di Leonardo Pisani
A Ravatèna
Cchi ci arrivè a la Ravatèna
si nghiànete ‘a pitrizzaca pàrete na schèa appuntillèta
a na timpa sciullèta.
Per arrivarci alla Rabatana
si sale un pietrame
che sembra una scala puntellata
su una parete in crollo.

Sono versi di Albino Pierro, il suo ricordo ancestrale del suggestivo luogo arabico della natia Tursi. La Rabatana, memoria scolpita nelle rocce di una Lucania antica, terra di mezzo e terra accarezzata o colpita, terra di conquista o terra accogliente di etnie e culture disparate. Scrivere di Albino Pierro, è difficile, anche un semplice articolo diventa problematico, un dilemma, per la statura del poeta, anche in italiano non solo in quell’amato tursitano, per il quale è famoso ed è stato tradotto anche in persiano, oltre altre decide e decine di idiomi
« Quella di Tursi, il mio paese in provincia di Matera,era una delle tante parlate destinate a scomparire.
Ho dovuto cercare il modo di fissare sulla carta i suoni della mia gente. »(Albino Pierro, ‘A terra d’u ricorde ). Definito un grande della lirica del 900 da numerosi critici letterari, Pierro ha sfiorato il Nobel per la Letteratura, diverse volte. La sua musicalità, il ritmo dei versi, il suo straordinario gioco lirico della lingua lucana , sì proprio di lingua parlo non a caso, il suo tursitano che ha fatto tradurre in tante lingue del mondo. Ed era innamorato della sua antica Tursi, un legame che traspira nei suo versi e nei suoi ricordi.

Quanne un tempe è sincire,
atturne atturne ‘a terra d’i iaramme
ci ampìete a lu sòue com’u specchie,
e quann si fè notte c’è nu frusce
di vent ca s’ammùccete nd’i fossi
e rivìgghiete u cuc e ci fè nasce
nu mère d’erve.
Quando il tempo è sereno,
tutt’attorno la terra dei burroni
lampeggia al sole come fa uno specchio,
e quando si fa notte c’è un fruscìo
di vento che nei fossi si nasconde
e risveglia il cuculo e fa spuntare
Quella memoria scolpita nelle rocce dal nome riecheggiante echi di deserti ed oasi arabiche. Rabat o Rabhàdi o Arabum: la Rabatana dove i Goti posero un castelletto, dove i Saraceni arrivarono, conquistatori e costruttori, difesa e vedetta all’orizzonte, la Rabatana continuò ad espandersi anche con i Bizantini. Luogo dai tratti magici all’imbrunire, di quella magia che Pierro la trasformò in alchimia di versi immortali.

Anche nel ricordo della prematura morte della madre del poeta
Ma iè le vogghie bbene ‘a Ravatèna
cc’amore ca c’è morte mamma mèja:
le purtàrene ianca sup’ ‘a seggia
cchi mmi nd’i fasce com’a na Maronna
cc’u Bambinèlle mbrazze.
Ma io alla Rabatana voglio bene
perché vi è morta lì la mamma mia:
la portarono bianca su una sedia
con me in fasce, come una Madonna
col Bambinello in braccio.
(Traduzione http://www.giuseppecirigliano.it)
