Le Cronache Lucane

MORTE DI MARCO VANNINI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: IL PROCESSO MEDIATICO È FRUTTO DELLA MANCATA RICOSTRUZIONE CAPILLARE DEI FATTI

Le esatte circostanze in cui è stato esploso il colpo che ha ucciso Marco le ha riferite Martina durante una conversazione intercettata nei corridoi della Stazione dei Carabinieri di Civitavecchia, conversazione intercorsa tra lei, suo fratello Federico e Viola Giorgini pochi giorni dopo i fatti, il 21 maggio 2015

UN CASO ALLA VOLTA FINO ALLA FINE

MORTE DI MARCO VANNINI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: IL PROCESSO MEDIATICO È FRUTTO DELLA MANCATA RICOSTRUZIONE CAPILLARE DEI FATTI

criminologa URSULA FRANCO

Nel marzo 2020 la criminologa Ursula Franco aveva detto:

“La ricostruzione dei fatti è il fulcro sul quale ruota un caso giudiziario, una ricostruzione senza smagliature dovrebbe essere la priorità di una procura che intenda identificare il responsabile di un delitto, degli avvocati di parte civile e dei giudici che emettono una sentenza. Solo ricostruendo i fatti in modo capillare si possono attribuire le giuste responsabilità e si riduce in modo drammatico il rischio di commettere un errore giudiziario”

Criminologa URSULA FRANCO
Domani si terranno le arringhe dei difensori della famiglia Ciontoli, abbiamo posto alcune domande sul caso Vannini alla dottoressa Franco

Ursula Franco è medico e criminologo, è allieva di Peter Hyatt, uno dei massimi esperti mondiali di Statement Analysis (una tecnica di analisi di interviste ed interrogatori), si occupa soprattutto di morti accidentali e suicidi scambiati per omicidi e di errori giudiziari. È stata consulente dell’avvocato Giuseppe Marazzita, difensore di Michele Buoninconti; è consulente dell’avvocato Salvatore Verrillo, difensore di Daniel Ciocan; ha fornito una consulenza ai difensori di Stefano Binda dopo la condanna in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Lidia Macchi. Binda, il 24 luglio 2019, è stato assolto per non aver commesso il fatto.

Dottoressa cosa pensa di ciò che ha detto a Viola Giorgini il giudice dell’Appello bis: “Signorina, le ricordo che lei è testimone e ha l’obbligo di dire la verità, altrimenti incorre nel reato di falsa testimonianza. La invito a essere più credibile”?

Uno dei postulati della Statement Analysis è il seguente: “Un soggetto parla per essere compreso”. Viola Giorgini è normodotata e alfabetizzata, è pertanto in grado di farsi capire e si era già espressa, il giudice avrebbe dovuto trarre le sue conclusioni sulla base della prima risposta della Giorgini.

Dottoressa, analizzi per noi questo stralcio dall’Appello bis:

– Viola Giorgini: È successo che Marco è stato accompagnato nella camera da letto, nella stanza da letto… insomma… dei signori Ciontoli.
– Giudice: E quando è uscito era portato da qualcuno?
– Viola Giorgini: Sì, era accompagnato da Federico e Antonio, se non mi sbaglio.
– Giudice: Era vestito o era ancora nudo?
– Viola Giorgini: No, non… non era… aveva le parti… insomma… intime… coperte, ma non era ancora vestito.

Soprattutto la domanda del giudice “Era vestito o era ancora nudo?” non è corretta perché il termine “vestito” è soggettivo e con quel “ancora” dà per scontato che Marco fosse nudo quando venne attinto dal colpo d’arma da fuoco. La domanda da fare sarebbe stata del tipo: “Mi descriva Marco”
In ogni caso, si noti che Viola:
1) si autocensura “non… non era…”;
2) non riesce a dire “Marco era ancora nudo” neanche ripetendo a pappagallo le parole suggerite dal giudice;
3) non dice che cosa gli coprisse le parti intime.

E il seguente:

Viola Giorgini: “Abbiamo provato a… diciamo… ad aprire la porta però è stata subito richiusa dicendo che Marco… insomma… era nudo, di non entrare”

Poiché “diciamo”, come “insomma”, è un intercalare, a noi non resta che notare quando Viola li usi e quando no. Perché ne fa uso in questa occasione? Perché indebolisce la sua dichiarazione? Perché Viola parla al passivo “è stata subito richiusa” invece di riferire chi abbia chiuso la porta (tipo: “Antonio ha chiuso la porta” o “Martina ha chiuso la porta”)? Perché Viola nasconde l’identità di chi avrebbe chiuso la porta e poi dicendo “dicendo” quella di chi avrebbe parlato?

Dottoressa Franco, che cosa ha scatenato il processo mediatico?

Il fatto che sia morto un giovane e bravo ragazzo, ma soprattutto la mancata ricostruzione capillare dei fatti.

MARCO VANNINI
Dottoressa Franco, c’è chi ancora sostiene che l’unico che avrebbe potuto raccontare come sono andate le cose è Marco Vannini?

