Le Cronache Lucane

11 novembre 2018 IL CENTENARIO DEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE

Il vagone dove fu firmato l’armistizio che pose fine alla Grande Guerra cento anni fa Tutto avvenne in una carrozza ristorante, la numero 2419D, collocata al centro della radura di Rethondes.
IL CENTENARIO DEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE
Nel vagone di Rethondes la fine della guerra e l’illusione della pace

 

Il vagone dove fu firmato l’armistizio che pose fine alla Grande Guerra cento anni fa Tutto avvenne in una carrozza ristorante, la numero 2419D, collocata al centro della radura di Rethondes.

Un secolo fa, l’11 novembre 1918 alle 5.20 del mattino, nella radura di Rethondes, nella foresta di Compiegne, a nord di Parigi, Francia e Germania firmarono l’armistizio che mise fine alla Prima Guerra mondiale.

Per compiere un gesto storico il generalissimo delle forze armate alleate, il maresciallo Ferdinand Foch, scelse un luogo tranquillo, isolato ma vicino al fronte e alla città. La radura di Rethondes era il luogo perfetto. Un grande spazio circolare di cento metri di diametro nel quale si incrociano due linee ferroviarie utilizzate per il trasporto dell’artiglieria. Tutto avvenne in una carrozza ristorante, la numero 2419D, collocata al centro della radura, destinata a diventare il treno più famoso di Francia e d’Europa.  I fatti Il 4 novembre 1918 il ministro di stato Mathias Erzberger e il diplomatico Alfred von Oberndorff vennero inviati sul posto come negoziatori del governo tedesco per chiedere l’armstizio.

L’8 novembre, ad accoglierli senza stretta di mano protocollare fu il maresciallo Foch.

Alle 9 i protagonisti si sedettero nel vagone ristorante, dotato dii gruppo elettrogeno e di tutti i mezzi di comunicazione dell’epoca. Alla delegazione tedesca che chiese le “proposte” delle potenze alleate per arrivare all’armistizio, con tono energico il maresciallo rispose: “Non ho proposte da fare. Volete l’armistizio? In tal caso ditelo!”.

I tedeschi acconsentirono, ed ascoltarono le condizioni stabilite dagli alleati, che menzionarono l’occupazione della riva sinistra del Reno. Foch stabilì come ultimatum l’11 novembre.

Nella notte tra il 10 e l’11 novembre i negoziatori tedeschi studiarono ciascuno dei 34 articoli della convenzione di armistizio, letta e poi tradotta.

Alle 5.20 le due parti firmarono il testo, che entrò in vigore alle ore 11 dello stesso giorno, ponendo fine a quattro anni di combattimenti accaniti, il cui bilancio fu di 18 milioni di morti, di cui 1,4 milioni di soldati francesi e 2 milioni di militari tedeschi. Gli italiani morti, tra militari e civili, furono oltre un milione.

Il memoriale

La radura circolare di Rethondes si trova in fondo al “Vialetto trionfale” inaugurato nel 1922 – anno in cui il luogo venne allestito come memoriale – che ogni anno i capi di stato risalgono per la commemorazione. Una statua monumento del maresciallo Foch, installata nel 1937, si affaccia sulla “Lastra sacra” collocata al centro della radura con sopra la scritta: “Qui l’11 novembre 1918, soccombette il criminale orgoglio dell’Impero tedesco fermato dai popoli liberi che pretendeva asservire”.

Il vagone fu distrutto dai nazisti

Diciotto anni dopo Rethondes fu nuovamente al centro della storia franco-tedesca.

Proprio per cancellare l’umiliazione del 1918, Adolf Hitler orchestrò una vera e propria messa in scena col famoso treno nel quale, a sua volta, fece firmare la resa ai francesi.

Era il 22 giugno 1940 e Hitler immortalò la vittoria mettendosi in posa come il maresciallo Foch, con dietro di lui tanto di svastica al posto dei simboli del ’18. Il regime nazista tedesco portò con sé il “vagone dell’armistizio”, utilizzandolo a fini propagandistici prima di distruggerlo nell’aprile del 1945. Una riproduzione della carrozza è stata realizzata ed installata nel museo-memoriale visitato ogni anno da 70 mila persone, tra cui molti studenti. 

Più di 60 capi di Stato e di governo e dirigenti delle grandi istituzioni internazionali si incontrano a Parigi nel centenario dell’armistizio del 1918 con la Germania, che suggellò la fine della Prima guerra mondiale.

