; la valutazione è rinviata al magistrato di sorveglianza ed è previsto il controllo attraverso braccialetti elettronici».

BASENTINI SI DIFENDE MA LEGA TIRA FUORI LE CARTE UFFICIALI: «SCUSA SBUGIARDATA» Basentini ha tentato una difesa sostenendo che quello del Dap era «un semplice monitoraggio con informazioni per i magistrati sul numero di detenuti in determinate condizioni di salute e di età». La tesi, però, non ha convinto né la politica, né le associazioni e neanche una variegata pluralità di soggetti. I deputati della Lega in commissione Giustizia, la «scusa» del monitoraggio, è «sbugiardata dal testo della circolare che scaricava sulla magistratura di sorveglianza la responsabilità, imponendo nei fatti la scarcerazione di condannati, tra cui anche quelli incarcerati per mafia». «Mafiosi fuori dal carcere – hanno concluso i deputati della Lega in commissione Giustizia – grazie a una circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: si tratta dell’ennesimo passo falso del ministero della Giustizia». Dal Dap la miccia che ha creato un pericoloso cortocircuito nella Giustizia italiana. Ha gridato allo scandalo, l’ex pm di Palermo ora consigliere del Csm, Nino Di Matteo: «Lo Stato sta dando l’impressione di essersi piegato alle logiche di ricatto che avevano ispirato le rivolte».

CAPO DEL DAP, LA POLTRONA D’ORO: 320MILA EURO ANNUI VITA NATURAL DURANTE Il già sostituto Commissario coordinatore del Corpo di Polizia Penitenziaria, Giovanni Battista De Blasis, non ha dubbi: «Il male del Dap è che la poltrona di capo “vale” trecentoventimila euro». De Blasis lo ha scritto a chiare lettere, dettagliandone i motivi, sul sito poliziapenitenziaria. it. «Per il capo del Dap, una delle prerogative principali, dagli effetti puramente economici – ha spiegato De Blasis -, è l’attribuzione di una indennità speciale di comandante generale di una forza di polizia, ovviamente in comune con gli altri tre corpi». «Questa indennità – ha aggiuto De Blasis -, prima della crisi economica e della conseguente introduzione di un “tetto” alle retribuzioni dei dirigenti pubblici, stipendio del Primo Presidente della Corte di Cassazione, aveva fatto raggiungere compensi astronomici, fino ad una cifra complessiva di oltre 500mila euro. Ad horas, lo stipendio del nostro Capo Dipartimento, in quanto Capo della Polizia Penitenziaria, si attesta complessivamente intorno ai 320mila euro». «Un’altra prerogativa dell’incarico – ha proseguito De Blasis – è che l’indennità acquisita rimane anche dopo aver lasciato il posto e, addirittura, anche sul trattamento pensionistico. Insomma, chi diventa Capo del Dap raggiunge uno stipendio di 320mila euro e lo mantiene per sempre, vita natural durante! Inevitabilmente, la poltrona di capo del Dap è uno degli incarichi dirigenziali più ambiti e desiderati dello Stato italiano. Per questa ragione, nonostante siano anni, forse decenni, che continuiamo a lanciare sos sulla necessità che a capo del Dap sia nominato un manager, esperto di organizzazione e, soprattutto, di gestione delle risorse umane, continuiamo a subire la nomina di Capi Dipartimento che non hanno alcuna cognizione di che cosa significhi comandare un Corpo di polizia e senza esperienza manageriale in senso stretto. In buona sostanza, con lo stipendio di Basentini potrebbero essere assunti dodici agenti, così come con lo stipendio di tutti gli altri “generali” ne potrebbero essere assunti centinaia, forse migliaia, fino a ricostruire l’architettura originale della piramide, da mettere al posto di quella “rovesciata” che vediamo adesso». «E poi, francamente, nell’Italia della crisi, nell’Italia della recessione, nell’Italia degli esodati, nell’Italia dei disoccupati, nell’Italia dei cassintegrati – ha concluso De Blasis – fa davvero impressione sentir parlare di certe retribuzioni».

 

 

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