A sei anni di distanza dal decesso della 71enne calabrese, Elisa Presta, avvenuto il 28 maggio del 2013 al San Carlo di Potenza in seguito a un’operazione per la sostituzione della valvola aortica, il processo si è concluso con tre assoluzioni e una condanna. Il cardiochirurgo Michele Cavone, difeso dagli avvocati Donatello Cimadomo e Carmela Gioscia, è stato assolto, dal reato di omicidio colposo, con formula piena «perchè il fatto non sussiste». Assolti, sempre per lo stesso reato, anche gli altri due cardiochirurghi imputati, Matteo Galatti e Nicola Marraudino, che all’epoca dei fatti ricopriva l’incarico di Primario del reparto. Marraudino, però, è l’unico dei tre che ha riportato contestualmente all’assoluzione anche una condanna. Per aver falsificato la cartella sanitaria e il registro operatorio, il giudice del Tribunale di Potenza, Lucio Setola, lo ha condannato, ieri, a due anni di reclusione, oltre che al pagamento delle spese processuali. Per Cavone, in estrema sintesi, è stata accolta in toto la teoria difensiva, rimarcata durante l’arringa dello scorso giugno con espressioni quali: ««Non si comprende quale sia il rimprovero mosso all’assistito, se anche il pm riconosce che l’emorragia non è stata dovuta a un suo errore e che Cavone suggerì a Marraudino una tecnica migliore di intervento». I tre medici furono arrestati nell’ottobre del 2014 dopo la diffusione di un audio “shock” in cui Cavone e un altro medico parlavano dell’intervento e della conseguente morte della paziente. Il processo giudiziario è andato avanti negli anni a colpi di perizie tra quelle delle difese, quelle dell’accusa e delle parti civili, i parenti di Presta, nonchè quella terza disposta dal giudice. Nella requisitoria il pm Piccininni aveva sottolineato la «negligenza totale» con la quale l’anziana donna era stata operata. Dopo l’incisione, a seconda delle diverse perizie o per la «modalità impedita» del taglio o per il maldestro posizionamento del divaricatore, la vena cava lesionata durante l’apertura dello sterno, ha provocato una emorragia tale che il «sanguinamento era enorme» e come hanno riferito i testimoni a processo «la zona era così piena di sangue che non si capiva più quale fosse la fonte del sanguinamento». La seconda fase dell’operazione, quella baricentrica, è proprio quella nella quale è intervenuto in sala d’urgenza il dottor Cavone che era nei paraggi. Cavone ha provato a fare quel che ha potuto suturando, la vena lesionata, e come evidenziato dall’accusa stessa la scelta delle modalità di intervento non è stata errata. Marraudino, invece, è il “protagonista” dell’ultima fase. Quella in cui nonostante l’avvenuto decesso della Presta, secondo l’impianto accusatorio avvenuto non per «shock emorragico», ma per collasso cardiocircolatorio, l’intervento sarebbe stato comunque portato a termine con la programmata sostituzione della valvola aortica e il successivo trasferimento della paziente, già deceduta, in terapia intensiva. Dove l’anziana donna, per l’accusa, è stata mandata per permettere un ricomponimento,darle «un look diverso», al fine di rendere presentabile il cadavere. Ma per il reato di omicidio colposo tutte le accuse, seppur con formule diverse, sono decadute. Gli stessi periti del Giudice, Saliva, Marino e Diurno, avevano escluso che quel 28 maggio del 2013, l’operazione inizio verso le 8 e 35, si fosse verificato un qualche tipo di errore inescusabile da parte degli operatori sanitari. Il teorema accusatorio, invece, ha colto nel segno, per la parte processuale avente ad oggetto le omissioni e le alterazioni del registro operatorio. Come spiegato dall’accusa erano da considerarsi inattendibili la data di inizio dell’operazione e quella dell’exitus, così come non era indicato neanche chi fosse stato effettivamente presente durante l’intervento. Mancavano, inoltre, altri dati ancora, e tali “assenze” avevano come unico scopo, secondo il pm, quello di «coprire ciò che era stato fatto e tutti gli errori commessi». In merito alle accuse di falso rivolte a Marraudino, i rilievi difensivi, in estrema sintesi, hanno puntato a dimostrare che le imprecisioni e le approssimazioni trovavano «ragionevole spiegazione» nelle peculiari condizioni in cui era stata compilato il registro operatorio, nella conseguente difficoltà di riassumere correttamente il complesso atto chirurgico e «nella prassi invalsa nella compilazione dei documenti clinici». Circostanze che, per la difesa di Marraudino, erano da considerarsi come esclusive del dolo.

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