Un appuntamento che, nelle intenzioni del presidente francese Emmanuel Macron, va oltre l’aspetto celebrativo, ma servirà a «preparare l’avvenire traendo insegnamento dal passato».

L’Italia è rappresentata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che una settimana fa a Trieste ha commemorato, con una sobria cerimonia, l’armistizio di Villa Giusti del 4 novembre 1918 con l’Austria-Ungheria, che accelerò anche la resa della Germania (le truppe italiane, dopo l’avanzata su Vittorio Veneto, avrebbero potuto aprire un nuovo fronte alle spalle dell’esercito tedesco).

 

Nella capitale francese – dove sono arrivati, fra gli altri, Trump e Putin, Theresa May e Justin Trudeau, Erdogan e Netanyahu – per garantire la sicurezza sono stati mobilitati 10mila uomini delle forze dell’ordine e dell’esercito.

Trump, clima teso con Macron dopo lo scontro sulla difesa Ue

La Grande Guerra raccontata e fotografata ~ La storica riconciliazione franco-tedesca

 

 

A Parigi, accanto a Macron, un posto speciale è stato riservato alla cancelliera tedesca Angela Merkel, che già nel pomeriggio di sabato si reca con lui alla “Clairière de Rethondes”, la radura nei boschi di Compiègne (in Piccardia), dove alle cinque di mattina dell’11 novembre 1918, su un vagone ferroviario in sosta presso la stazione di Rethondes, i plenipotenziari tedeschi firmarono l’armistizio (esecutivo sei ore dopo) davanti al maresciallo francese Ferdinand Foch, comandante in capo di tutti gli eserciti alleati sul fronte occidentale.

Alle ore 10.59 un pezzo da campagna sparò l’ultimo colpo della guerra, un minuto dopo fu dato l’ordine a un trombettiere di suonare il “cessate-il-fuoco”.

Per non urtare la sensibilità della Germania e per ribadire la storica riconciliazione franco-tedesca, Macron ha scelto di non celebrare l’evento con una parata militare lungo l’Avenue des Champs-Elysées e di far aprire i lavori del Forum sulla pace, domenica pomeriggio, da Angela Merkel e dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.

Il Forum (in odore di multilateralismo) sarà invece “snobbato” dal presidente americano Trump, che domenica pomeriggio si reca al cimitero di guerra americano di Suresnes, nella “banlieue” parigina.

Fra l’altro, in un secolo, è solo la seconda volta che un cancelliere tedesco (meglio, una cancelliera) partecipa alle celebrazioni per l’armistizio dell’11 novembre a Parigi: la prima volta, nel 2009, con lei a ravvivare la fiamma del milite ignoto c’era il presidente Nicolas Sarkozy.

Dieci milioni di morti

In Francia il soldato della Grande Guerra viene chiamato familiarmente con il nomignolo di “poilu” e rappresenta un modello di civismo, al tempo stesso eroe e vittima. La municipalità di Parigi, per rendere omaggio ai suoi 94mila “poilus” caduti in battaglia, inaugura domenica verso sera un monumento sul muro di cinta del cimitero di Père-Lachaise.

Le cifre complessive, su tutti i fronti della guerra, durata dall’estate 1914 all’autunno 1918, sono spaventose: circa dieci milioni di morti e 20 milioni di feriti (su 70 milioni di uomini chiamati alle armi), ai quali andrebbe aggiunto un numero imprecisato (ma molto alto) di vittime civili. Citiamo i caduti sui fronti più importanti: quasi due milioni di tedeschi, un milione e mezzo di francesi, circa un milione di austro-ungarici e altrettanti britannici, 116 mila americani.

Per l’Italia si stimano 650mila caduti o morti in conseguenza delle ferite subite in battaglia. Molti dei soldati deceduti per malattia furono invece vittime della terribile “spagnola”, epidemia arrivata in Europa nella primavera-estate 1918. L’influenza colpì soprattutto gli individui giovani: in Italia si ammalarono tra i cinque e i sei milioni di persone, i casi di morte furono uno ogni 11-12 contagiati. Un ulteriore flagello, dopo la guerra.