La verità sui fatti di quella sera è agli atti. Servono competenze specifiche per ricostruire i fatti relativi ad un caso giudiziario.
La verità la si estrapola dall’analisi delle dichiarazioni di chi è coinvolto nei fatti e dalle risultanze scientifiche.
Pensare che le vittime di omicidio portino con sé la verità è un errore grossolano.
I tempi sono cambiati ma purtroppo la Statement Analysis, che è una tecnica israeliana di analisi degli interrogatori e che permette di ricostruire i fatti in modo preciso, è ancora quasi sconosciuta in Italia.

Dottoressa Franco, La Procura di Civitavecchia ha archiviato il procedimento contro il maresciallo Roberto Izzo, ex comandante della caserma dei carabinieri di Ladispoli. Il procedimento era stato aperto dopo che un commerciante, Davide Vannicola aveva rilasciato un’intervista a Le Iene. Vannicola si era espresso in merito a certe confidenze che, a suo dire, aveva ricevuto dal maresciallo Izzo riguardo alle indagini relative alla morte di Marco Vannini. una eventuale condanna del maresciallo Izzo per falsa testimonianza avrebbe potuto cambiare qualcosa?

Una eventuale condanna di Izzo non avrebbe danneggiato i Ciontoli, al contrario, li avrebbe favoriti.
Vi ricordo cosa aveva dichiarato in merito l’avvocato Celestino Gnazi: “… su queste dichiarazioni (di Vannicola) assumiamo, con molto sforzo, un atteggiamento assolutamente laico, non sappiamo se sono vere o non sono vere, nell’uno e nell’altro caso ci sarà da perseguire qualcuno, questi genitori sono comunque parti lese nei confronti di eventuali responsabilità che emergeranno e che ancora non sono emerse, oppure parti offese nei confronti di chi sta tentando di alzare una nuvola che potrebbe danneggiarci”

In ogni caso, l’archiviazione era scontata. Davide Vannicola non era un testimone e non ha riferito nulla che avrebbe permesso di riscrivere i fatti relativi all’omicidio di Marco Vannini.
Lo ripeto, quand’anche il maresciallo Roberto Izzo avesse manifestato a Vannicola dubbi sull’identità dello sparatore, i suoi dubbi non avrebbero cambiato i fatti, posto che le indagini hanno appurato che fu Antonio Ciontoli a sparare.
Aggiungo anche che Izzo ha riferito ad una giornalista di Quarto Grado che, a suo avviso, i Ciontoli non mentirono quella sera sull’identità dello sparatore perché glielo riferirono, senza il timore di venir smentiti, prima che Marco morisse, un’inferenza logica supportata dalle risultanze investigative.
Solo chi ignora gli atti d’indagine può pensare che a sparare possa essere stato Federico.

Dottoressa Franco, ci spieghi il perché una eventuale condanna del maresciallo Izzo per falsa testimonianza avrebbe favorito i Ciontoli?

Perché Izzo ha sempre sostenuto di non aver riferito ai Ciontoli, nell’immediatezza della morte di Marco, il tragitto che aveva fatto il proiettile e la sede dell’ogiva, mentre i Ciontoli sostengono che fu Izzo a riferirgli traiettoria e sede dell’ogiva. Pertanto, se Izzo fosse stato condannato per falsa testimonianza, lei capisce che la sua testimonianza sarebbe stata ritenuta non più credibile e di conseguenza si sarebbero alleggerite altre posizioni.

Dottoressa Franco, omicidio volontario o colposo?

Colposo. Se Antonio Ciontoli avesse sparato per uccidere, di sicuro non avrebbe chiamato il 118 con il rischio che Marco, ancora cosciente, riferisse l’esatta dinamica dei fatti.

Dottoressa Franco, perché Antonio Ciontoli mentì all’operatrice del 118 sulla causa del ferimento?

Perché voleva riferire lui al medico che Marco era stato attinto da un colpo d’arma da fuoco per chiedergli di non rivelare la causa della ferita. Ed infatti, appena arrivò al PIT, Antonio Ciontoli rivelò al medico di aver ferito Marco con un’arma da fuoco.

Da sinistra Viola Giorgini, Martina Ciontoli, Maria Pezzillo, Federico Ciontoli e Antonio Ciontoli; Marco Vannini davanti alla torta
Dottoressa Franco, perché Antonio Ciontoli sparò a Marco Vannini?

Le esatte circostanze in cui è stato esploso il colpo che ha ucciso Marco le ha riferite Martina durante una conversazione intercettata nei corridoi della Stazione dei Carabinieri di Civitavecchia, conversazione intercorsa tra lei, suo fratello Federico e Viola Giorgini pochi giorni dopo i fatti, il 21 maggio 2015: “Io ho visto quando papà gli ha puntato la pistola e gli ha detto: “Non scherziamo (incomprensibile)”, papà ha detto: “Ti sparo” e papà gli ha detto: “(incomprensibile) scherzare” e lui ha detto: “Non si scherza così” ed è diventato pallido. Non ci posso pensa”

 

 

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