Lo spettro del comunismo bolscevico

La Conferenza della pace di Parigi, che si aprì nel gennaio 1919, annunciò la creazione di un nuovo ordine mondiale democratico e duraturo, ma non fu così. La Rivoluzione russa del novembre 1917 aveva mutato radicalmente lo scenario politico europeo. Subito dopo la fine della guerra a Berlino era stata proclamata la Repubblica e l’imperatore Guglielmo II riparava in Olanda, a Vienna il 12 novembre Carlo I rinunciava al trono asburgico e fuggiva in Svizzera, seguirono la proclamazione della Repubblica austriaca, di quella ungherese, cecoslovacca e la nascita del regno di Jugoslavia.
Ma in quasi tutto il continente, nei Paesi vincitori come nei vinti, ci furono disordini, scioperi, conati rivoluzionari, anche per le depresse condizioni economiche e sociali. Nelle trattative di pace, se ai francesi e agli italiani importava prima di tutto avere liquidato l’Impero germanico e quello asburgico e chiedere i risarcimenti, i britannici e gli americani percepirono con grande angoscia la possibilità che, dopo la Russia, anche nell’Europa centrale e occidentale sventolasse la bandiera rossa del comunismo bolscevico.

Il fantasma di Pétain

Diventano quasi profetiche le parole di Foch, secondo cui il Trattato firmato a Versailles con la Germania «non è una pace, ma un armistizio lungo vent’anni». Il vecchio maresciallo morirà nel 1929, dieci anni prima che Hitler invadesse la Polonia, facendo scoppiare la Seconda guerra mondiale. Il 22 giugno 1940, nello stesso vagone ferroviario dove era stato firmato l’armistizio del 1918, Hitler in persona ricevette i plenipotenziari del governo Pétain per la firma della capitolazione della Francia. Quella vettura sarà trasportata dai tedeschi a Berlino e finirà distrutta sotto i bombardamenti aerei. Nella “Clairière de l’Armistice” adesso c’è un altro vagone identico.
Nei giorni scorsi, però, il fantasma di Pétain ha un po’ guastato il “tour della memoria” del presidente Macron, impegnato a risalire dalla recente perdita di consensi con un viaggio nei luoghi della Grande Guerra. La buccia di banana che ha fatto scivolare Macron è stata la citazione sul maresciallo Philippe Pétain «grande soldato durante la Prima guerra mondiale», vincitore della battaglia di Verdun nel 1916, che poi «fece scelte funeste durante la seconda», quando fu alla guida del regime collaborazionista di Vichy dal giugno 1940 all’agosto 1944. La polemica – ancora quasi inevitabile in Francia quando si evoca Pètain – ha riguardato la cerimonia in onore dei marescialli della Grande Guerra ed è stata poi “tamponata” dall’Eliseo con la precisazione che l’omaggio avrebbe riguardato solo i cinque marescialli sepolti agli Invalides (fra i quali c’è Foch, ma non Pétain).

Accadde Oggi, 11 Novembre: 1918, l’Armistizio di Compiègne, firmato in un vagone…

I Francesi scelsero un vagone ferroviario, posto su un binario della Piccardia. Non avrebbero mai lontanamente immaginato di dover, un giorno, 22 anni dopo! salire nuovamente, in ben altre vesti, su quella stessa carrozza! Con gli stessi avversari!

L’armistizio di Compiègne (in francese Armistice de Rethondes) fu l’armistizio sottoscritto alle ore 11:00 dell’11 novembre 1918 tra l’Impero tedesco e le potenze Alleate in un vagone ferroviario nei boschi vicino a Compiègne in Piccardia; l’atto segnò la fine dei combattimenti della prima guerra mondiale.

Chissà, se i Francesi, -non credo proprio che in quei momenti i Tedeschi pensassero ai santi! – sapessero che nel capoluogo della regione, la Piccardia, in quelle ore si faceva festa. Infatti, ad Amiens, l’11 novembre, era la festa di S. Martino!

Perché, se il santo era diventato vescovo e poi patrono di Tours, nel centro della Francia, era qui, ad Amiens, dove c’era la fiera tribù celtica degli Ambiani (sconfitti, ma poi nuovamente insorti contro Cesare) dove Martino fece il miracolo del mantello!

Il fallimento delle offensive di primavera aveva reso evidente all’Alto Comando tedesco che la vittoria sugli Alleati non era possibile. Il crollo della Bulgaria e la situazione insostenibile sul fronte occidentale, divenuta ancora più grave con l’arrivo in massa del corpo di spedizione americano, costrinse i vertici militari tedeschi a cercare una soluzione non militare.

Alla fine di settembre ciò che l’Alto Comando temeva maggiormente era il crollo del fronte occidentale, e l’avanzata nemica entro i confini del Reich. Il 29 settembre 1918 l’Alto Comando si rivolse ai politici (che sino ad allora avevano avuto un ruolo marginale) intimando di dare il via a trattative volte ad un armistizio. Si trattò di un tentativo – dopo due anni di dittatura militare di fatto  di addossare ai civili la responsabilità della sconfitta.

Si giunse a stabilire una data per un incontro solamente dopo trattative durate settimane e uno scambio di note diplomatiche con il Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson. Dopo un’attesa durata più di un mese, l’8 novembre una delegazione di funzionari civili tedeschi, guidati dal segretario di Stato Matthias Erzberger, ottenne il permesso di recarsi in Francia. Nel frattempo la situazione era precipitata: l’Austria-Ungheria si era dissolta, e la stessa Germania era in preda alla rivoluzione: il 9 novembre venne proclamata la Repubblica, e il giorno seguente il Kaiser riparò nei Paesi Bassi.

I Francesi decisero che le trattative dovessero svolgersi in un vagone ferroviario, in un bosco nei pressi di Compiègne.

Quando si arriverà ad un altro armistizio, quello poi siglato alle 18,50 del 22 giugno 1940, per la cessazione delle ostilità tra la Francia ed il Terzo Reich, Hitler scelse immediatamente e pretese! la zona di foresta vicino a Compiègne, come sede per le trattative e pretese che le delegazioni francesi e tedesche si incontrassero nello stesso vagone ferroviario utilizzato nel 1918 all’atto della resa tedesca!

A tale scopo il vagone fu portato fuori dal museo dove era stato collocato e preparato per lo svolgimento delle nuove trattative!

Ma ritorniamo alla fine della Prima Grande Guerra

I margini di trattativa erano comunque molto ristretti: ai tedeschi furono concesse 72 ore per decidere, e i colloqui avvennero solo con ufficiali di rango inferiore.
Le condizioni poste dagli Alleati erano estremamente dure e ponevano i tedeschi di fronte al fatto compiuto (comprensibilmente, visto la disperata situazione tedesca).Erzberger, ritenendo il documento troppo duro, volle consultarsi con Berlino, ma poté mettersi in contatto solo con il capo di stato maggiore dell’esercito, Paul von Hindenburg, che si trovava presso il suo quartier generale a Spa. L’indicazione di Hindenburg fu di sottoscrivere l’armistizio a qualsiasi condizione, vista la situazione in Germania.
Punti principali dell’armistizio
Cessazione delle ostilità entro sei ore dalla firma dell’armistizio
Ritiro entro 15 giorni delle truppe tedesche da tutti i territori occupati in Francia, Lussemburgo, Belgio, nonché dall’Alsazia-Lorena
Entro i successivi 17 giorni abbandono di tutti i territori sulla riva sinistra del Reno, e consegna delle guarnigioni di Magonza, Coblenza e Colonia alle truppe d’occupazione francesi
Consegna alle forze alleate di 5.000 cannoni, 25.000 mitragliatrici, 3.000 mortai e 1.400 aeroplani
Consegna di tutte le navi da guerra moderne
Consegna a titolo di riparazione di 5.000 locomotive e 150.000 vagoni ferroviari
Annullamento del trattato di Brest-Litovsk
Si trattava di condizioni volte ad impedire che il Reich potesse riprendere le ostilità, e vennero di fatto confermate con il Trattato di Versailles.

Il ritiro delle circa 190 divisioni tedesche terminò il 17 gennaio 1919 Firmatari

Per la Triplice Intesa:
Ferdinand Foch per la Francia
Ammiraglio Rosslyn Wemyss per la Gran Bretagna
Ammiraglio Hope e Capitano di Marina Mariott per gli Stati Uniti d’America

Per l’Impero tedesco:
Segretario di Stato Matthias Erzberger,
Conte Alfred von Oberndorff, ministero degli Esteri
Generale Detlof von Winterfeld, esercito imperiale
Capitano Ernst Vanselow, marina imperiale

Commemorazione
Durante la prima guerra mondiale, in Gran Bretagna, si producevano ghirlande di papaveri che venivano usate per celebrare e ricordare i soldati caduti per la patria.

Nel mondo anglosassone questo fiore (uno dei pochi in grado di nascere anche in un devastato campo di battaglia) simboleggia i caduti della prima guerra mondiale e di quelle successive, ed in memoria dei caduti una piccola corona di papaveri rossi viene posata sui monumenti di guerra.
In molte nazioni all’epoca alleate l’11 novembre è considerata festa nazionale (con varie denominazioni: Armistice Day, Remembrance Day, Poppy Day; negli USA coincide anche con il Veteran Day) e viene celebrato con due minuti di silenzio alle ore 11 dell’ 11 novembre (“the eleventh hour of the eleventh day of the eleventh month”)

 

 

Domenico Leccese 

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